mercoledì 19 settembre 2018

Angela Maria Piga. Approdo


La MAC Maja Arte Contemporanea è lieta di ospitare, a partire da giovedì 4 ottobre 2018 in via di Monserrato 30 a Roma, la prima personale della scultrice Angela Maria Piga, presentando per la prima volta al pubblico una selezione di opere inedite in ceramica realizzate tra il 2017 e il 2018.

Nata a Roma nel 1968, Angela Maria Piga giunge all’arte visiva attraverso un percorso di tipo letterario e curatoriale. Dapprima gallerista d’arte quindi giornalista nel settore di arte e architettura oltre che autrice, dopo più di venti anni spesi nell’osservazione continua e costante dei fenomeni e delle forme artistiche, nel 2017 decide di “passare dall’osservazione all’azione” dando il via ad un’intensa attività attraverso il lavoro con la ceramica. 
Osserva l’artista: “Se nella scrittura la narrazione crea forme immaginarie, nella scultura la forma crea narrazioni. Opposto il procedimento, simile l’esito: dalla parola scritta alla forma plasmata si creanomondi a sé stanti. I mondi da cui provengono le mie sculture e i gruppi di sculture possono essere letti attraverso lenti letterarie quali le Maschere nude pirandelliane, i paradossi tragi-comici di Gogol e lo straniamento kafkiano ma, se evocano un’affinità col senso del paradosso e dell’assurdo, restano pur sempre confinati in un contesto drammatico, volti o corpi emersi da un sostrato quasi sub-umano in cui esseri afoni e incompiuti tentano una loro riconciliazione con il mondo alfabetizzato e relazionale della realtà.”
La bocca gioca un ruolo importantissimo in questo lavoro, “è l’elemento generatore, il minutissimo, concentrato big bangdi ogni scultura”, annota Marco Di Capua in catalogo.
“All’improvviso da una fessura dell’argilla si crea un cenno, un segno che diventa segnale, una feritoia che rivela una ferita, smorfia dell’esistenza individuale, come la fessura della bocca, molte volte comincio da lì” – racconta l’artista – “veicolo per creature in cerca di parola e suono, ed ecco affiorare repentina una personalità, un’affermazione, il personaggio è nato e incalza per emergere dalla materia. Io lo aiuto a fare il prima possibile: un apprododalla materia, e alla materia.” 
Sempre Di Capua: “C’è qualcosa di mite e arcaico in queste piccole figure che non vanamente aprono bocca e in corospargono nell’aria silenziosissimi canti e voci, non è la bocca disperata sul pontile di Edvard Munch, né quella che la seguì come un’eco furibonda, dai volti dei Papi ingabbiati da Francis Bacon, ma quella dell’uomo che cantadi Ernst Barlach, quella pace lì mi viene in mente, quella tenacia, addirittura autoironica, di un’azione inevitabile, che vuole svolgersi a dispetto di tutto. Perché canti? Perché sì!”
Da dove sono venuti questiesseri chel’artista definisce a volte come ominidi, altre come “il mio esercito”, altre ancora come “il villaggio”?
“[…] ognuno potrà dire la sua” - prosegue Di Capua - “ed evocare ciò che d’istinto gli suggerisce la vista di queste così magiche presenze. A me sembrano scaturite da un mondo liquido, che insomma abbiano a che fare con esso: lava raffreddata (con un grazie ancora per tutto, a Leoncillo e al primo Fontana), piccoli, puntuti scogli, una barriera corallina (è una questione di splendore cromatico, oltreché di questa loro ramificazione biomorfica, che mi ci fanno pensare) composta da elementi fisicamente minuti ma tacitamente alleati gli uni con gli altri, in grado di concatenarsi facilmente voglio dire, frammenti di un (potenzialmente infinito) discorso amorosamente scultoreo…”
I colori hanno un ruolo essenziale nel qualificare ciascuna personalità; nondimeno i titoli, come evidenzia infine Di Capua: “Ma che personaggi, e che attori che sono: eccoli qui, mentre ci presentano le loro credenziali: Il Cavaliere Azzurro, loSciamano, il Pugile, L’uomo che ride(da Victor Hugo), un Re Davidrisolutamente antimichelangiolesco, L’inquilino(del terzo piano, di Roman Polanski), e una Pietà; ma abbiamo anche il Contabile, ilGiudice, con riflessi da Pirandello ma anche da Le anime mortedi Gogol o da una qualche tellurica Spoon River... 
E quanto si atteggiano e simulano queste maschere, come sono consapevoli della loro teatralità […] Perciò, ora, non meno fantasticamente di come li avrebbe incitati Alberto Savinio: narrate (piccoli grandi) uomini, la vostra storia.”

Angela Maria Piga nasce nel 1968 a Roma, dove attualmente vive e lavora. Si laurea in Letteratura Francese alla Università di Roma La Sapienza. Dal 1990 fino al 2006 è gallerista d’arte a Roma, specializzandosi in arte contemporanea della Polonia e Ungheria. Nel 2003 pubblica il suo primo romanzo “La sindrome di Salomone”. Dal 2006 al 2009 scrive e conduce programmi radiofonici su arte e cultura per Rai International. Dal 2009 scrive articoli e saggi su arte e architettura per riviste e cataloghi di mostre. Nel 2015 si trasferisce a Düsseldorf dove resta fino al 2017 e dove comincia a creare le sue sculture. 

