martedì 26 febbraio 2019

ANTONELLO DA MESSINA. Dentro la pittura


Di Antonello da Messina (1430 - 1479), al pari di altri immensi artisti, restano purtroppo poche straordinarie opere, scampate a tragici avvenimenti naturali come alluvioni, terremoti, maremoti e all’incuria e ignoranza degli uomini; quelle rimaste sono disperse in varie raccolte e musei fra Tirreno e Adriatico, oltre la Manica, al di là dell’Atlantico; molte hanno subito in più occasioni pesanti restauri che hanno alterato per sempre la stesura originaria, altre sono arrivate sino a noi miracolosamente intatte. La mostra, aperta dal 21 febbraio al 2 giugno 2019 a Palazzo Reale di Milano - frutto della collaborazione fra la Regione Siciliana e il Comune di Milano-Cultura con la produzione di Palazzo Reale e MondoMostre Skira, curata da Giovanni Carlo Federico Villa - è da considerarsi come uno degli eventi culturali più rilevanti, all’interno del panorama nazionale e internazionale, per l’anno 2019. Una occasione unica e speciale per entrare nel mondo di un artista eccelso e inconfondibile, considerato il più grande ritrattista del Quattrocento, autore di una traccia indelebile nella storia della pittura italiana. 

Sono esposte diciannove opere del grande Maestro, su 35 che ne conta la sua autografia, tra cui i capolavori provenienti da Palazzo Abatellis di Palermo - Annunciata e i tre Santi - Sant’Agostino, San Girolamo e San Gregorio Magno - forse appartenenti al Polittico dei Dottori della Chiesa e la splendida tempera su tavola Cristo in pietà (recto) e Madonna con il Bambino e Santo Francescano in adorazione (verso) dal Museo Regionale Interdisciplinare di Messina. 

Alla mostra hanno collaborato con essenziali prestiti importanti musei italiani come gli Uffizi, la Pinacoteca Malaspina di Pavia, il Collegio degli Alberoni di Piacenza, la Galleria Borghese di Roma, il Museo Correr di Venezia, il Museo Civico d’Arte Antica, palazzo Madama, di Torino, l’Accademia Carrara di Bergamo. E dall'estero la National Gallery di Londra, il Museo Nazionale Brukenthal di Sibiu in Romania, il Philadelphia Museum of Art, la National Gallery di Washington, il Museo Statale di Berlino. 

Una mostra che ha una guida d’eccezione: Giovan Battista Cavalcaselle. E’ il grande storico dell’arte, attraverso i suoi taccuini e disegni, a condurre il visitatore alla scoperta di Antonello da Messina. Grazie alla straordinaria collaborazione attivata negli anni con la Biblioteca Marciana di Venezia sono presentati in mostra 19 meravigliosi fogli, dei quali alcuni su doppia pagina, e taccuini di Giovan Battista Cavalcaselle con la sua amorevole ricostruzione del primo catalogo di Antonello. 

Una mostra così speciale e importante richiede come corredo editoriale un libro altrettanto unico: Skira pubblica il catalogo della mostra con tutte le immagini delle opere esistenti e riconosciute di Antonello da Messina; una Sezione storico artistica con i saggi di Giovanni Carlo Federico Villa, Renzo Villa, Gioacchino Barbera e cinque testi letterari rispettivamente di Roberto Alajmo, Nicola Gardini, Jumpa Lahiri,Giorgio Montefoschi e Elisabetta Rasy. 

La mostra nasce con l’intento di indagare l’arte di Antonello da Messina con uno sguardo analitico, preciso, capace di mettere a fuoco ogni singolo tratto della sua tecnica senza eguali. Per questo motivo, accanto alle opere di Antonello, saranno esposti i taccuini di Giovan Battista Cavalcaselle, critico che per primo ricostruì il catalogo dell’artista siciliano. 


Una mostra Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale, MondoMostre Skira
A cura di Giovanni Carlo Federico Villa

ANTONELLO DA MESSINA 
dal 21 febbraio al 2 giugno 2019

ORARI: Lunedì: 14.30–19.30; Martedì, mercoledì, venerdì e domenica: 9.30-19.30; Giovedì e sabato: 9.30-22.30

Ruben Montini. Il vuoto addosso


La Prometeogallery di Ida Pisani è lieta di presentare “Il vuoto addosso” la seconda mostra personale in galleria dell’artista Ruben Montini (Oristano, Italia, 1986. Vive e lavora a Verona), dal 21 febbraio al 23 Marzo 2019 in Via G. Ventura 6, Milano.

Urgenza, radicalità, romanticismo e nostalgia caratterizzano la ricerca di Ruben Montini. La sua necessità di evidenziare l’indebolimento di quei legami che derivano dal senso di appartenenza e dalla partecipazione alla vita collettiva di una determinata comunità, insieme all’esigenza di sublimare alcuni aspetti della propria vita privata determinano una produzione di lavori in cui ricami, rappresentazioni fotografiche, installazioni e performance diventano istantanee, precarie e fragili. Un linguaggio visivo intimo e rivolto verso la storia della performance che l’artista attualizza e rilegge costantemente. 

Il vuoto addosso è una sensazione privata, dilatata e ampliamente diffusa nella realtà attuale, che viene originata prevalentemente dalla frammentazione e dal deterioramento delle certezze identitarie, relazionali, ideologiche, sociali e politiche che invadono la percezione della contemporaneità e la contraddistinguono da ogni altra singola epoca. Un vuoto contro cui ci si scontra quotidianamente e che sembra avvolgere, arginare, soffocare e assediare ogni nuovo stimolo. In questo caso specifico, l’artista si concentra su un vuoto emotivo e personale che diventa radicalmente poetico e politico. Infatti, non esiste atto più politico che la condivisione dell’intimità di una persona che cerca una rivoluzione, una protesta e una difesa dei propri diritti solo attraverso la normalizzazione della propria quotidianità. Non esiste istanza più politica che l’emergenza di evidenziare la vulnerabilità e le incertezze di un modello comportamentale che differisce dall’oggettivizzazione e dalle prescrizioni imposte. Un tentativo di democratizzazione della differenza, di eguaglianza nella possibilità di esercitare le proprie decisioni e, in fin dei conti, di legittimazione del proprio rifiuto alla normalità, senza indugiare davanti a un abisso giuridico e legislativo che si ripercuote, senza possibilità di obiettare, nella vita quotidiana.

La performance “Il vuoto attorno”, presentata durante il giorno dell’inaugurazione introduce la mostra e stimola fin dall’inizio la riflessione su ciò che viene nascosto, su ciò che è solo suggerito in modo romantico ma mai palesato. Una sorta di abbraccio sospeso in completa solitudine in cui Ruben Montini, sorretto soltanto da alcune strutture in acciaio utilizzate per le impalcature, si rapporta a un’alterità celata. Un rapporto che dovrebbe essere interpersonale, ma che diventa forzatamente unilaterale e in cui si evince il bisogno di nascondere l’altro perché il contesto culturale in cui si inserisce non gli permette di farlo apparire. La paura, la rabbia, l’esitazione e il dubbio si insinuano, altresì, quando questo bisogno rischia di allontanare ogni possibile relazione, quando questa viene a mancare o finisce irrimediabilmente e il tentativo di costruzione di un nuovo amore rimane un atto fallimentare. Su questa impronta possiamo osservare la rilettura della restituzione formale di alcune performance precedenti o il lavoro in cui è il ricamo a creare un buio totale intorno all’artista, racchiudendolo nella propria solitudine. Il romanticismo cede davanti alla nostalgia, mentre la malinconia, a sua volta, diventa quasi rassegnazione nella serie di broccati sardi in cui la fine di una storia personale viene accennata attraverso l’efficacia del ricordo come qualcosa di più appagante del ricordato stesso. Una mancanza, in relazione a quella fine, che viene sottolineata nell’ultimo lavoro in mostra in cui alcuni spartiti sono completamente ricamati, lasciando visibili solo le pause musicali, sole le assenze, solo il vuoto che resta addosso.
Angel Moya Garcia

Prometeogallery di Ida Pisani
Via Ventura 6 - 20134 - Milano 

RUBEN MONTINI
Il Vuoto Addosso
con testo di / with text by Angel Moya Garcia 
22.02 - 23.03.2018

Nadia Galbiati. Frammenti di Città


Lo Studio Museo Francesco Messina, inaugura martedì 26 febbraio 2019, alle ore 17.00 la mostra Nadia Galbiati. Frammenti di Città a cura di Alberto Fiz.

