venerdì 3 febbraio 2023

Mariella Bettineschi, The Next Era and Other Stories

Mariella Bettineschi, Il primo racconto (e l'ultimo), 1996-2015
photographic print and feather, cm 18 x 24, ph. Giorgio Benni


L’opera deve essere il risultato di un processo inventivo continuo,
di carattere più spirituale che culturale o estetico.
Ne deriva la rinuncia allo stile o alla riconoscibilità.
Questa modalità comporta un’apertura a 360°,
essere presi da tutto ciò che il proprio sguardo cattura.
Mariella Bettineschi 

Da z2o Sara Zanin la prima mostra personale in galleria di Mariella Bettineschi dal titolo L’era successiva e altri racconti

La partecipazione nel 1988 alla XLIII Biennale di Venezia su invito di Achille Bonito Oliva, nel 1989 il trasferimento a Berlino – città in cui l’artista risiederà fino al 1995, sino ad arrivare al successo della cruise di Dior del 2022 con la presentazione di una installazione immersiva da L’era successiva, sono soltanto alcune delle tappe salienti di un percorso artistico lungo e frastagliato. Mariella Bettineschi (Brescia, 1948) si è confrontata, con consapevolezza, con il proprio ruolo di donna e artista ancor prima di affermarsi sulla scena nazionale, seguendo una vocazione assolutamente autonoma all’interno di un ambiente marcatamente maschile. Dopo la formazione accademica presso l’Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara di Bergamo, ben presto Bettineschi mostra i sintomi di una chiara insofferenza verso un certo sistema dell’arte e, soprattutto, una specifica tensione a distaccarsi dall’adesione ad alcuni linguaggi espressivi che pensa possano limitarne la ricerca. 

Posizionarsi ai confini, attivare uno sguardo allucinato, un’attenzione primitiva sulle cose, l’immagine arriva dalla periferia, si rivela per il suo “sfavillio”, è unica, non cerca connessioni, affinità, famiglie. [...] Ma l’immagine può anche biforcarsi, diventare labirinto: allora si moltiplica, ingoia sé stessa e rigetta il suo opposto, tradisce i presupposti, approda ad esiti sconosciuti, scrive nel 1999. Abbracciando con la propria sperimentazione un ampio periodo, che la vede dapprima vicina ai gruppi femministi milanesi - dai quali ben presto si distaccherà intuendo il rischio di una omogeneizzazione della ricerca - Bettineschi ha condotto sin dagli anni Settanta un percorso solitario volto all’implementazione di un linguaggio proprio, un nuovo lemma attraverso cui esprimere il proprio ruolo di donna e artista nel mondo. 

La mostra prende in considerazione un ampio arco cronologico che dagli anni ’80 arriva sino al 2022, esponendo un vasto corpus di opere, tra cui alcune inedite: la serie dei Piumari, delle vere e proprie sculture che prendono il piano della parete facendosi spazio attraverso i toni del bianco e dell’oro; la serie Nuovi racconti in cui i cuscini tessuti a mano mostrano figure immaginarie e antropomorfe e piccole iscrizioni che diventano statement artistici; fino ad arrivare alle ultime sperimentazioni con la pittura digitale e alle opere iconiche della serie L’era successiva, progetto on going iniziato dall’artista nel 2008 a partire da una riflessione che coinvolge in prima istanza l’universo femminile come portatore di uno sguardo altro. 

L’era successiva e altri racconti sottolinea un interesse non episodico per l’utilizzo di media differenti attraverso cui Bettineschi ha implementato una ricerca formale ed espressiva assolutamente personali. Da un lato, l’importanza ascritta al “saper fare”, quella perizia tecnica di accademica memoria che ha consentito all’artista, nel corso degli anni, di districarsi tra strumenti, tecniche e soluzioni formali disparate per arrivare a una sintesi compiuta del proprio universo immaginifico; dall’altro, un’infaticabile ricerca legata a quella discontinuità a-temporale che fa della sua intera produzione un unicum per quanto riguarda l’ampiezza dei contenuti e dei topoi affrontati. 

La storia può essere considerata non tanto come una successione lineare, consequenziale di avvenimenti, ma come una struttura costituita da diversi elementi in inter-relazione a più livelli. Il nuovo non è quindi solo l’effetto di ciò che lo precede ma è l’ultima configurazione che la struttura di elementi assume da uno dei punti di vista possibili. L’artista, nomade per natura, attraversa la nuova configurazione di elementi, vi entra in relazione, vive e assorbe l’insieme che la costituisce: l’opera è il risultato di questo attraversamento. 