La mostra partecipa alla 14ma edizione della Giornata del Contemporaneoorganizzata da 
AMACI (13 ottobre 2018), e alla terza edizione della Rome Art Week(22-27 ottobre 2018)


ANGELA MARIA PIGA
Approdo

4 ottobre - 17 novembre 2018

Inaugurazione giovedì 4 ottobre 2018, ore 18
via di Monserrato 30, Roma

a cura di Daina Maja Titonel
testo critico di Marco Di Capua

via di Monserrato 30 - 00186 Roma
+ 39 06 68804621 | + 39 338 5005483

orari: martedì-venerdì ore 15-20
sabato ore 11-13 / 15-19,30
altri orari su appuntamento


martedì 18 settembre 2018

Antonio Della Guardia. La luce dell'inchiostro ottenebra


La galleria Tiziana Di Caro è felice di ospitare la prima mostra personale nei suoi spazi di Antonio Della Guardia (Salerno, 1990) intitolata La luce dell'inchiostro ottenebra, che inaugura venerdì 14 settembre 2018 alle ore 19:30. 

I modelli comportamentali legati ai mutamenti della società sono alla base della ricerca di Antonio Della Guardia, e negli ultimi anni si è concentrato sull'incidenza che i determinati schemi lavorativi hanno sulla vite dei singoli individui così come sulla collettività. Per raccontare tali dinamiche usa il disegno, la fotografia, il video, l'installazione.
La luce dell'inchiostro ottenebra è un progetto pensato appositamente per la galleria Tiziana Di Caro e include opere realizzate nel 2018. Protagonista di questa serie è la grafologia, strumento utilizzato ai fini della selezione del personale, metodo piuttosto in voga nell'ultimo decennio. 
Il titolo della mostra varia la frase "La luce del potere ottenebra" presente nel Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni di Raoul Vaneigem e sostituendo la parola potere con inchiostro, Della Guardia indica come dietro l'aspetto estetico della scrittura e quindi dell’inchiostro si nasconda la vera inquietudine della superiorità. La luce è intesa in quanto affermazione e scalata verso il successo, ma il verbo "ottenebrare" fa da contrasto, e rivela i lati oscuri di tale successo.
La mostra si costruisce in quattro momenti, il primo dei quali è definito dello "svelamento" che corrisponde a una scritta al neon composta da 26 grafemi, tutti diversi tra loro. Ognuno di essi appartiene alla firma di un personaggio politico e ne indica, sulla base delle regole della grafologia, delle caratteristiche inquietanti, che non sono riconoscibili, in quanto non sono associabili all'immagine pubblica che noi conosciamo. Le lettere de "L'Alfabeto del potere" sono difficili da decodificare, ma ci restituiscono, mettendo letteralmente in luce, gli aspetti reconditi di coloro i quali sono designati a governare il mondo. 
Il secondo momento riguarda "le forme del potere" e ha a che fare con la messa in opera di alcuni principi della grafologia. Al centro della sala si colloca un'installazione video in cui si vedono due persone intente nella scrittura. Ciò che viene trascritta è la Divina Commedia resa attraverso i diversi grafemi dell'Alfabeto del Potere. La Divina Commedia, scelta per la sua missione etica e per l'enfasi con cui in essa è difesa la dignità morale, viene riprodotta come in un infinito esercizio calligrafico la cui testimonianza è data da un'altra installazione situata nel medesimo spazio. Essa si compone di una fitta geografia di fogli, quelli utilizzati per esercitarsi a scrivere con l'Alfabeto del potere, sforzandosi a fatica di mutuare la propria grafia. Tale grande composizione viene di tanto in tanto interrotta da grafici, in cui le ascisse e le ordinate indicano l'equilibrio perfetto delle tre aree attitudinali che la scrittura di un candidato deve avere. Questa sintesi avviene attraverso lo studio di caratteristiche come la spigolosità, la rotondità, la dimensione. 
Sulla parete opposta invece si trova il Kit Manageriale che include tutte le caratteristiche tipiche del buon manager, quindi le attitudini, le abilità e gli atteggiamenti più opportuni. 
La fase successiva della mostra è quella definita dell'applicazione del potere che si presenta in una serie di quattro fotografie, ognuna delle quali ritrae la penna di un imprenditore. Tali penne hanno la caratteristiche di raffigurare, attraverso incisioni oppure stampe, un determinato animale scelto dal proprietario perché attinente con la sua personalità. L'insieme delle foto crea una sorta di giungla che rappresenta l'estensione comportamentale degli imprenditori di riferimento. 
La quarta e ultima fase della mostra è quella del Potere Supremo che viene descritto attraverso un'unica opera che inquadra la punta massima del potere. Quest'ultimo è rappresentato da una poltrona nera e squadrata, la cui natura viene alterata dalla sostituzione dei piedi con gli archi di una sedia a dondolo. Questa scultura è rivolta verso la finestra per cui è necessario girarci intorno per definirne le caratteristiche, ovvero la sofisticazione della forma: la poltrona d'ufficio si trasforma in una sedia a dondolo, ammorbidendo il rigore dell'autorità e la sua relativa applicazione. 
La mostra si dispiega come una sorta di processo attraverso i quattro passaggi, dove ognuno è collegato all’altro formando, nell'insieme, una fluida unità tematica. 