L’esposizione, parte del progetto PERIMETRI, illustra attraverso una scelta di opere recen- tissime e l’installazione Coefficiente Spazio 6 allestita in dialogo con gli spazi del Museo, lo stato recente della ricerca artistica di Nadia Galbiati intorno al tema del rapporto spazio e materia. Coefficiente Spazio 6 è il titolo dell’opera portante della mostra. L’installazione nasce con la volontà di produrre un’opera scultorea in evoluzione, in crescita, un progetto che ha come obbiettivo la sua continua mutazione ed evoluzione in relazione allo spazio che l’accoglie. Ogni luogo ospitante offre una diversa situazione ambientale, attraverso la sua forma architettonica, le sue caratteristiche strutturali, la luce e lo spazio. La genesi del pro- getto Coefficiente Spazio ha inizio con una mappatura fotografica di un “angolo” di città, da un’architettura che porta nel suo DNA le caratteristiche di una rilettura del rapporto tra pieno e vuoto, tra forma e luogo.

In questo modo Nadia Galbiati, come dichiara il curatore Alberto Fiz, analizza quella com- ponente estetica che va incontro ad un’unità fisico-psichica che supera la dimensione materiale. Si tratta di un processo teso verso la liberalizzazione del segno dove la scultura non è più occupazione dello spazio, bensì parte integrante di una costruzione in progress che ci coinvolge. Quelli dell’artista milanese sono continui attraversamenti dove la plasti- cità delle forme interferisce con l’architettura creando una logica rinnovata, non più circo- scrivibile alle categorie classiche. Il Coefficiente Spazio è il titolo-formula intorno al quale ruota la mostra inteso come costante che determina le infinite variabili di un ambiente espositivo che, insieme alle sculture di Francesco Messina, si fa esso stesso strumento d’indagine e di riflessione. Contenitore e contenuto si fondono, sviluppando un percorso sperimentale che esalta l’identità del luogo e la sua storia.

Dal 2011 a oggi gli spazi espositivi e le mostre che hanno accolto la crescita del progetto Coefficiente Spazio sono stati diversi. All’interno dello Studio Museo Francesco Messina l’opera si trasforma per instaurare un’ottimale relazione con l’ampio vuoto della ex chiesa di San Sisto e si struttura in un’unica massa plastica. Da una composizione asimmetrica delle lamiere a terra, emergono alcuni parallelepipedi triangolari. Superfici inclinate rive- stite di specchi riflettono lo spazio architettonico e le sculture del maestro Francesco Mes- sina, che diventano parte integrante della composizione scultoreo/architettonica, incisa sulle lamiere. 
Anche i visitatori, con il loro movimento intorno alla composizione, modificano continua- mente la percezione della forma plastica, interagendo con l’opera, fino a farne parte riflet- tendosi a loro volta negli specchi. L’architettura, le figure scultoree e il pubblico diventano parte integrante della scultura/installazione.

In occasione della mostra si terrà, il 16 marzo alle ore 15:00, la conferenza “Percepire lo Spazio” a cura di Simona Bartolena che approfondisce l’arte come relazione con lo spazio e come indagine di uno spazio percepito: un percorso che si snoda dal Rinascimento ai nostri giorni, dall’Alberti a Lewitt passando da Tatlin; l’analisi di un tema sempre attuale, tra classicità e sperimentazione, tra passato e presente, in cerca delle radici della ricerca di Nadia Galbiati.

La ricerca di Nadia Galbiati (Pioltello, Milano, 1975) verte sull’analisi dello spazio come materia e forma, attraverso la rilettura delle strutture architettoniche. Per l’artista l’angolo è il primo elemento di un alfabeto di segni, atto a rappresentare lo spazio in relazione al luogo. Diplomata in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano nel 1999, Nadia Gal- biati ha partecipato a mostre e fiere d’arte contemporanea come la recente esposizione al museo MAM di Gazoldo degli Ippoliti (MN) a cura di G. Ferlisi e la personale Luoghi a cura di S. Bartolena alla galleria E3 Arte Contemporanea (BS). L’artista è stata presentata la scorsa primavera, dalla galleria Art Genera Gallery di Brussels a Italian Art Fair.


Nadia Galbiati. Frammenti di Città
Dal 26 Febbraio 2019 al 31 Maggio 2019

via San Sisto 4/a. Milano

ORARI: da martedì a domenica 10-18 (lunedì chiuso)
CURATORI: Alberto Fiz

ENTI PROMOTORI:
Studio Museo Francesco Messina
Comune di Milano

ingresso gratuito


lunedì 25 febbraio 2019

Anatomia del linguaggio. Uno sguardo sulla poesia Visiva in Italia


L’Accademia di Belle Arti di Macerata, in collaborazione con la Fondazione Filiberto e Bianca Menna, è lieta di annunciare anatomia del linguaggio, un’importante antologica dedicata alla galassia della poesia visiva che si terrà negli spazi della GABA.MC– Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, in Piazza Vittorio Veneto 7, dal 07 marzo al 07 giugno 2019. 

Con anatomia del linguaggio il fenomeno della poesia visiva, nato sull’onda di quelle sperimentazioni artistiche e letterarie dagli anni Sessanta in poi, tipiche della Neoavanguardia, è osservato in una prospettiva complessiva che raggruppa per la prima volta tutte quelle personalità che si sono mosse e hanno agito in Italia nell’ambito di tale esercizio di confine, offrendo un contributo imprescindibile e sostanziale al generale e coevo clima internazionale dell’epoca.

In diretta continuità alle diverse esperienze della sperimentazione poetico-letteraria delle avanguardie storiche, fondamentale in tal senso è la figura di Carlo Belloli nella ripresa del paroliberismo futurista, la poesia visiva, fenomeno diverso rispetto al concretismo (con il quale, tuttavia, condivide alcune basi teoriche e quella che Gillo Dorfes definisce l’urgenza […] di accostarsi a un tipo di comunicazione attraverso la parola che sia quanto possibile diretta e visualmente immediata), «rende visibili i persuasori occulti utilizzando gli strumenti stessi della persuasione e mostrando al suo interno cortocircuiti costruttivi, capaci di massaggiare il cervello del pubblico per dirottarlo nell’ambito di una riflessione atta a ridefinire il potere del sapere umano che si svincola dal controllo del tempo liberocon lo scopo di rafforzare la consapevolezza degli individui». 

Pertanto, il flusso dei poeti, degli scrittori e degli artisti che in diverso grado aderiscono alla galassia della poesia visiva(nel 1963 si costituiscono il Gruppo 70 a Firenze e il Gruppo 63 a Palermo) considera la parola stampata oltre la sua concreta fisicità di carattere tipografico e dunque la scrittura, oltre che nella sua primaria funzione di senso, lo strumento più efficace per addentrarsi nella natura polisemica del segno-immagine. Negli oltre centoventi nomi in mostra che, rappresentano lo spaccato più ampio e completo finora ordinato nell’ambito delle ricerche storico-critiche sulla poesia visiva in Italia, incontriamo dunque quelle geniali prove e «pungenti ridefinizioni di un lessico totale che vuole non solo disintegrare la dittatura dei modelli pubblicitari, ma anche concepire un progetto transemiotico capace di andare contro ogni perbenismo, di risvegliare il potenziale erotico dell’ibrido, di trasformare il meticcio in feticcio». 