L’arte per Bettineschi è perdita e disorientamento, conoscenza del mondo e del sé, conoscenza del non detto attraverso il superamento costante delle barriere convenzionali di spazio e tempo. Come dalla folgorazione nata per Duchamp, dall’incontro con la sua opera a Philadelphia, per Bettineschi la quarta dimensione è tutta reale: garantisce l’ingresso in uno spazio rinnovato in cui le regole del gioco sono tutte da definirsi. È così che nasce un racconto frastagliato e continuo, una narrazione lunga un cinquantennio che sfugge a qualsiasi tentativo di definizione univoca. 

L’arte, quindi, coagula uno stato fluido, è priva di costanti riconoscibili, è disorientamento e perdita.

Angelica Gatto

 
Mariella Bettineschi, The Next Era and Other Stories
visitabile fino al 16 marzo 2023

Z2O Sara Zanin Gallery | via della Vetrina 21, 00186 Roma 
T. +39 06 70452261 | www.z2ogalleria.it | info@z2ogalleria.it 
Orario di apertura: da lunedì a sabato 13:00 - 19:00 (o su appuntamento)

giovedì 2 febbraio 2023

Pasquale Gadaleta. Il sogno del cinghiale

Non solo prede di caccia o presenze ferine che invadono lo spazio cittadino, i cinghiali sono protagonisti di una mostra che ne umanizza la selvatichezza, invitando a scoprire il lato nascosto di ciò che superficialmente si considera una minaccia o un nemico. L’artista pugliese Pasquale Gadaleta intitola Il sogno del cinghiale la sua prima personale romana, un progetto costruito su misura per le stanze di Casa Vuota, lo spazio espositivo di via Maia 12 al Quadraro.

La mostra, curata da Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo si può visitare fino al 5 marzo, su appuntamento, prenotando ai numeri 3928918793 o 3284615638 oppure all’email vuotacasa@gmail.com

Un cinghiale in una casa potrebbe sembrare una presenza incongrua e spiazzante e invece, nella fantasticheria di Pasquale Gadaleta, si trova perfettamente a suo agio. I dipinti e le sculture dell’artista si inseriscono nello spazio espositivo domestico componendo una grande installazione, che si impernia sulla ricostruzione di una camera da letto. “È uno spazio intimo – spiegano i curatori Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo – in cui si immagina possa abitare l’animale umanizzato. Le opere si allestiscono accanto a oggetti raccolti dall’artista nel corso di lunghe passeggiate sulle colline della Murgia, che si fanno leggere come ready-maderustici e fiabeschi: un letto, una seggiola, un mobilio sbilenco. Qua e là si incontrano piccole ceramiche che riproducono scene di gusto boccaccesco vissute dall’ungulato, una collezione di ricordi di intimità licenziose, gelosamente conservati nel rifugio più segreto, in cui nessuno accede senza invito. Nelle scene immaginate da Pasquale Gadaleta, scolpite o dipinte, i cinghiali dormono o scorrazzano nella luce crepuscolare oppure avanzano fieri, da soli e in gruppo in scenari di una natura ancestrale che evoca alla mente certe pitture di un mondo preromano.L’uso sia della terracotta che del colore che l’artista fa rimanda direttamente a un retaggio archeologico da lui intensamente amato e studiato, a testimonianza di un profondo e vitale legame con la sua terra natia, abitata nell’antichità da quei Peucezi che tantissime testimonianze della loro arte e della loro cultura hanno lasciato, come racconta la collezione del Museo Jatta di Ruvo di Puglia”.

“Pasquale Gadaleta – proseguono i curatori – inizia a dipingere i cinghiali nel 2018, dopo averli incontrati e osservati sulla Murgia. Il primo motivo di attrazione per lui, da un punto di vista prettamente scultoreo, è la forma e il volume dell’anatomia dell’animale. Per Gadaleta, il cinghiale è visivamente perfetto e per questo si presta bene a essere raffigurato. Poi viene lo studio iconografico, la scoperta della sua presenza costante nell’arte attraverso i millenni e i secoli, a partire dalle scene di caccia dipinte nelle caverne 35mila anni fa. Così il cinghiale diventata un’ossessione per l’artista, fino a diventare un suo alter ego. In questo senso la mostra potrebbe essere letta come un grande autoritratto.Dopo tante peregrinazioni i cinghiali di Gadaleta arrivano a Roma e sono protagonisti di un progetto unitario che pone l’animale al centro e chiude un ciclo, invitando alla scoperta di quali fantasticherie si animi il suo sonno, in una dimensione onirica e affabulante, e andando a intrecciare con leggerezza il mondo privato dell’artista con gli echi dei discorsi dell’attualità e della politica”.