_English version below

Tiziana Di Caro gallery is happy to host the first solo exhibition by Antonio Della Guardia (Salerno, 1990), entitled La luce dell'inchiostro ottenebra [The Light of Ink Obscures], which opens on Friday, September 14, 2018 at 19:30.
The behavioral models linked to the changes in society are central in Antonio Della Guardia's research, which in recent years has been focusing on the impact that certain working patterns have on the lives of individuals as well as on the community. To describe these dynamics he uses drawing, photography, video, installation.
La luce dell'inchiostro ottenebra is a project conceived specifically for the Tiziana Di Caro gallery and includes pieces created in 2018. The main element of this series is graphology, whose use in the selection of personnel has been in vogue in the last decade.
The title of the exhibition paraphrases the sentence "The Light of Power Obscures" found in Raoul Vaneigem's The Revolution of Everyday Life (in French Traité de savoir-vivre à l'usage des jeunes générations), replacing the word ‘power' with the word ‘ink'. Della Guardia suggests that behind the aesthetic aspect of writing, and therefore of ink, the true disquiet of superiority is concealed. The light is intended as affirmation and climb towards success, but the verb "to obscure" creates contrast, revealing the dark side of such success.
The exhibition consists of four moments, the first of which is defined as of the "unveiling" and corresponds to a neon sign featuring 26 graphemes, all different from each other. Each is part of the signature of a political figure and indicates, according to the rules of graphology, the disquieting characteristics of each character, which are not obvious because they are not immediately associable with the public image that we know. The letters of "The Alphabet of Power" are difficult to decode, but they reveal, literally bringing them to light, the hidden aspects of those who are designated to rule the world.
The second phase is about the "forms of power" and has to do with a few principles of graphology. In the middle of the room there is a video installation in which we see two people writing. What is being transcribed is the Divine Comedy, rendered through the various graphemes of the Alphabet of Power. The Divine Comedy, chosen for its ethical mission and for the emphasis with which it defends moral dignity, is reproduced as in an infinite calligraphic exercise whose testimony is given by another installation located in the same space. It consists of a dense geography of sheets, those used to practice writing with the Alphabet of Power trying to change one's handwriting. This larger composition is occasionally interrupted by graphs, in which the abscissas and the ordinates indicate the perfect balance of the three attitudinal areas that the writing of a candidate is supposed to have. This synthesis occurs through the study of characteristics such as angularity, roundness, size.
On the opposite wall, there instead is the Kit Manageriale [Managerial Kit], which includes all the typical features of a good manager, i.e. the most appropriate approaches, abilities and attitudes.
The next phase of the exhibition is the one defined as of the "application of power", which is presented in a series of four photographs, each depicting an entrepreneur's pen. These pens bear, either etched or printed, a specific animal chosen by each owner because related to their personality. The set of photos creates a sort of jungle that represents the behavioral extension of the reference entrepreneurs.
The fourth and final phase of the exhibition is that of the "Supreme Power", which is described through a single piece that focuses on the pinnacle of power. This is represented by a black and squared armchair, whose nature is altered by its feet having been replaced with the rockers of a rocking chair. This sculpture is turned towards the window for which it is necessary to go around it to detect its features, i.e. the sophistication of its form: the office armchair turns into a rocking chair, softening the rigor of authority and its application.
The exhibition unfolds as a sort of process through the four steps, each of which is connected to the other, forming a fluid thematic unit as a whole.

title: La luce dell'inchiostro ottenebra [The Light of Ink Obscures]
artist: Antonio Della Guardia
exhibition opening: Friday, September 14, 2018 - h. 7.30 P.M.
address: piazzetta Nilo, 7 - 80134, Napoli
info: +39 089 0815525526 - info@tizianadicaro.it
opening times: from Tuesday to Saturday, from 2:00 to 7:00 P.M. or by appointment
exhibition closing: Saturday, November 17, 2018

giovedì 13 settembre 2018

CRISES di Matteo Levaggi | mdi ensemble | Samantha Stella

CRISES, ph. Samantha Stella

13.09. ore 20.30 - NOI TECHPARK, Bolzano
CRISES di Matteo Levaggi | mdi ensemble | Samantha Stella

Prima Assoluta
Matteo Levaggi | Samantha Stella | mdi ensemble: concetto
Matteo Levaggi in collaborazione con i danzatori: coreografia
Samantha Stella: impianto scenico e costumi


mdi ensemble
Paolo Casiraghi, clarinetto
Lorenzo Gentili-Tedeschi, violino
Paolo Fumagalli, viola
Giorgio Casati, violoncello
Luca Ieracitano, pianoforte

Musiche
Francesco Filidei: Esercizio di Pazzia II per quattro esecutori 
Sylvano Bussotti: Per tre per tre esecutori
Simon Steen-Andersen: Study for Strings N.1 per trio d'archi
Helmut Lachenmann: Guero per pianoforte solo
Iannis Xenakis: Charisma per clarinetto e violoncello 
Mauricio Kagel: Ludwig Van per ensemble


Danzatori
Gloria Dorliguzzo, Marta Papaccio, Valeria Zampardi, Alberto Garcia Aymar, Eugenio Micheli

Una coproduzione di Festival Transart e Ravello Festival, con il supporto di F.lli Levaggi Sedie originali di Chiavari


„Che importa se tutti gli uomini piangono di soprassalto,
le donne nascondono visi cupi nel loro scialle,
a quegli esilaranti tuoni della mia caduta?“
Storm (Tempesta), Wilfred Owen, 1916 


Giovedì 13 settembre negli avveniristici spazi del NOI, il nuovo parco tecnologico di Bolzano,il festival Transart ospita la prima assoluta di Crises, coproduzione con il Ravello Festival. Il progetto, firmato dal coreografo Matteo Levaggi, da Samantha Stella, artista visiva, performer e set&costume designer, e da mdi ensemble, collettivo di musica contemporanea vincitore del prestigioso premio „Una vita nella Musica” del Teatro la Fenice di Venezia, parte da una concezione della messa in scena della danza contemporanea che abbraccia il teatro visivo. 