Opere di Vincenzo Accame, Vincenzo Agnetti, Paolo Albani, Adriano Altamira, Fernando Andolcetti, Vincenzo Apolloni, Davide Argnani, Nanni Balestrini, Paolo Barrile, Gianfranco Baruchello, Franco Battiato, Carlo Belloli, Mirella Bentivoglio, Rosetta Berardi, Carla Bertola, Irma Blank, Tomaso Binga, Achille Bonito Oliva, Anna Boschi, Paola Campanella, Cioni Carpi, Ugo Carrega,Luciano Caruso, Ugo Castagnotto, Giuseppe Chiari, Cosimo Cimino, Roberto Comini, Vitaldo Conte, Betty Danon,Fernando De Filippi, Giuliano Della Casa, Michele De Luca, Chiara Diamantini, Mario Diacono, Marcello Diotallevi, CorradoD’Ottavi, Virginia Fagini,Alberto Faietti, Maria Pia Fanna Roncoroni, Gigliola Fazzini, Fernanda Fedi, Vincenzo Ferrari, Giò Ferri, Carlo Finotti, Giovanni Fontana, GiancarloFranchi, Nicola Frangione, Cesare Fullone, Maria Gagliardi, Nella Giambarresi, YervantGianikian, Gino Gini, Massimo Gualtieri, Gianni Guidi, Elisabetta Gut, Emilio Isgrò, MariaLai, Michele Lambo, Lamberto Lambertini, Ugo La Pietra, Ketty La Rocca, Giovanni La Rosa, Ermanno Leinardi, Oronzo Liuzzi, Alfonso Lentini, Dario Longo, Alfonso Malinconico, Roberto Malquori, Mauro Manfredi, Mario Manganiello, Walter Marchetti, Lucia Marcucci, Ariodante Marianni (Ario),Alfonso Marino, Stelio Maria Martini, Gisella Meo, Eugenio Miccini, Rolando Mignani, Enzo Miglietta, Enzo Minarelli, Angelo Merante, Plinio Mesciulan, Giorgio Moio, Patrizia Molinari, Miles Francesco Mussi,MagdaloMussio, Maurizio Nannucci,Giulia Niccolai, Anna Oberto, Martino Oberto, Luciano Ori,Maurizio Osti, Stanislao Pacus, Geri Palamara, Mario Parentela, Giulio Paolini, Luca Maria Patella, Michele Perfetti, Gloria Persiani, Lamberto Pignotti, Giustina Prestento, RossellaQuintini, Paolo Roffi, Roberto Sanesi, Giovanna Sandri, Sarenco, Berty Skuber, Aldo Selleri,Gianni Emilio Simonetti, Franca Sonnino, Adriano Spatola, Franco Spena, Carlo Tognolina, Luigi Tola, Arrigo Lora Totino, Franco Vaccari, Nanni Varale, FrancoVerdi, Patrizia Vicinelli, Piero Varroni, Emilio Villa, Luigi Viola, Alberto Vitacchio, Rodolfo Vitone, William Xerra.


Anatomia del linguaggio
uno sguardo sulla Poesia Visiva in Italia
a cura di Antonello Tolve

dal 07 marzo al 07 giugno 2019

Opening | giovedì 07 marzo ore18.00

GABA.MC– Galleriadell’Accademia di Belle Arti di Macerata
Piazza Vittorio Veneto 7(MC)
www.abamc.it / tel +39 0733 405111 
 
Ufficio Stampa:
Contatti: Marcella Russo//Maria Letizia Paiato
Tel: 0039 349 3999037//0039 348 3556821
Mail: press@rp-press.it
Pagina FB: @russopaiatopress


sabato 23 febbraio 2019

Giuseppe Ciracì. Il colore del tempo

La Deposizione, 2017, disegno a matita, due pagine del libro La natura e il paesaggio nella pittura italiana esposte per tre mesi alle intemperie, cm 35x64



Sabato 23 marzo, alle ore 18.30, a Pietrasanta (LU), KYRO ART GALLERY presenta la mostra personale dell’artista salentino Giuseppe Ciracì, Il colore del tempo, a cura di Michele Tavola. 

La mostra, interamente dedicata alle opere nate negli ultimi due anni, prende le mosse dal ciclo di carte  intitolato Azzurro cielo e presenta una serie di dipinti, disegni polimaterici e collage molto coerenti per stile, tematiche e “spirito creativo”. Verso la fine del 2016 Ciracì, dopo essere tornato a vivere e a lavorare nella sua Brindisi da qualche anno, ritrova casualmente nella cantina di famiglia un libro di storia dell’arte comprato all’inizio del nuovo millennio, prima di trasferirsi a Milano, e lasciato in Puglia insieme al suo passato quando decise di rotolare verso Nord. Il volume ormai è illeggibile, ammuffito e devastato dall’umidità, ma è diventato un generatore di ricordi e di emozioni, perfetto per innescare la creazione di nuove opere. Le sue pagine rovinate, che  riproducono capolavori antichi dai colori completamente alterati accompagnati da parole pressoché illeggibili, diventano la base per accogliere altre carte disegnate da Ciracì, dando forma a sorprendenti  stratificazioni in cui passato e presente dialogano in maniera inedita. I fogli fragili sono inequivocabile metafora della fragilità umana, tema caro all’artista, che attraversa trasversalmente tutta la sua produzione. Successivamente altre pagine strappate da altri libri d’arte sono state esposte, questa volta volontariamente, alle ingiurie del tempo, subendo per tre mesi gli affronti del sole e del vento, della pioggia e talvolta perfino della neve. Novanta giorni dopo i fogli, macchiati e cromaticamente trasformati dall’intervento della natura, sono maturi per il lavoro dell’artista che li utilizza come base per collage di forte impatto visivo e misurato rigore formale oppure li incolla sulle tele e li usa quale punto di partenza per i suoi dipinti. Il risultato è un corpus di opere che rendono omaggio alla tradizione artistica con un linguaggio originale, fortemente contemporaneo, e allo stesso tempo portano a riflettere sulla natura della condizione umana. 
Il catalogo, con testo del curatore e immagini delle opere, sarà presentato in galleria il 23 marzo. 

Giuseppe Ciracì, nato a Brindisi nel 1975, si diploma presso il Liceo Artistico Edgardo Simone di Brindisi e prosegue gli studi in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce. Avvia il suo percorso professionale in Puglia per poi trasferirsi, nel 2003, a Milano dove sviluppa le ricerche nell’ambito della pittura figurativa. Nel 2007 collabora con i suoi dipinti al film - documentario “ Sigmund Freud, Il grande pensatore” per la regia di Ferruccio Valerio (il Centro storico Milano 2007). Nello stesso anno focalizza l’intera produzione sul tema del ritratto per poi approdare alla serie polimaterica inspirata ai fogli Windsor di Leonardo Da Vinci ( 2011 - 2015). L’artista prende parte a numerose collettive e personali in Italia e all’estero, da Lecce a Roma, da Venezia a Milano, fino a Berlino e Bali, in Indonesia. 

L’artista vive a lavora in Puglia.