Per spiegare il suo progetto, l’artista sceglie di citare I Ching, ovvero Il libro dei mutamenti, antico testo classico cinese, un libro sapienziale usato come oracolo: “Il dente di un cinghiale castrato porta salute. Di per sé il dente del cinghiale è pericoloso; maquando la natura del cinghiale sia mutata essa perde la sua pericolosità. Così anche nell’uomo non bisogna combattere direttamente i suoi istinti primitivi, ma eliminare le radici della selvatichezza”.

La mostra – concludono Del Re e de Nichilo – è un inno alla bellezza della selvatichezza, espressione poetica di un percorso di ricerca peculiare e vivacissimo che si snoda lungo sentieri poco battuti e lontani dalle rotte più frequentate dell’arte di oggi, dove andare a cercare le tracce di una fauna schiva e silenziosa, che abita tra le pietre e la luna, tra la memoria e il sogno, in un delicato equilibrio che merita cura speciale, attenzione e rispetto”.

Pasquale Gadaleta è nato nel 1988 a Terlizzi, in provincia di Bari, ed è diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera. Attualmente vive a Ruvo di Puglia e insegna discipline plastiche e scultoree presso il liceo artistico “Pino Pascali” di Bari. Nel 2008 la Galleria Luciano Inga-Pin di Milano allestisce la sua prima mostra personale intitolata A che gioco giochiamo?. Nel 2012 vince il Premio Nazionale delle Arti “Academy Pride” per la scultura, con una mostra all’Accademia Albertina di Torino. È del 2020 la personale Sentimentalea Palazzo Venezia di Napoli a cura di Letizia Mari. Nel 2021 vince il Premio di pittura “Fausto Pirandello”, con una mostra al Museo civico di Anticoli Corrado, in provincia di Roma, curata da Manuel Carrera. È stato invitato in varie mostre collettive in Italia e all’estero, sia in galleria private che in spazi pubblici e museali.

INFORMAZIONI TECNICHE:
TITOLO DELLA MOSTRA: IL SOGNO DEL CINGHIALE
AUTORE: PASQUALE GADALETA
A CURA DI: Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo
LUOGO: Casa Vuota – Roma, via Maia 12, int. 4A
QUANDO: dal 21 gennaio al 5 marzo 2023
ORARI: visitabile su appuntamento
INFORMAZIONI: cell. 392.8918793 – 328.4615638 | email vuotacasa@gmail.com | INGRESSO GRATUITO

OPEN CALL: RE:HUMANISM Art Prize 3 - SPARKS AND FRICTIONS


L’associazione culturale Re:humanism annuncia la terza edizione del Re:humanism Art Prize “Sparks and Frictions”.

La call, aperta da lunedì 16 gennaio 2023 è rivolta ad artisti professionisti di tutte le età e provenienze geografiche che potranno partecipare gratuitamente presentando i propri progetti entro le ore 12 del 28 febbraio 2023. I vincitori verranno annunciati entro marzo 2023 sul sito dell’associazione.

Sparks and Frictions è il titolo della terza edizione del Re:Humanism Art Prize, che dal 2018 è dedicato a esplorare il rapporto tra arte e intelligenza artificiale. Questa edizione consolida l'idea dell'arte contemporanea come agente capace di suscitare riflessioni e sviluppare immaginazioni sul futuro che verrà, ma anche di opporsi a regimi tecnocratici nell'ambito di uno sviluppo sostenibile e inclusivo. Con questa edizione, il programma si amplia attraverso il rapporto con tutte le forme di media tecnologici e temi scientifici che mettono in gioco importanti riflessioni sull'identità, sulle relazioni e sui futuri possibili. Dalle tecnologie quantistiche al metaverso, dalla genetica al biohacking, pur mantenendo uno sguardo sui nuovi scenari dell'IA, saranno valutate diverse forme di speculazione artistica che, come in ogni edizione, non dovranno necessariamente prevedere l'uso diretto delle tecnologie in questione.