Crises, titolo preso in prestito dalla celebre creazione del 1960 di Merce Cunningham, porta in scena alcune opere di compositori che si sono costantemente misurati con l’innovazione e sperimentazione nell’avanguardia musicale, come Francesco Filidei e Simon Steen-Andersen, insieme a protagonisti di fasi storiche e contemporanee tra le più contraddittorie e rivoluzionarie della storia della musica moderna e dei giorni nostri, tra cui Helmut Lachenmann, Sylvano Bussotti e Mauricio Kagel. Crisesvuole rappresentare il concetto della caduta, a cui si associa anche l’idea potente di rinascita. “Una testa bianca di cavallo si staglia sulla scena come se fosse sprofondata dentro il pavimento” - commenta Samantha Stella che ha firmato anche scena e costumi- “e dalla rottura di musica e vocabolario coreografico, una ballerina si muove a tempi sincopati su classiche scarpette da punta, sino a condurci idealmente ad un pallido Beethoven, forse un annuncio di antica e al contempo futura rinascita.”
Una prima cellula della creazione è andata in scena il 15 febbraio 2018 negli spazi di Contemporary Music Hub, sede di mdi ensemble, presso la Fabbrica del Vapore di Milano. 
In questo contesto, al termine di un workshop/audizione di due giorni, sono stati selezionati i danzatori che hanno eseguito Studio primo per Crises. Questo iniziale progetto ha gettato le basi di un lavoro in grado di adattarsi a ogni luogo, dal teatro di tradizione al museo. Commenta così il coreografo Matteo Levaggi la scelta di far debuttare lo spettacolo in un luogo come il NOI – il parco tecnologico di Bolzano: “Lo spazio ci è piaciuto subito. Siamo rimasti affascinati dall’architettura, così peculiare, dove dominano gli specchi in un gioco di rimandi e riflessi.” 
Crises è, nelle intenzioni, un progetto ambizioso, che cerca di oltrepassare i “limiti” del concerto o della performance teatrale intesa in senso tradizionale, permettendo a musica, danza e arti visive di compenetrarsi, di scambiarsi i ruoli, di fondere i confini che le separano e le rendono percepibili come entità separate. La natura spesso teatrale e gestuale della musica d’avanguardia diventa quindi, in questo progetto,alleata preziosa per una riflessione comune. 
Una produzione dallo spirito libero, uno spettacolo che si sviluppa tra linguaggi differenti creando un’opera unica: balletto, danza, musica, teatro. Contemporaneità che usa un vocabolario possibile per guardare ancora una volta in avanti, con una speranza condivisa: “Vorremmo che il pubblico, al termine dello spettacolo, fosse aperto a dare spazio a proprie visioni. Così come all’interno di un museo si ammira un’opera d’arte e quando si termina la visita ci si porta dentro un’idea, un gusto, una visione, una sensazione, senza bisogno di parlarne.”


Matteo Levaggi – coreografo
Inizia lo studio della danza classica presso la Scuola di Balletto diretta da Liliana Cosi e Marinel Stefansescu. Entra giovanissimo a far parte del Balletto del Teatro di Torino diretto da Loredana Furno, dove prestigiosi coreografi, come Karole Armitage e Luca Veggetti, creano per lui. Nel 1999 viene nominato coreografo stabile del BTT, ruolo che ricopre con forti consensi di pubblico e critica fino al 2014. Nel 2014 sceglie una carriera libera. Crea balletti per il Maggio Danza/Opera di Firenze e Peter Martins lo vuole per il New York Choreographic Institute, progetto associato al New York City Ballet. Nel 2017 è coreografo residente del teatro Massimo di Palermo e coreografo ospite de Les italiena de l’Opèra de Paris. 

Samantha Stella - artista visiva
E’ artista visiva, performer, set&costume designer, art director per eventi artistici e di moda. Sviluppa principalmente progetti focalizzati sul corpo e pratiche di discipline live utilizzando differenti linguaggi, installazioni con elementi strutturali e corporei, fotografia e video. Nel 2005 fonda insieme a Sergio Frazzingaro il duo di artisti visivi Corpicrudi. Dal 2007 collabora con Matteo Levaggi con debutti a Lione, New York, Bolzano, Belgrado, Aix-en-Provence, Miami, Milano, Biarritz. Collabora con band e musicisti rock-wave, inglobando la musica nelle sue azioni performative. Tra le ultime collaborazioni quella con la critica d’arte FAM – Francesca Alfano Miglietti; il Padiglione della Slovenia alla Biennale Arte Venezia 2015, l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles dove ha debuttato con le sue ultime performance nel 2016 e nel 2017 insieme al musicista Nero Kane. In prossima uscita il film sperimentale con sua regia intitolato “Love In A Dying World” girato in California di cui è protagonista insieme al songwriter Nero Kane che ne firma tutte le musiche.