Giuseppe Ciracì. Il colore del tempo
cura e testo critico di Michele Tavola
dal 23 marzo al 23 aprile 2019
inaugurazione 23 marzo alle ore 18.30


testo critico Dai Maestri del colore al colore di Michele Tavola


Kyro Art Gallery
Via P.E. Barsanti, 29
55045 - Pietrasanta (LU), Italia
info@kyroartgallery.com
Ph.+39 (0)584 300701

venerdì 22 febbraio 2019

Gal Weinstein. Echo

Gal Weinstein, Untitled, 2018, steel wool, bronze wool, plaster and carpet on mdf

La Galleria Riccardo Crespi presenta Echo, la terza personale in galleria di Gal Weinstein, uno degli artisti israeliani più significativi degli ultimi decenni: ha rappresentato il suo Paese nella scorsa edizione della Biennale di Venezia e in innumerevoli altre manifestazioni internazionali.

L’opera di Weinstein si basa su soggetti iconici manipolati per rappresentare, non senza una sottile ironia, la contemporaneità. Dopo il successo del suo Padiglione Israele, l’artista torna in Italia con opere che sono state concettualmente originate proprio da quella esperienza, mostrando la diversa resistenza di alcuni materiali e manifestandone i processi di dissoluzione, decomposizione e invecchiamento.

Processi immaginari o concreti che indicano il passare del tempo e le fluttuazioni tra i diversi stati della materia, come metafora del nostro inquieto presente nella sua realtà politica, materiale e simbolica.

Alcune mostre: 2018 Motherland in Art, a cura di Delfina Jałowik, Maria Anna Potocka, Agnieszka Sachar, MOCAK, Cracovia, Polonia; To The End Of Land, National Gallery of Modern Art, Nuova Delhi, India; The Map – Reading Between the Lines, MUSA Eretz Israel Museum, Tel Aviv, Israele; Pillar of Cloud, a cura di Svetlana Reingold, Hermann Struck Museum, Haifa 2017 Padiglione di Israele, 57. Mostra internazionale d’arte La Biennale di Venezia; Aqua, Château de Penthes, Geneva 2016 Anthropocene, Galleria Riccardo Crespi, Milan 2015 Nature. Arte ed ecologia, Galleria Civica, Trento; Agro-Art, Contemporary Agriculture in Israeli Art, Petach Tikvah Museum of Art, Petach Tikva, Israele 2014 Solar, Galleria Riccardo Crespi, Milano 2013 Everywhere But Now, The 4th Thessaloniki Biennale of Contemporary Art, a cura di Adelina von Fürstenberg, Salonicco, Grecia; Israel Now – Reinventing the Future, MACRO, Roma; Le Pont, a cura di Thierry Ollat, MAC - Musée d’Art Contemporai, Marsiglia; Unnatural, Bass Museum of Art, Miami Beach 2012 The Mediterranean Approach, SESC Pinheiros, San Paolo, Brasile; MAC - Musée d’Art Contemporain, Marsiglia 2011 Demonstrating Presence, Kunsthaus Baselland, Basilea; Além Fronteiras - Beyond Frontiers, the 8ª Mercosul Biennial, Porto Alegre, Brasile; 2010 Beside, Each, Other, Galleria Riccardo Crespi; Prespectives of Contemporary Drawing, Isabele Hurley Gallery, Malaga; The Calm before the Storm, Winzavod Art Center, Mosca; The Fourth Biennale for Drawing, The Jerusalem Artists House, Gerusalemme 2007 Tremors, Centro Huarte de Arte Contemporáneo, Pamplona 2005 Huleh Valley, Tel Aviv Museum of Art, Tel Aviv 2003 Man/Dog Teams, Art in General, New York 2002 Roof, 25th International Biennal of São Paulo, San Paolo; Jezreel Valley, Herzliya Museum of Contemporary Art, Hertsliya, Israele 2001 Installation, San Francisco Art Institute, San Francisco.

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Riccardo Crespi gallery presents Echo, the third solo exhibition in the gallery by Gal Weinstein, one of the most popular Israeli artists in recent years: he represented his Country in the last edition of the Venice Biennale and in countless other International events.

Weinstein's work is based on iconic subjects, then manipulated to represent contemporaneity, not without a subtle irony. After the success of his Israel Pavilion in the last edition of the Venice Biennale, the artist returns to Italy with works that have been conceptually originated from that experience, they show the diverse resistance of some materials, manifesting procedures of dissolution, decomposition and aging.

Concrete processes that indicate the passage of time and the fluctuations between the different states of matter, that could be interpreted as a metaphor of our restless present in its political, material and symbolic reality.

Selected exhibition: 2018 Motherland in Art, curated by Delfina Jałowik, Maria Anna Potocka, Agnieszka Sachar, MOCAK, Krakow, Poland; To The End Of Land, National Gallery of Modern Art, New Delhi, India; The Map – Reading Between the Lines, MUSA Eretz Israel Museum, Tel Aviv; Pillar of Cloud, curated by Svetlana Reingold, Hermann Struck Museum, Haifa 2017 Sun Stand Still, Israel Pavilion, 57. International Art Exhibition La Biennale di Venezia; Aqua, Château de Penthes, Geneva 2016 Anthropocene, Galleria Riccardo Crespi, Milan 2015 Nature. Arte ed ecologia, Galleria Civica, Trento; Agro-Art, Contemporary Agriculture in Israeli Art, Petach Tikvah Museum of Art, Petach Tikva, Israel 2014 Solar, Galleria Riccardo Crespi, Milan 2013 Everywhere But Now, The 4th Thessaloniki Biennale of Contemporary Art, curated by Adelina von Fürstenberg, Thessaloniki, Greece; Israel Now – Reinventing the Future, MACRO, Rome; Le Pont, curated by Thierry Ollat, MAC - Musée d’Art Contemporain, Marseille; Unnatural, Bass Museum of Art, Miami Beach 2012 The Mediterranean Approach, SESC Pinheiros, São Paulo, Brazil; MAC - Musée d’Art Contemporain, Marseille 2011 Demonstrating Presence, Kunsthaus Baselland, Basel; Além Fronteiras - Beyond Frontiers, the 8ª Mercosul Biennial, Porto Alegre, Brazil; 2010 Beside, Each, Other, Galleria Riccardo Crespi, Milan; Prespectives of Contemporary Drawing, Isabele Hurley Gallery, Malaga; The Calm before the Storm, Winzavod Art Center, Moscow; The Fourth Biennale for Drawing, The Jerusalem Artists House, Jerusalem 2007 Tremors, Centro Huarte de Arte Contemporáneo, Pamplona 2005Huleh Valley, Tel Aviv Museum of Art, Tel Aviv 2003 Man/Dog Teams, Art in General, New York 2002 Roof, 25th International Biennal of São Paulo, São Paulo; Jezreel Valley, Herzliya Museum of Contemporary Art, Hertsliya, Israel 2001 Installation, San Francisco Art Institute, San Francisco.


Galleria RICCARDO CRESPI
Via Mellerio, 1. 20123 Milano
T +39 02 8907 2491 +39 02 3656 1618
Fax +39 02 9287 8247
info@riccardocrespi.com

pubblica: 

giovedì 21 febbraio 2019

Zanbagh Lotfi. I’m just killing time

Zanbagh Lotfi_Il silenzio è una cosa viva_2018_photo Giorgio Benni


Esattamente a due anni di distanza dalla sua prima personale presso la galleria Richter Fine Art, Zanbagh Lotfi torna a esporre la nuova serie dei suoi lavori in galleria.

I dipinti di I’m just killing time, in mostra fino al 23 marzo, mantengono la caratteristica avvolgente dello stile dell’artista iraniana, che incolla lo spettatore alla tela, ma l’assenza quasi totale della figurazione lascia spazio a macchie di colore più sfocate e astratte.