Saranno undici i progetti selezionati da una giuria composta dagli organizzatori, da esperti di arte contemporanea e nuove tecnologie digitali. In questa edizione, oltre al Premio Digitalive di Romaeuropa introdotto lo scorso anno, sarà assegnata una Menzione speciale Salvatore Iaconesi, dedicata alla memoria dell'artista e ricercatore Salvatore Iaconesi, e un Premio emergenti dedicato a studenti universitari, laureandi o giovani che stanno iniziando ad intraprendere la carriera artistica. 

Dieci dei progetti selezioni (il Premio Digitalive di Romaeuropa verrà presentato successivamente) saranno presentati a fine maggio 2023 nelle sale espositive del WeGil a Roma. 

La giuria sarà composta da: Alfredo Adamo, CEO di Alan Advantage; Andrea Bellini, Direttore del Centre d'Art Contemporain di Ginevra; Ilaria Bonacossa, Direttrice del Museo Nazionale Arte Digitale, Carola Bonfili, artista finalista della seconda edizione del Re:humanism Art Prize, Tiziana Catarci Direttrice Dipartimento Ingegneria Informatica, Automatica e Gestionale (DIAG) dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza; Daniela Cotimbo fondatrice e curatrice del progetto Re:humanism; Mauro Martino, fondatore e direttore del Visual Artificial Intelligence Lab all’IBM Research; Laura Tripaldi, dottoranda in Scienza e Nanotecnologia dei Materiali all’Università di Milano Bicocca e curatrice della webzine Not di NERO edizioni.
A quest’ultima si aggiungono le commissioni per il Premio speciale Salvatore Iaconesi composta dagli organizzatori e da i membri di HER: She Loves Data, progetto di ricerca dell’artista, co-fondato assieme alla compagna Oriana Persico e per il Premio Digitalive di Romaeuropacomposta dagli organizzatori e da Federica Patti, curatrice della rassegna Digitalive di Romaeuropa.

Entro il 28 febbraio, i candidati dovranno compilare in tutte le sue parti il seguente form: http://www.re-humanism.com/open-call-2023/ 


Info
Sito Web
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Contatto
info@re-humanism.com
via Oslavia 6, 00195, Rome

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GDG Press
Alessandro Gambino:
alessandro@gdgpress.com


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mercoledì 1 febbraio 2023

Fou Rire


E se Il Matto parlasse…
“Lo sai che in qualunque momento si può verificare un cambiamento di coscienza, lo sai che all’improvviso puoi cambiare la percezione che hai di te stesso? A volte si crede che agire significhi avere successo rispetto a qualcun altro. Errore! Se vuoi agire nel mondo, devi far esplodere la percezione dell’io che ti è stata imposta, appiccicata addosso fin dall’infanzia, e che si rifiuta di cambiare. Devi ampliare i tuoi limiti all’infinito, senza posa. […]
Smetti di essere il testimone di te stesso, smettila di osservarti, sii attore allo stato puro, un’entità in azione. La tua memoria smetterà di registrare i fatti, le parole e i gesti che hai compiuto. Perderai la nozione del tempo. Fino a ora hai vissuto sull’isola della ragione trascurando le altre forze vive, le altre energie. Il paesaggio si allarga. Unisciti all’oceano dell’inconscio.
Allora sperimenterai uno stato di supercoscienza in cui non esistono fallimenti né incidenti. Non hai una concezione dello spazio, diventi spazio. Non hai una concezione del tempo: sei il fenomeno che arriva. In questo stato di presenza estrema, ogni gesto, ogni azione sono perfetti.