mdi ensemble
Si forma a Milano nel 2002 grazie al sostegno dell’associazione Musica d’Insieme e da subito affianca il lavoro a stretto contatto con importanti compositori come Helmut Lachenmann, 
Gérard Pesson, Stefano, Gervasoni, con l’esecuzione di diverse première di giovani compositori emergenti, collaborando tra l’altro con direttori come Stefan Asbury, Emilio Pomarico, Beat Furrer, Pierre André Valade, Yoichi Sugiyama. Nel 2017 viene insignito del premio speciale Una Vita nella Musica, assegnato dal Teatro la Fenice Dei Venezia. Mdi ensemble è stato artist in residence presso il festival Milano Musica dal 2012 al 2017. E’ ospite delle più importanti istituzioni musicali italiane e straniere, fra cui Mito – Settembre Musica, Società del Quartetto di Milano, Biennale Musica e Fondazione Cini di Venezia, Ravenna Festival, Festival dei Due Mondi di Spoleto, Festival Traiettorie di Parma, Bologna Festival, Festival Présences di Radio France e all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, Villa Concordia di Bamberg, SMC di Losanna, SWR di Stoccarda, ORF di Innsbruck. Negli USA si esibisce al LACMA di Los Angeles e al Chelsea Music Festival di New york; nel 2008 debutta a Tokyo. Nel marzo 2018 è ensemble in residence al concorso internazionale di pianoforte di 
Orléans. Dal 2015 cura a Firenze il ciclo di concerti “contrasti – Le sonorità del ‘900”, inserito nel calendario di Estate Fiorentina. 
La discografia di mdi ensemble include cd monografici dedicati a Stefano Gervasoni, premiato con il prestigioso riconoscimento Coup de cour – musique contemporaine 2009 dall’Accademia Charles Cros, Sylvano Bussotti, Marco Momil Giovanni Verrando, Misato Mochizuki ed emanuele Casale. 


info 
Ufficio stampa nazionale 
Elisa Tessaro
Mail.elisatessaro@gmail.com
3428701054

L'ECO DEL CLASSICO. La Valle dei Templi di Agrigento allo Studio Museo Francesco Messina di Milano


Prosegue con successo la mostra "L'ECO DEL CLASSICO. La Valle dei Templi di Agrigento allo Studio Museo Francesco Messina di Milano" che fino al 21 ottobre presenta uno straordinario corpus di oltre 150 reperti recentemente rinvenuti nella Valle dei Templi, affiancati a pezzi provenienti dal Museo Pietro Griffo di Agrigento e dalle raccolte della Soprintendenza ai beni Culturali di Agrigento, accompagnate alla collezione di arte antica di Francesco Messina conservata dalla Soprintendenza archeologica milanese, in dialogo con le opere classiche dello scultore siciliano.
L'esposizione prevede inoltre una serie di visite guidate ad ingresso gratuito che si terranno alle ore 16 di mercoledì 12 settembre, martedì 18 settembre, mercoledì 3 ottobre e martedì 9 ottobre.

Curata da Maria Fratelli, Giuseppe Parello, Maria Serena Rizzo, la mostra si distingue per il taglio scientifico e culturale, dato dal contributo di importanti istituzioni di ricerca.
L'evento è realizzato dal Comune di Milano, Assessorato alla Cultura - Studio Museo Francesco Messina e dal Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, in collaborazione con il Museo Archeologico Regionale "Pietro Griffo", con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento, la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Como, Lecco, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio, Varese e ideato dalla direttrice del museo Maria Fratelli.

La mostra "L'eco del Classico. La Valle dei Templi di Agrigento allo Studio Museo Francesco Messina di Milano" illumina le opere dello scultore siciliano, a cui il museo è dedicato, con la luce e il respiro della Sicilia sottolineando, attraverso il confronto con i reperti antichi, il perdurare della classicità nel Novecento; idea e forma di una visione che rimane, per ampiezza e lucidità di pensiero, paradigma necessario alla contemporaneità.
Come dice Giuseppe Parello: "I capolavori del passato, in dialogo con le opere di Francesco Messina, riescono a instaurare dinamiche comunicative attuali e a rivelare come la lettura del mondo classico, nel suo pieno potenziale, sia generatrice di nuove espressioni artistiche".