Come afferma Eva Comuzzi nel suo testo critico: «La figura umana è quasi scomparsa e i paesaggi si sono ancor più frammentati. Forme di vario genere si compenetrano a vicenda senza lasciare spazio allo spazio. Ogni elemento sembra voler prender piede, senza riuscirci, e tutto rimane sospeso. In attesa che da questa deflagrazione nasca qualcosa di nuovo. Penso subito a un periodo di passaggio nel quale, come non mai, si attende l’arrivo di una sorpresa. Di un qualcosa che la stupisca. Sono decisamente e, in tutti i sensi, dei lavori in corso. Anche fuori, la via è un cantiere e lo rimarrà per molto. In tutti i quadri compare una rete di recinzione arancione. Sarà questo elemento, alla fine, a espandersi e a prender piede. Talvolta cerca di contenere, altre imprigiona, altre ancora fa filtrare la luce migliore. Spesso però ci indica di fermarci e attendere».

Zanbagh Lotfi è nata del 1976 a Teheran, in Iran. Si è laureata in pittura e illustrazione all’Università d’Arte di Teheran. Nel 2003 si trasferisce in Italia dove si diploma in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Attualmente vive e lavora fra Firenze e Teheran. Ha esposto in numerose mostre personali e collettive, in Italia e all’estero. Tra i progetti più recenti: Visioni ritrovate, Marco Rossi Arte Contemporanea, Verona (2016); La prima notte di quiete, varie sedi, Verona (2016); Monta(g)na, Isolo 17 galleria d’arte contemporanea, Verona (2015);Imago Mundi, Luciano Benetton Collection, Fondazione Cini, Venezia (2015), E’ stato forse ieri, galleria Richter Fine Art, Roma (2017).


Vademecum:
Titolo: I’M JUST KILLING TIME
Artista: Zanbagh Lotfi
galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma
Durata mostra: dal 12 febbraio al 23 marzo 2019
Orari: da mercoledì 13 febbraio dalle 13.00 alle 19.00 dal martedì al sabato 

Email:info@galleriarichter.com
Fb account: Galleria Richter Fine Art

Ufficio Stampa: Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661 | email: chiaracgiuliani@gmail.com


mercoledì 20 febbraio 2019

Window – BIMI. Fotografie di Reiko Hiramatsu


RetroBar presenta la mostra BIMI. Fotografie di Reiko Hiramatsu, a cura di Manuela De Leonardis, un nuovo appuntamento italiano della fotografa e gourmet giapponese autrice di vari programmi televisivi e radiofonici fra cui Tutti i cibi conducono a Roma per la TV DHC THEATER, Patrimonio della gastronomia italiana per Radio Kawaguchi e dei libri Pranzo a Roma (Hankyu Communications, 2004) e Patrimonio della gastronomia italiana (Shinchosha, 2011). 

Il termine giapponese “bimi” (che in italiano significa prelibatezza) sintetizza già nel titolo della mostra l’imprevedibile incontro visuale con il cibo proposto da Reiko Hiramatsu.
Prendere le distanze dalla fotografia pubblicitaria (food photography) - subordinata alle esigenze di mercato di un prodotto accattivante - è una necessità che permette alla fotografa di cimentarsi in un nuovo rapporto con l’elemento cibo, in cui emerge una visione più emotiva e personale.
Trovando una linea di continuità con il progetto espositivo Kakushiaji, il gusto nascosto (a cura di Manuela De Leonardis e Nicoletta Zanella) realizzato nel 2008 in occasione di FotoGrafia – festival internazionale di Roma (in appendice al catalogo pubblicato da Gangemi venivano proposte anche inedite ricette di cucina fusion create dalla stessa fotografa) e successivamente presentato nel circuito off di Fotografia Europea 2010, per la mostra da Doozo l’autrice sceglie di soffermarsi prevalentemente sulla tradizione gastronomica giapponese, in un gustoso e nutriente dialogo con la cucina italiana: germogli di bambù, alghe, tonno secco, bianchetti, fiori di crisantemo, pane casareccio, fagioli Monachelle, verza, anice stellato, farina, olio extravergine d’oliva… 
Le fotografie a colori di Reiko Hiramatsu riflettono l’equilibrio tra tradizione e creatività, intraprendendo un percorso di conoscenza che prevede sempre il rispetto per il soggetto, maneggiato con delicatezza, leggerezza e una sottile vena ironica. 
Ogni scatto rappresenta un’immagine straordinaria, un emblematico viaggio-manifesto dell’esigenza espressiva di andare oltre l’“apparenza” del gusto, per indagare - nella sua dichiarata essenzialità - il senso di bellezza implicito nel concetto di prelibatezza.
(Manuela De Leonardis)

L’intento del RetroBar è quello di prestare i propri spazi per promuovere iniziative culturali ed artistiche creando, di volta in volta, mostre site-specific realizzate in un luogo non convenzionale, ma di sicuro impatto visivo. Una diaframmatica rivisitazione dello spazio dunque. Una visione aspecifica, quanto strettamente soggettiva, dall'interno e dall'esterno. Un invisibile legame tra dentro e fuori, che si dipana attraverso l'arte e la sua inevitabile moltitudine di interpretazioni.
Da febbraio in poi...

Reiko Hiramatsu (Hokkaido 1958, vive a Tokyo), laureata in Letteratura Inglese al Toyo Womens College di Tokyo, dal 1982 al 1985 frequenta a Tokyo lo studio Ogawa imparando le tecniche fotografiche dal celebre food photographer Katsuhiko Ogawa. Utilizzando prevalentemente il Banco ottico e la 6x6 inizia a lavorare come freelance nel campo dello still-life e della fotografia pubblicitaria. Nel 1995 si trasferisce in Italia, prima a Firenze e Palermo, dove rimane dal 1996 al 1999, poi a Roma fino al 2014. Autrice di reportage e servizi eno-gastronomici per varie testate giapponesi e internazionali (Marie Claire Japan, Brutas, Casa Brutas, Figaro Japan, Rakuda, Kyodo News, Cucina&Vini), ha condotto le trasmissioni Tutti i cibi conducono a Roma per la TV DHC Theater e Patrimonio della gastronomia italiana per Radio Kawaguchi. E’ autrice dei libri: Pranzo a Roma (Hankyu Communications, 2004) (giapponese); Patrimonio della gastronomia italiana (Shinchosha, 2011) (giapponese), Kakushiaji, il gusto nascosto, Gangemi Editore, 2008 (italiano/inglese/giapponese) (catalogo della mostra curata da Manuela De Leonardis e Nicoletta Zanella). Le sue fotografie sono state esposte in occasione di mostre personali e collettive: 2018 - BIMI, fotografie di Reiko Hiramatsu (a cura di M. De Leonardis), Doozo, art books & sushi, Roma (personale); 2010 - Kakushiaji, il gusto nascosto (a cura di M. De Leonardis e N. Zanella), Fotografia Europea, Toschi, Reggio Emilia (personale); 2008 - Kakushiaji, il gusto nascosto, FotoGrafia (a cura di M. De Leonardis e N. Zanella), Festival Internazionale di Roma, galleria Navona 42, Roma (personale); Salute & Sapore, Cappella Orsini, Roma; Dov’è andato il cielo. L’arte a sostegno di Fitil, Sala 1, Roma; 1999 - Luce della Sicilia (personale), galleria Akasaka Studio, Tokyo. Con l’opera Keizoku/ Continuità (2012) ha partecipato al progetto editoriale Cake. La cultura del dessert tra tradizione araba e occidente (a cura di M. De Leonardis), Postcart edizioni 2013 (progetto non profit a sostegno di Bait al Karama Women Center di Nablus, Palestina).