A. JODOROWSKY, La Via dei Tarocchi

Se, contestualmente alla mostra The Expanded Body (gennaio-marzo 2022), l’immagine guida scelta per il progetto era stata la carta dei tarocchi de “Il Mondo”, per il nuovo itinerario espositivo immaginato per la galleria 1/9unosunove l’emblema diventa quello de “Il Matto” (Le Mat o Le Fou), una carta le cui parole chiave sono – tra le altre – libertà, ricerca, forza liberatrice, irrazionale, caos. Per questo viene spesso associata alla creatività e idealmente rappresenta un complemento archetipico de “Il Mondo”, carta che indica il Tutto. Legato alla terra, in maniera viscerale, il Matto acquista su di sé una tensione e un’aspirazione costante verso Il Tutto, pur essendo ancora radicalmente vincolato a una dimensione terrena, di ordine pratico.
In The Expanded Body l’intento è stato quello di riassegnare alla corporeità una nuova centralità, non necessariamente legata alla presenza oggettiva del corpo e delle sue componenti. Con la mostra Fou Rire è ancora una volta il corpo ad essere attenzionato, stavolta nel suo legame inscindibile con la materia cerebrale e mentale (anche esplicitamente legata ai contenuti di memoria) che, quando entra in conflitto con il corpo, innesca delle dissimmetrie, delle crasi conflittuali che sottendono una continua ritrattazione di ciò che siamo rispetto a ciò che vorremmo essere. Nel confronto diretto con il desiderio, spinta all’azione e immobilismo si intersecano in una dinamica spesso senza fine.
Nella costante situazione di crisi delle società occidentali, ciò si rispecchia anche nel conflitto tra la spinta (spesso auto-imposta) all’iperproduttività e l’in-sofferenza di fondo che l’accompagna. Prendendo spunto dalla lettura che Alejandro Jodorowsky dà alla carta de “Il Matto”, la mostra intende sottolineare che l’elogio delle debolezze non debba essere necessariamente percepito come la giustificazione di un’apatia paralizzante, quanto piuttosto come motore di un’azione liberatrice. In questo modo, “Il Matto”, con il suo peregrinare, finisce per rappresentare una dimensione produttiva non lineare, in cui ogni tentativo è passibile di fallimento. L’in-sofferenza individuale, specchio di una dinamica sociale intrinseca a una certa impostazione lavorativa post-capitalista, diventa un innesco estetico dove anche l’inutilità, l’ironia e il divertimento non risultano veicolati da un algoritmo imposto dall’esterno.
Per questo motivo la mostra si apre con una storica poesia concreta di Mirella Bentivoglio (Klagenfurt, Austria, 1922 – Roma, 2017) che rappresenta, in forma di gabbia, la prima persona del verbo avere. La lettera O, rossa, con la sua autonomia iconica spicca sulle H nere (e, quindi, sulla struttura della gabbia) stando così a rappresentare un’alternativa, una possibilità di evasione che, a distanza di oltre cinquant’anni, si fa sempre più complessa. La pervasività immaginifica della contemporaneità ha portato a un’ipersensibilizzazione estetica in cui la persistenza retinica di immagini imposte (burn in: effetto di permanenza delle immagini su uno schermo) diventa il contraltare del burn out, sindrome derivata da una condizione di stress cronico e persistente.
Cosa resta dopo l’incendio nell’immagine, negli occhi, nel corpo e nella mente? E come far sì che il bruciare (to burn) assuma un carattere costruttivo? Dissimetrie e dicotomia burn in/burn out diventano le due matrici concettuali che nella mostra entrano in gioco per cercare di rispondere a queste domande.
Da un lato: l’assenza di simmetria che apre le porte a un’estetica del brutto – rimodulata da riflessioni di origine psicanalitica e filosofica, quando non apertamente linguistica – e a un ripensamento delle categorie del bello e del buono (la kalokagathia di antica memoria). Dall’altro: un conflitto tra immagine e esaurimento che conduce a un progressivo scollamento dal contesto, attraverso stati di stress cronico che possono degenerare nella perdita di attenzione e, dunque, alla deviazione dalla iper-performatività. Contestualmente alla sindrome in ambito lavorativo, il bruciare finisce per poter essere inteso come inconscia liberazione da una dinamica post-capitalistica, improntata all’eccezionalità di ogni singola soggettività.
In una tale condizione risulta fondamentale l’(auto-)ironia, capace di attivare l’elemento “risibile” della contemporaneità. La fantasia comica è propriamente umana e già per Henri Bergson, era fondamentale per comprendere i procedimenti che l’immaginazione segue nel suo lavoro. Questa immaginazione, sociale e collettiva, deriva dalla vita reale e s’imparenta con l’arte. Perché, come suggerisce Samuel Beckett in una sua breve poesia della serie mirlitonades, è necessario guardare in faccia il peggio jusqu’à ce qu’il fosse rire.