Il percorso espositivo presenta, nella navata dell'ex chiesa di San Sisto, reperti archeologici datati dal VI secolo a.C. al XIV secolo d.C. fra cui statue di piccole dimensioni in terracotta, busti fittili, teste in marmo, porfido e creta, vasi in terracotta a figure nere e figure rosse, lucerne, frammenti di diversa natura in pasta vitrea, madreperla, osso, monete in bronzo, sigilli in ambra.
Accanto ad essi si osservano i preziosi frammenti della recente e straordinaria scoperta del teatro e del santuario dell'antica polis Akragas, odierna Agrigento, oltre ad alcuni reperti che Francesco Messina ha collezionato nel corso della sua vita.
Lo scultore, dallo spiccato interesse nei confronti del passato e legato alla Sicilia, sua terra d'origine, spesso si è ispirato per la creazione di sculture a opere archeologiche di cui talvolta emergono evidenti riferimenti. Ne sono esempio fra gli altri l'Efebo del 1959 che dialoga con gli archetipi antichi e il calco in gesso del Guerriero di Agrigento, che rivela una forte affinità formale e conferma l'intrinseca classicità dell'artista.
Al piano interrato, si ammira la restituzione di un settore di uno scavo archeologico che ha messo in luce, con l'affioramento della parte inferiore di un forno del periodo tardo antico, l'ambiente di una casa destinata alla preparazione del pane, offrendo un'affascinante immagine della vita quotidiana nella città antica di Akragas. Il rifacimento, orientato in base agli assi principali dell'urbanistica romana in corrispondenza dell'incrocio tra il cardo e il decumano di Mediolanum, lega idealmente il luogo del Museo Messina, situato nel cuore della Milano romana, e la grande metropoli millenaria Akragas ed evidenzia la lunga storia delle due città. Milano e Agrigento, sono dunque accomunate dalla medesima stratificazione storica e culturale, gemellate nel segno del mito e del classicismo.
Commenta Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano: "La centralità di Milano si manifesta in questa mostra che porta uno dei siti archeologici più noti del pianeta, la Valle dei Templi di Agrigento, dentro la chiesa sconsacrata di San Sisto nel centro della Milano romana. Al classicismo del grande maestro siciliano è ispirato il progetto della mostra allestita nel suo Studio Museo, luogo di ricerca e studio dedicato ai temi della scultura".
Il suggestivo allestimento, progettato da Maddalena D'Alfonso e realizzato da Easy Holidays, immerge il visitatore in un ambiente museale e archeologico grazie alle vetrine nella navata che offrono una scenografia verticale, affiancate da una dettagliata catalogazione e da alcuni pannelli di approfondimento, oltre a un tavolo con documenti inerenti i ritrovamenti dello spettacolare teatro ellenistico e del santuario. La piantumazione di agrumi tipici del territorio siciliano contribuisce a creare un percorso sensoriale che culmina nella vista dall'alto di un particolare dell'antica cittadella.
La meravigliosa Akragas sta emergendo negli ultimi anni grazie alle campagne di scavo della Valle dei Templi, coordinate dal direttore Giuseppe Parello e dalle archeologhe del Parco Valentina Caminneci, Maria Concetta Parello e Maria Serena Rizzo.
Uno sguardo contemporaneo sulla Valle è proposto da alcuni artisti che hanno vissuto l'esperienza della residenza presso il Parco Archeologico di Agrigento. Sarà esposta una selezione di acquerelli del pittore greco Pavlos Habidis, parte del progetto "Spring in the Valley" e il grande olio "I Dioscuri" di Agrigento dell'artista Giuseppe Colombo. Gli scatti di Annalisa Marchionna raccontano infine la vita della Valle attraverso le storie degli abitanti e descrivono incontri di uomini e di culture.
Afferma Maria Fratelli: "La Valle dei Templi è una visione che getta le sue fondamenta nella realtà della città sottostante, senza la quale non esisterebbero le forze per innalzare al cielo tanta bellezza. Di quanto importanti siano le città antiche, nel senso più ampio della civitas, tratta questa mostra che accoglie nel cuore della città romana di Mediolanum le vestigia della antica Akragas".
Un catalogo con le immagini dell'allestimento e testi, coprodotto dal Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento e Comune di Milano - Studio Museo Francesco Messina, sarà presentato in autunno nel corso della mostra.



Coordinate mostra
Titolo L'ECO DEL CLASSICO. La Valle dei Templi di Agrigento allo Studio Museo Francesco Messina di Milano
A cura di Maria Fratelli, Giuseppe Parello, Maria Serena Rizzo
Sede Studio Museo Francesco Messina, via San Sisto 4/A - Milano
Date 20 luglio - 21 ottobre 2018
Orari da martedì a domenica, ore 10-18. Lunedì chiuso
Ingresso libero
Visite guidate gratuite mercoledì 12 settembre, ore 16 - martedì 18 settembre, ore 16 - mercoledì 3 ottobre, ore 16 - martedì 9 ottobre, ore 16. Per partecipare presentarsi all'ingresso del Museo alle ore 15:30

Info pubblico Tel. 02 86453005 - c.museomessina@comune.milano.it

Ufficio stampa
IBC Irma Bianchi Communication
Tel. +39 02 8940 4694 - mob. + 39 328 5910857 - info@irmabianchi.it
testi e immagini scaricabili da

COMUNE DI MILANO | CULTURA
Ufficio Stampa | Elena Conenna

mercoledì 12 settembre 2018

Davide Sgambaro. Una cosa divertente che non farò mai più


RITAURSO artopiagallery è lieta di inaugurare la nuova stagione espositiva con un ciclo di tre mostre dedicate a giovani artisti italiani. Ad aprire il percorso sarà la prima personale in galleria di Davide Sgambaro (Cittadella, PD, 1989).