Informazioni:
Window – BIMI. Fotogafie di Reiko Hiramatsu
dal 23 febbraio al 10 marzo 2019
inaugurazione: sabato 23 febbraio - ore 19,00
Ingresso libero
Sushi Live with chef Saverio Caputo

RetroBar 
Via San Pietro, 38
70019 - Triggiano (Ba)

+39 339 3187430
+39 080 4113148

lunedì 18 febbraio 2019

A New York 'Fragmenta, A journey beyond the body' di Micaela Lattanzio


La galleria Ca’ D’Oro di New York è lieta di presentare il progetto espositivo dell’artista italiana Micaela LattanzioFragmenta, A journey beyond the body, è un corpus di 16 opere inedite che indagano le relazioni sociali tra il confine fisico dell’epidermide e l’alterità dello spazio collettivo. L’artista pone al centro della sua riflessione la volontà di valicare i limiti di genere, di razza, di fede, indagando, grazie all’utilizzo della frammentazione, la struttura di una coscienza molecolare dove l’intreccio di mondi reali, visibili e invisibili, si traducono in strumenti di percezione e comunicazione.

“La coscienza è sempre presa nel mondo, scrive il filosofo francese Merleau-Ponty, e quindi il mondo non può divenire per lei un semplice oggetto. In questo senso la dimensione dell’être-au monde, non rappresenta solo l’orizzonte in cui si iscrive il nostro corpo, ma è relativo anche alla nostra coscienza, che trova in esso le sue radici più profonde”.

Micaela Lattanzio decodifica l’io avviando un procedimento che giunge a smembrare l’unitarietà epidermica di partenza. Il corpo diviene un elemento di pura astrazione, non è più possibile attribuirgli una compagine spaziale, un peso specifico, un tempo definito. La sua minuziosa tecnica compositiva, definita dal ritaglio rigorosamente manuale di ogni singolo frammento, diviene un’analisi cognitiva che valica i confini dell’immagine per appropriarsi di un’inedita semantica concettuale: il corpo diviene un medium relazionale tra le differenti connessioni culturali e sociali che emergono dal nostro contatto con il mondo esterno, al medesimo tempo, il corpo viene definito attraverso gli stereotipi culturali della modernità dove l’iconografia collettiva è la sintesi di norme imposte da un immaginario canonico e istituzionalizzato.

L’intento dell’artista non è esplicitare una negazione del corpo, ma definire l’idea di intenderlo come un luogo di appropriazione, come uno spazio che può essere abitato e diretto dall’interno. La frammentazione musiva è uno schema linguistico, un nuovo idioma per poter leggere la realtà: tale procedimento “si svincola dalla nozione di raffigurazione del mondo, dalla sterile concezione di mimesis, e apre lo spazio ad una costruzione simbolica dell’immagine”, inaugurando la genesi di una profonda sinestesia emozionale. In questo viaggio oltre i confini del corpo, Micaela Lattanzio espande la materia nella costruzione immaginifica di una territorialità astratta: una geografia fisica dove i punti di intersezione si coniugano nella distesa dei tasselli tridimensionali, segni in cui lo spettatore ritrova i processi di un’evoluzione identitaria nell’assoluto ridimensionamento dei ruoli sessuali e sociali. Fragmenta rappresenta l’apologia concettuale di una riappropriazione, l’artista pone al centro della sua opera l’essere umano, forgiando un inedito vocabolario linguistico, de struttura il reale per poter esplorare una dimensione narrativa che va oltre la fisionomia, un’indagine sull’autenticità del corpo dove forma e concetto si fondono in un’opera che non appartiene più ad un’univoca identificazione sociale, ma che è principio di una “fissione nucleare infinita”.

Micaela Lattanzio nasce a Roma nel 1981, dove attualmente vive e lavora. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Roma laureandosi nel 2005. Tra le diverse esposizioni a cui ha partecipato si segnalano: Simboli di ferro presso il Muspac dell’Aquila, Impronta globale presso l’Isa Istituto Antincendio di Roma, Donne di Colore presentato alla Torre dei Lambardi di Magione, Confronti/ Poredenja presso la Kinoteka Jugoslavenska di Belgrado, Visioni di Gaia presso il Chiostro di San Francesco Monsampolo, When we dream We Are All Creators presso gli Horti Sallustiani di Roma. Nel novembre 2018 l’artista ha partecipato alla collettiva “Every Body Talks” presso il Mattatoio di Roma organizzata dall’università IULM. Nel 2014 è vincitrice del premio speciale della giuria Zingarelli intitolato “Silenziosi Racconti”. Gli interventi site-specific sono un’ulteriore dimensione espressiva di Micaela Lattanzio, tra i suoi progetti installativi si sottolinea la presenza al Maam, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, nella collezione Royal Caribbean con sei installazioni, un’opera d'arte pubblica realizzata in Polonia nella città di Poznan e un intervento permanente nel chiostro di San Domenico a Taranto. L’artista ha esposto i suoi lavori più recenti nelle fiere di Context Art Miami e Barcu art Fair di Bogotà in Colombia. Nel marzo 2018, un’opera tratta dalla serie Fragmenta, è stata utilizzata dalla cantautrice e poetessa statunitense Mary Lambert come copertina del suo libro intitolato “Shame is an ocean I Swim Across” edito per i tipi MacMillan Publishers Ltd.


FRAGMENTA – A JOURNEY BEYOND THE BODY\\\\\ MICAELA LATTANZIO

GALLERIA CA’ D’ORO
NEW YORK
179 10th Avenue
NY 10011

OPENING THURSDAY MARCH 7th, to 6pm 2019

https://www.galleriacadoro.com
info@galleriacadoro.com
+1 212 6200549

http://www.micaelalattanzio.com/micaela_lattanzio.html
https://www.instagram.com/micaelalattanzio/


venerdì 15 febbraio 2019

Ultramar di Fabio Roncato

Fabio Roncato, Il tempo che passa lento, 2019

Per la sua mostra personale, Ultramar, Fabio Roncato presenta nello spazio di Mars due gruppi di opere: le sculture del progetto Momentume le carte del nuovo ciclo Il tempo che passa lento.
I volumi metallici e le carte compongono una mostra nella quale risaltano taluni dei principali temi della ricerca artistica di Roncato: l’indagine sulla relazione tra percezione e conoscenza, l’interesse per il primato della materia e le possibilità dell’immaginazione.
Il vocabolo della lingua spagnola ‘ultramar’, solitamente usato per indicare le terre che si trovano di là dal mare, terre e paesaggi ignoti ancora da esplorare, diventa punto di partenza per Roncato che, come scrive Davide Dal Sasso, se ne serve per sviluppare una riflessione sullo spazio tra le cose, sulle possibilità offerte dai rapporti tra concretezza, immaterialità e variabilità operativa.

Fabio Roncato (1982) vive e lavora a Milano. Dopo aver conseguito il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano ha perfezionato il suo percorso di formazione frequentando diverse residenze in Italia e all’estero tra cui: l’Atelier Bevilacqua la Masa (Venezia), VIR-Via Farini in Residence (Milano) e Jan Van Eyck Academie (Maastricht). La sua ultima personale “Il pianeta dove evaporano le rocce” (2018), a cura di Chiara Casarin e Eleonora Castagna, si è tenuta nella Torre delle Grazie presso i Musei Civici di Bassano Del Grappa.