Focalizzando la propria pratica su quegli aspetti del reale d’inquieta vaghezza, il lavoro di Giulio Bensasson (Roma, 1990) si lega inscindibilmente a un concetto di temporalità intesa come momento culminante di un processo lento e inesorabile che diventa il materiale espressivo con cui scendere a compromessi, lasciando spazio alla casualità dei suoi effetti. Nel trittico Non so dove, non so quando (souvenir di una muscolatura animale), nato dalla lavorazione di una diapositiva d’archivio immersa in un liquido popolato da muffe, funghi ed elementi organici, la casualità con cui gli agenti esterni influiscono sulla decomposizione dell’immagine diventa l’espendiente per tracciare una linea del tempo della sedimentazione di questa stessa nella mente fino alla completa evanescenza dei fattori di riconoscibilità.
La grande tela dipinta di Cristiano Carotti (Terni, 1981) va intesa come una pala d’altare, affiancata da due lupi in maiolica a lustro. Nella raffigurazione il riso s’incarna in tre feroci cani pastore e la figura del Matto va a spostarsi dallo scanzonato fool all’Arcano senza nome (La Morte). L’aspetto mortifero si collega emotivamente all’archetipo del folle e induce alla rappresentazione di un “guardiano della soglia”. A partire da un confronto identitario con la figura del Matto, la mistica sottesa alla raffigurazione – frutto di un passaggio di tre diversi momenti pittorici – segna lo scatto e il superamento rispetto alla paura della morte, aprendo la soglia del viaggio attraverso gli Arcani per ricongiungersi con il mondo e il tutto.
Francesca Cornacchini (Roma, 1991) riflette sul concetto di norma e condizionamento sociale attraverso tre diverse tipologie di intervento (performance, tela cucita e fotografia). Le opere in mostra si sostanziano così in un’analisi delle condizioni biopolitiche dei nostri enunciati, contemplando la possibilità di una ridefinizione delle categorie fisse. Aprendosi allo spazio, l’insorgenza si fa plastica, mantenendo una dimensione eroica e romantica, data dalla presenza del corpo come innesco. La cultura underground diventa codice espressivo di un linguaggio detonante, violento e fragile.
Camilla Gurgone (Lucca, 1997) presenta tre installazioni scultoree, in cui rotoli in carta termica scendono a terra, tenuti in tensione da una barra porta comande in alluminio. Ogni opera riporta una sequenza di immagini prodotte dall’artista tramite algoritmi di intelligenza artificiale, nel tentativo di ricomporre tutte le scene appartenenti ad un sogno realizzato da lei o raccontatole da altri. L’utilizzo di immagini pescate in rete apre una riflessione sull’immaginario personale e collettivo. La stampa a calore fa riferimento all’evanescenza della memoria i cui ricordi, con il passare del tempo, tendono lentamente a sbiadire.
Le tre tele di Andrea Martinucci (Roma, 1991) riflettono sulla necessità di una riconfigurazione del linguaggio pittorico verso nuove definizioni. Si configurano come un’unione di tre voci, inno alla vita e alla morte del vecchio mondo, diramandosi fuori dal margine per emergere nella notte dei nostri tempi. Le tre opere, interrompendo la distanza oculare con la superficie, si ampliano verso lo spazio attraverso la loro potenza vibrante: un valzer progressista verso i luoghi dell’effimero, del non compiuto e del desiderio.
Niccolò Moronato (Padova, 1985) è presente in mostra con una serie di cut-outs dal progetto Golf is a violent sport e una sonorizzazione in cuffia in cui lo sferzare dei colpi di mazza crea un tappeto sonoro disturbante e inatteso fornendo il punto di vista del campo da gioco. Impiegando riviste di settore e libri per golfisti, l’interesse dell’artista si appunta sulla pervasività della perfezione laccata dei magazines patinati rivelandone l’aspetto più intrinsecamente inquietante. Golf is a violent sport diviene così una manifestazione evidente dell’ossimoro che si cela dietro all’iperperformatività: tra regole ferree impossibili da disattendere per essere considerati i migliori, palme ornamentali e design impeccabile a essere rivelati sono dei piani di sequenza molteplici e discontinui da cui il nostro sguardo finisce per essere risucchiato.
Nella sua installazione Jonathan Vivacqua (Erba, Como, 1986) utilizza, in maniera a-funzionale, le reti elettrosaldate da cantiere. L’elemento della rete metallica, che solitamente rimane nascosto all’interno delle costruzioni in cemento, diventa protagonista dell’intera operazione, anche attraverso l’uso marcato del colore. Pur completamente trasfigurate, le reti mantengono un aspetto consolidante dal punto di vista strutturale. Il lavoro scultoreo centrale, composto principalmente da due corpi che si uniscono, si confronta in maniera diretta con un allestimento a parete in cui la stessa rete si ritrova come esplosa, scomposta meccanicamente a formare altre identità.