La poetica di Sgambaro è contraddistinta da un approccio quasi “umanista”: centrale nel suo lavoro è l’interesse per la natura umana colta in tutti i suoi aspetti e, parallelamente, per le forme letterarie che tentano di indagarla. Ricorrenti per lui sono i temi del confronto con se stessi e del ricordo personale: questo, in particolare, è inteso come una stratificazione di vissuto che si sedimenta sempre più in profondità con il passare del tempo – fino a raggiungere un luogo occulto, quasi inaccessibile. 
E’ proprio questa immagine di un’ideale discesa obliqua verso l’intimità dell’individuo la linea-guida del progetto presentato in galleria. Il movimento inclinato dall’esterno verso l’interno è infatti la traccia che seguono le opere esposte, fisicamente distribuite nello spazio da un angolo del pianterreno fino all’angolo opposto del piano superiore. 
Si tratta di due serie di lavori al limite tra bidimensionalità e tridimensionalità, che risentono fortemente del vissuto autobiografico dell’artista. 
Al piano terra troviamo un’installazione di dipinti monocromi di piccole dimensioni dal titolo “Testa di donna vecchia con un velo intorno al capo”: le dieci tele sono frutto di un attento studio cromatico che riprende (pur senza replicarli alla perfezione), i colori dominanti di opere d’arte che hanno ispirato la ricerca di Sgambaro. 
Nella loro disposizione obliqua, idealmente da sinistra verso destra, i monocromi richiamano anche un vero proprio inchino – inteso come omaggio a Giorgione: con lui, l’artista condivide del resto alcune tematiche ricorrenti, tra cui quella dell’inesorabile passaggio del tempo, del degrado, del “memento mori”. 
Temi, questi, che si ritrovano ancora più chiaramente nella serie di lavori che da il titolo all’intero progetto – “Una cosa divertente che non farò mai più”. Sorta di reportage sociologico (e umoristico) di un viaggio su una crociera extra-lusso ai Caraibi, il testo - tra i più noti dell’autore statunitense David Foster Wallace, denota per Davide Sgambaro la possibilità di scendere in profondità nel racconto dell’animo umano a partire da un livello di palese superficialità (la bolla estemporanea di un’esperienza vacanziera), sottolineando al tempo stesso il ruolo del ricordo: unico residuo possibile di un vissuto assolutamente effimero. La serie di sculture che da qui prende il nome è realizzata in ottone e pannolenci, due materiali che rappresentano rispettivamente il presente e il suo deterioramento (le lastre di ottone mostreranno via via segni di lavorazione, graffi, i naturali principi di ossidazione) e l’immutabilità del ricordo rappresentato (la lana pressata). 
A chiudere la mostra, con un tono più ludico, è un neon con la scritta “You have to bury me twice”: dopo una sorta di discesa verso l’intimità celata, un ritorno all’aspetto superficiale, quasi cinico, che conduce idealmente all’uscio il visitatore. 

Accompagna la mostra una pubblicazione con testo critico di Lisa Andreani.

Si ringrazia MSGM per il contributo alla mostra. 

Davide Sgambaro (Cittadella, 1989) vive e lavora tra Milano e Torino.
Ha studiato Arti Visive allo IUAV di Venezia, specializzandosi in seguito all’Ecole National Supérieure des Beaux-Arts di Parigi.
Tra le principali mostre, residenze e riconoscimenti ricordiamo: “Love me tender”, Stonefly Art Prize, Fabbrica del Vapore, Milano (2018); Combat Prize (primo premio sezione scultura e installazione), Museo Giovanni Fattori, Livorno (2017); Premio Francesco Fabbri, (menzione speciale della giuria), Fondazione Fabbri, Pieve di Soligo (2016); 100ma collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia (2016); “Le projet de l'étoile”, La Non-Maison Foundation, Aix-en-Provence, Francia, (2016); “Ecole des regards” (primo premio Visual Poetry), Aix-en-Provence, Francia (2016); Atelier Bevilacqua La Masa, residenza e mostra collettiva, Venezia (2015-2016); Fondazione Spinola Banna per l'Arte, residenza a cura di Guido Costa e Gail Cochrane (2015); “A Symphony of Hunger Digesting fluxus in Four Movements”, A+A Gallery, Venezia (2015).


via Lazzaro Papi, 2, 20135 Milano T +39 02 546 0582 info@artopiagallery.net 
From Tuesday to Friday | 3.00 pm - 7.00 pm 
Davide Sgambaro. Una cosa divertente che non farò mai più 
Opening Tuesday 25 September at 6.30 pm 
25 September - 19 October 2018

Ugo Ricciardi. Nightscapes – Officium


Ugo Ricciardi, Nightscapes, Giant’s Causeway and figure, Northern Ireland, 2018


A partire da giovedì 20 settembre, Burning Giraffe Art Gallery presenta la mostra Nightscapes. Officium, dell’artista e fotografo Ugo Ricciardi.