Mars e Yari Miele presentano: Ultramar
una mostra di Fabio Roncato
a cura e con testo critico di Davide Dal Sasso

Inaugurazione mercoledì 27 febbraio 2019, h. 18-21

Via Guinizelli 6, Milano | 27.02.2019 – 06.03.21019
Visite su appuntamento

Si ringrazia Fonderia Artistica Battaglia

MARS
Milan Artist Run Space 
Via Guido Guinizelli 6, Milano
20127 (MM1 Pasteur)
mars.mailto@gmail.com 
www.marsmilano.com

giovedì 14 febbraio 2019

Annamaria Suppa. Fragiail



E' da poco rientrata da New York, Annamaria Suppa. Nella Grande Mela, poiché c’è suo figlio, torna spesso e qualche anno fa vi ha tenuto anche una mostra. Ciò nonostante i famigliari affettuosamente le rimproverano un po’ di snobistica pigrizia nell’imparare l’inglese, per cui talvolta annotano su un foglio la pronuncia dei termini che deve usare. Nasce da qui, da un segreto giochino privato, il titolo di questa personale: “Fragile”, da pronunciare però all’inglese, “fragiail”. Fragile (fragiail) come la forza di questa signora dell’arte barese, indomita sperimentatrice di tecniche e linguaggi.. E fragile (fragiail) come il materiale che in questa occasione, per la prima volta in una lunghissima carriera avviata da quasi sessant’anni, ha deciso di sperimentare, ossia il vetro. Un materiale per molto tempo relegato alla sottovalutata sfera delle “arti minori”. Di cui l’arte contemporanea ha rilevato invece le enormi possibilità espressive, la capacità anche simbolica di riflettere la realtà, le qualità di superfice insieme duttile e plasmabile, solida oltre che fragile (si pensi, in Italia, a rassegne ormai consolidate come “Glasstress” a Venezia, che coinvolgono artisti di spessore internazionale nell’interpretazione creativa di questo medium). Di vetro fuso sono i nove grandi riquadri che fanno da fulcro inedito a questa esposizione. Colorate lastre astratte dove l’incastro frammentario di segni, macchie, inserti, che costituisce la peculiare cifra pittorica dell’autrice, s’incastona con sincretica magia dentro la materia. Annamaria si è interessata un pò per caso alle potenzialità della sostanza vitrea. Con stupore e curiosità quasi infantile si è messa a provare le polveri cromatiche, sondando i diversi effetti di controllata sorpresa che la cottura in forno le restituiva. Il risultato, pilotato da arguti accorgimenti, pennellate a dito, inserimenti materici, bolle, sovrapposizioni, non ha nulla di artigianale o decorativo. E’ invece un’ulteriore tappa, forse solo temporanea, di un discorso che in modi diversi ci restituisce in misurata traccia gestuale “Frammenti aggiunti”, evocatori di uno stato “Upside down”, rivelatori anche di un “Dark side” e di “Bollenti spiriti”, come suggeriscono talvolta ironicamente alcuni titoli. Lacerti di visioni e di memorie, trasfigurati in stratificati segni-luce. Proprio l’attenzione per le trasparenze luminose fa da collante tra questa serie e quella in parte coeva costituita dai moduli in plexiglass qui esposti. Era stata avviata due anni fa con il grande “Gioco dell’oca” didattico e relazionale in versione artistica, che aveva impresso una vivace svolta policroma al registro di neri e bianchi presente nei suoi quadri. Di questa vena più sobria e malinconica reca testimonianza, al piano sottostante, “Generazioni”, tavola in plexi con reticolo metallico realizzata per una precedente personale che innestava su suggestioni cosmiche (il “wormhole”) ricordi e affetti di famiglia. Si estende invece all’ambiente la mediterranea installazione marina con lunghi teleri in acetato sospesi dall’alto e sormontati da un lungo forcone in lana di vetro. Pirandelliano “uno, Nettuno, centomila” improntato su pittoriche ma analoghe e fragili trasparenze. La fragilità diventa dunque in Annamaria Suppa la cifra di una riflessione visiva dagli impliciti risvolti esistenziali, che si ribalta però nel suo contrario. “Ci sono uomini che sono troppo fragili per andare in frantumi. A questi appartengo anch’io”, scriveva Ludwig Wittengstein. Una frase che ben si adatta all’artista, al suo temperamento, alla sua storia e al suo lavoro: contrassegnato da un’energia creativa inossidabile (pardon, infrangibile), tesa verso una ricerca continua e perennemente in progress.
Antonella Marino


ANNAMARIA SUPPA | FRAGIAIL
a cura di Antonella Marino
fino al 28 febbraio 2019

Str. dei Gesuiti, 70122 Bari
+39 080.5061158 museonuovaera@alice.it
Dal mar. al sab. h. 17:30 / 20:30

Giovanni Kronenberg


z2o Sara Zanin Gallery è lieta di presentare la seconda mostra personale in galleria di Giovanni Kronenberg, che inaugurerà martedì 12 febbraio alle ore 18.00.

La mostra presenta l’ultima produzione dell’artista, una serie di sculture, disegni e interventi realizzati nell'ultimo anno: oggetti peculiari, inconsueti ed eterocliti, sui quali Kronenberg interviene con modifiche, spostamenti e alterazioni. Capaci di condizionarne la forma e lo statuto, le intromissioni scultoree dell’artista sono in grado di creare un nesso tra tempi e materiali distanti, difficilmente comparabili o assimilabili tra loro. La costruzione di una sintassi combinatoria è l’operazione alla base del lavoro di Giovanni Kronenberg, una grammatica che opera sulla lenta sedimentazione di qualità evocative che gli oggetti possiedono di per sé e sulla successiva alterazione di quelle stesse qualità attraverso forme di intrusione.  Gli oggetti e i materiali che l’artista accorda tra loro sono carichi di passato ma non generano narrazioni, contengono piuttosto molteplici dimensioni del tempo che si depositano senza generare senso.

Giovanni Kronenberg (Milano, 1974) vive e lavora a Milano. Tra le recenti personali: Senza titolo, LocaleDue, Bologna (2019); MARS / Milano Artist Run Space, Milano (2018); Galleria Renata Fabbri Arte Contemporanea, Milano (con testo critico di Simone Menegoi) (2017); z2o Sara Zanin Gallery, Rome, Italy (con testo critico di Alessandro Rabottini) (2016). Tra le recenti collettive: Taxonomy, a cura di Leonardo Petrucci e Barbara Reggio, Roma (2018); KIZART. La videoarte per i bambini, a cura di Raffaella Frascarelli, MAXXI, Roma (2018); Take me a question, progetto di arte pubblica, a cura di Andrea Lerda, Caraglio (CN) (2018); Solo Figli, Padiglione Esprit Nouveau, Bologna (2017); In the stillness of the landscape room, a cura di Alessandro Roma, z2o Sara Zanin Gallery, Roma (2016).

Nell’ambito della stessa sera siamo lieti di annunciare l’inaugurazione congiunta con:
Richter Fine Art | Zanbagh Lotfi 
12 febbraio – 22 marzo 2019

Giovanni Kronenberg
12 febbraio > 18 marzo 2019

Z2O Sara Zanin Gallery | via della Vetrina 21, 00186 Roma | T. +39 06 70452261 | www.z2ogalleria.it | info@z2ogalleria.it Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 - 19:00 (o su appuntamento)




mercoledì 13 febbraio 2019

Monica Biancardi. Punti di Vista

Monica Biancardi Punti di Vista - Intravisione 2017 

Shazar Gallery
Apre il suo nuovo spazio a Napoli e presenta 
Monica Biancardi. Punti di Vista

Sabato 16 febbraio 2019 la Shazar Gallery inaugura la sua nuova sede al centro di Napoli, a via Pasquale Scura 8, con la mostra di Monica Biancardi, Punti di Vista, durante un opening lungo un giorno, dalle ore 11.30 alle 20.00.

“Dopo sedici anni di attività a Sant’Agata de Goti è arrivato il momento di cambiare, non solo un nuovo spazio, ma anche proposte diversificate e incursioni internazionali” così Giuseppe Compare direttore della Shazar, descrive questo nuovo corso che parte per una stagione di mostre con Monica Biancardi, Mutaz Elemam, Rocco Dubbini, Giacomo Montanaro, Gabriel Orlowski e Paola Risoli. Negli spazi secenteschi, coperti da una grande volta a botte, e con l’originale basolato, non mancheranno fuori programma e novità come una Summer Exhibition, vera e propria esperienza innovativa nell’ambito cittadino, che coinvolgerà non solo la galleria, ma anche il cortile e il palazzo storico della sede espositiva. 

L’evento di inaugurazione vede protagonista Monica Biancardi con un intenso progetto fotografico, oggi in fieri, Punti di vista. Secondo l’artista napoletana “Punti di Vistaè un progetto sulla lucenaturale o creata ad arte, che riflette su prospettive sempre diverse ma connesse e intercambiabili. Assumere più punti di vista non vuol dire percepire il mondo da porzioni di spazio alternative, ma soprattutto affinare lo sguardo e tutti i sensi, oltre che la capacità stessa, culturale, etica, politica, di comprendere che tutto ci riguarda. Non c’è nessun punto cieco nel mondo. Per questo, abitare più punti di vista significa dar vita a un processo narrativo che tenga conto di quelle che si potrebbero definire, assumendo come dobbiamo uno sguardo sempre terzo, le “parti in commedia”.  I dittici, i trittici e i polittici fotografici di Punti di vista segnano altrettanti “punti di vita” di un soggetto che, per essere tale, non può mai occupare un unico punto.”

La mostra sarà visitabile fino al 30 marzo dal martedì al sabato dalle 14.30 alle 19.30 e su appuntamento.

Si ringraziano il Maestro e autore Luciano Bellini per i due brani "Vocalise", il soprano Angela Cinalli e il flautista Luca Bellini. La trattoria Nennella dei Quartieri Spagnoli.


Monica Biancardi. Punti di Vista
Opening: sabato 16 febbraio dalle ore 11.30 alle 20.00
dal 18 febbraio al 30 marzo 2019

Shazar Gallery
Via Pasquale Scura 8 
80134 Napoli

Mob - 339 1532484
www.shazargallery.com– info@shazargallery.com
Press officer: Graziella Melania Geraci 3475999666 press@shazargallery.com

Eros Bonamini.Tempo Numeri Spazi

Nuova Galleria Morone presenta Tempo Numeri Spazi personale di Eros Bonamini a cura di Francesco Tedeschi.

Eros Bonamini (Verona 1942-2012) fa la sua apparizione sulla scena dell’arte contemporanea a meta degli anni Settanta, nell’ambito di ricerche affini alla pittura analitica. Le sue prime mostre hanno avuto luogo a Verona nella Galleria dello Scudo e nella Galleria Ferrari, che per alcuni anni ha seguito da vicino il suo lavoro. Da una pittura fondata sulle varianti della monocromia, in breve tempo Bonamini passò a operare con stesure materiche, attraverso l’adozione del cemento come materia cromatica su cui tracciare segni in forma di scrittura e di misurazione del tempo, sperimentandone diverse soluzioni di analisi. Il tempo diventa esso stesso fattore operativo nella poetica dell'artista nelle “Cronotopografie. Da allora il fattore temporale e stato persistente nella sua attività, che ha assunto i caratteri di grande attenzione e precisione, ma non per questo privo di note poetiche.

L'esposizione in galleria è un focus attento sulle “Cronotopografie” e i “Segni” tipici degli anni '80. Una via di creazione il cui soggetto costante è sempre il tempo, ovvero la registrazione di esso attraverso tracce che ne registrano lo scorrere, ma la successione delle scritture realizzate nello spazio dichiarato dà luogo a ulteriori sviluppi che contengono i valori su cui si fondano. Lavori che rivelano una nuova concezione enunciativa, oltre che derivare da un processo che genera forme in sa pittoriche, che assumono esplicitamente il carattere di “parole” e “numeri”. Saranno anche esposte alcune successive declinazioni, dove le tracce del tempo si traducono in precise sequenze di cicatrici puntiformi e labirintiche, oppure in slabbri e orli combusti; costruite con la furia dell’azione sui metalli e plexiglas specchianti, dove l’oggetto contundente è metronomo dell’azione reiterata e violenta mentre la superficie, specchiante e deformante, sempre più coinvolge anche lo spettatore nel processo di consumo del tempo e di esistenza nello spazio.

Accompagnerà la mostra la monografia curata da Francesco Tedeschi, edita da Skira in collaborazione con VAFstiftung, presentata il 16 Gennaio 2019 alla Galleria Nazionale di Roma. Di lui hanno scritto, tra gli altri, Mario Bertoni, Ilaria Bignotti, Corrado Bosi, Luciano Caramel, Claudio Cerritelli, Giorgio Cortenova, Giorgio Di Genova, Gianpaolo Ferrari, Licisco Magagnato, Marco Meneguzzo, Filiberto Menna, Antonella Montenovesi, Patrizia Nuzzo, Anna Maria Sandonà, Toni Toniato, Alberto Veca e Francesco Tedeschi. Le sue opere si trovano in prestigiose collezioni pubbliche e private, tra le quali si ricordano Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Palazzo Forti di Verona, Mart di Rovereto, Museo d’Arte delle Generazioni Italiane del 900 “G. Bargellini” di Pieve di Cento, Museion di Bolzano, Museo Casabianca di Malo, Gallerie d'Italia di Milano e Galleria Nazionale di Roma.


Eros Bonamini.Tempo Numeri Spazi 
a cura di Francesco Tedeschi
7 febbraio | 17 aprile 2019

Via Nerino 3, Milano 
lun–ven:ore11–19 | sab15-19

martedì 12 febbraio 2019

Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci

Quella dell’atelier di Giovanni Trevisan (1735-1803), detto il Volpato, è una storia che nasce da una scoperta nel rione Monti a Roma, e che racconta gusti, forme e mode dell’antico. Parte dall’età classica e arriva ai giorni nostri, passando per la stagione del Grand Tour, quando nasce il gusto per il souvenir. È questa la trama della mostra “Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci”, allestita in due delle sedi del Museo Nazionale Romano: Crypta Balbi e Palazzo Massimo.

La rassegna è stata pensata per il grande pubblico, con un allestimento ad effetto che ricorre a proiezioni e magici giochi di luci e ombre per moltiplicare e scandire forme e trasformazioni, a partire dalla narrazione di Volpato e della sua fabbrica di ceramiche. Noto artista e incisore, amico di Antonio Canova e di Angelica Kaufmann, Volpato contava tra i suoi clienti il re Gustavo III di Svezia e l’imperatrice Caterina II di Russia. Realizzava prodotti raffinati, tra cui maestosi centrotavola, per il pubblico colto del Grand Tour, utilizzando il biscuit, materiale dall’aspetto simile al marmo.

Insieme ai lavori di Volpato, sono esposte altre produzioni dell’epoca del Grand Tour, tra cui oggetti e arredi in micromosaico con vedute di monumenti romani. Non a caso la Crypta Balbi, museo sorto intorno a uno scavo urbano, ospita questa sezione della mostra.

A Palazzo Massimo, invece, viene messo in particolare evidenza il tema della serialità artistica in tutta la sua complessa varietà. Gli stessi Discoboli, qui conservati, dimostrano anche per l’età classica l’esistenza della riproduzione di opere d’arte da originali greci. Sono circa una ventina gli esemplari antichi arrivati fino a noi e cinque di essi sono in mostra per mettere in evidenza il concetto di moltiplicazione. Ancora oggi il Discobolo resta un’immagine potente nella cultura contemporanea, come si evince dallo scultoreo torso fotografato da Mapplethorpe. Così come all’Ermafrodito dormiente, copia di epoca romana di una figura di età ellenistica, s’ispirano tanto Canova quanto Francesco Vezzoli. Modello antico, versione neoclassica e contemporanea si fronteggiano, con significati distanti tra loro.

Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci
fino  al 07 Aprile 2019

Crypta Balbi / Palazzo Massimo
via delle Botteghe Oscure 31
CURATORI: Mirella Serlorenzi, con Marcello Barbanera e Antonio Pinelli
ENTI PROMOTORI: Museo Nazionale Romano con Electa