A un anno e mezzo di distanza dalla sua precedente mostra nello spazio espositivo torinese, Ricciardi ritorna proponendo una nuova serie dei suoi suggestivi paesaggi notturni, in cui il silenzio dei luoghi è interrotto dalla solitaria presenza aliena di disegni di luce che interagiscono con lo spazio naturale, accentuandone la bellezza. Il delicato lirismo invernale delle vallate piemontesi e l’austera arcaicità degli ulivi millenari della Puglia, che componevano la precedente mostra, ora lasciano il posto alle rovine delle architetture religiose magnogreche e celtiche, rispettivamente di Sicilia e Irlanda, catturandone e rinvigorendone l’ancestrale potenza spirituale e mistica.
I light painting che caratterizzano ciascuna fotografia, interagendo alla perfezione con i luoghi ritratti, sono catturati durante i lunghi tempi di esposizione e sono l’unica fonte luminosa degli scatti, oltre a quella lunare, sempre colta in fase di plenilunio. L’intento dell’artista è quello di mantenere inalterata la purezza dell’immagine, eseguendo, solo dove necessario, un delicato, quasi impercettibile, lavoro di postproduzione, che in alcun modo intende snaturare un progetto che, proprio nella sua onirica e mistica naturalezza, ha il suo punto di forza.
Il titolo Officium, scelto per questo secondo appuntamento, racconta dell’incontro tra l’artista, non credente, e il senso del Sacro insito in questi luoghi: i maestosi templi greci di Segesta e Selinunte e le rovine del castello di Dunluce, i cerchi di rocce di Beaghmore, nell’Irlanda del Nord; fino a raggiungere la sacralità atavica degli elementi sulle pendici dell’Etna e i pilastri di roccia esagonali del Giant’s Causeway.

«In Irlanda ho trovato questo – racconta l’artista –: cerchi di pietre nell’erba, castelli in rovina in cima alle scogliere e tuttavia ancora vivi, gigantesche pietre erose dal mare e dal vento. E così in Sicilia, con i suoi templi, con le rocce nere del vulcano, con tutte le sue asprezze. Due isole così lontane e diverse, così ricche di sacralità e mistero. Forti, selvagge. Officium, l’uffizio, è preghiera. È cantare qualcosa di sacro, pregare per i miracoli della vita e della morte, un atto che nella liturgia cristiana rende reale l’amore e la dedizione a Dio. Ma è anche un dovere, un obbligo filosofico e morale verso qualcosa in cui si crede fermamente. Una scelta. È quello che sento quando visito questi luoghi durante le ore della notte. La luce è la mia offerta: il portale che permette il passaggio dal reale a ciò che sta dietro, giusto poco più in là, e che riesco a vedere. È il dovere che ho scelto, il mio uffizio, e, forse, l’unico modo che conosco di pregare.»

Ugo Ricciardi. Nightscapes – Officium
Periodo mostra: 20 settembre – 3 novembre 2018
Inaugurazione: giovedì 20 settembre 2018, ore 18:30 – 22:30
Orario di apertura: martedì – sabato, 14:30 – 19:30 (mattina su appuntamento)


Burning Giraffe Art GalleryVia Eusebio Bava 8A, 10124 Torino
t. +39 011 583 2745; m. +39 347 7975704
info@bugartgallery.com | www.bugartgallery.com


lunedì 10 settembre 2018

MONDI di Peter Flaccus e Luca Padroni

        Peter Flaccus, Excursion, 2014, encausto su masonite, 183 x 200 cm

La galleria di arte contemporanea, Intragallery, ha il piacere di inaugurare, sabato 6 ottobre alle ore 11.30, la mostra “Mondi” di Peter Flaccus e Luca Padroni. Due artisti, che malgrado le differenze di approccio apparentemente radicali, si trovano in sintonia su molti aspetti della pittura. Tutti e due danno peso ad una organizzazione pittorica rigorosa, composta da linee insistenti e sottili, colori calibrati con cura, e nette discontinuità negli spazi specificati dei loro dipinti. 

Per ambedue i pittori è fondamentale l’impegno artistico fondato su la possibilità espressiva della manipolazione materica che appartiene al mestiere del pittore

La carriera artistica del pittore americano Peter Flaccus si avvia all’inizio degli anni ’70 a New York, in seguito ai suoi studi presso l’ Amherst College e la Indiana University. All’inizio degli anni ’90 Flaccus si trasferisce a Roma dove vive ancora oggi. In Italia il suo lavoro si concentra sin dall’inizio sulla ricerca di nuove tecniche e linguaggi astratti, tra cui l’encausto. Ispirato da questa antica tecnica artistica, l’artista la studia, la sperimenta, scoprendo soluzioni innovative, raffinate ed inedite, segni di una novità nel contesto dell’arte contemporanea. La lunga carriera espositiva di Peter Flaccus inizia a New York presso la Zabriskie Gallery, per continuare in Italia e in Europa con mostre a Roma, Bologna, Bari, Napoli, in Svizzera e in Francia. 

Il più giovane Luca Padroni nato negli anni ’70 vive e lavora a Roma. Ha frequentato la Slade School of Fine Arts di Londra, e da allora la sua pittura si è evoluta in una direzione soprattutto figurativa, caratterizzata di una narrazione soggettiva e vitale. Compone sia quadri di grandissimo formato utilizzando un audace tecnica di collage, sia quadri di formati più modesti dipinti con pastosi colori ad olio guidati da una mano sempre più virtuosistica. Le prime e numerose mostre di Luca Padroni risalgono alla fine degli anni 90 sia in Italia che all’estero. Nel 2017 inaugura l’importantissima mostra I valori personali a cura di Claudio Crescentini presso il Museo Macro di Testaccio a Roma.




MONDI di PETER FLACCUS/LUCA PADRONI
dal 6 ottobre 2018 al 21 novembre 2018

Opening Sabato 6 ottobre 2018 Ore 11.30

Gli artisti saranno presenti

Via Cavallerizza a Chiaia, 57, 80121, Napoli