Angelica Gatto e Simone Zacchini

Fou Rire
a cura di Angelica Gatto e Simone Zacchini

Mirella Bentivoglio, Giulio Bensasson, Cristiano Carotti, Francesca Cornacchini, Camilla Gurgone, Andrea Martinucci, Niccolò Moronato, Jonathan Vivacqua

La mostra proseguirà fino a Sabato 4 Marzo 2023

1/9unosunove
arte contemporanea


Palazzo Santacroce
Via degli Specchi, 20
00186 Roma, Italia

tel. 0697613696
gallery@unosunove.com


pubblica: 

martedì 31 gennaio 2023

Vincenzo Marsiglia | Physis and rendering, dalla realtà tangibile della physis alla realtà virtuale del rendering

Vincenzo Marsiglia, Physis and Rendering, 2023, veduta della mostra, Visionarea Art Space , Roma

Avamposto dell’arte contemporanea nel cuore di Roma, a pochi metri dalla Basilica di San Pietro, Visionarea ArtSpace inaugura il 2023 con , personale di Vincenzo Marsiglia, a cura di Davide Silvioli con la collaborazione di Davide Sarchioni, in mostra dal 1 febbraio al 25 marzo 2023.

Artista dalla profonda attitudine interdisciplinare - con presenze alla Biennale d'Architettura di Venezia, alla Fondazione Dino Zoli di Forlì, alla Casa del Mantegna di Mantova, al Museo di Pa- lazzo Collicola di Spoleto, al Museo del Presente di Rende - per l’occasione Vincenzo Marsi- glia propone un percorso tra NFT olografici e fotografie digitali, realtà aumentata e occhiali hololens per un incontro ravvicinato con le nuove frontiere dell’arte contemporanea, tra digitale e reale. I lavori in esposizione vanno, infatti, da esiti rispettivi delle serie "Fold", "Modus", "Star stone", “Prospect”, fino a NFT olografici e fotografie digitali eseguite con il dispositivo Hololens 2: visore di ultima generazione a realtà mista e aumentata, applicato per la prima volta nel campo di ricerca delle arti visive dallo stesso Marsiglia.

Physis and renderingmostra organizzata con il supporto della Fondazione Cultura e Arte, ente strumentale della Fondazione Terzo Pilastro - Internazionale, presieduta dal Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele – raccorda quindi una cerchia di opere distintive degli indirizzi di ricerca intrapresi dall'artista durante il suo percorso pluriennale, al punto da restituirne una versione sintetica e paradigmatica.

«La mostra – scrive il curatore Davide Silvioli – approfondisce la complessità dell'operato dell'artista attraverso una chiave di lettura critica mirata a stabilire continuità tra risultati dovuti a processi differenti. Dalla realtà tangibile della physis alla realtà virtuale del rendering, l’identità del progetto replica la facoltà della ricerca di Marsiglia di saper abitare entrambi questi emisferi del reale, rilevandone punti di contatto. Termine costante di un lessico evidentemente declinato al plurale è la nota Unità Marsiglia (UM): un modulo grafico dalla forma di stella a quattro punte. Quest’ultima corrisponde all’ente fondamentale del suo universo estetico, unità indivisibile di tutto l’esperibile artistico. Quale generatore e narratore di contesti alternativi e complementari, il logo UM, circa gli ultimi sviluppi dell’attività di Marsiglia, in cui vi è un ricorso alla tecnologia sempre più significativo, transita dalle proprietà della materia fisica alle funzioni di media digitali come monitor lcd, ledwall, visori».

«La peculiarità di Vincenzo Marsiglia risiede nell’individuare sempre nuove soluzioni per lavorare sulla realtà aumentata e sviluppare in modi innovativi la possibilità di interagire con lo spazio reale attraverso la tecnologia. – commenta il Prof. Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pila- stro – L’interesse dell’artista si focalizza in particolare sul dialogo fisico/digitale, che è il mezzo per mettere in relazione la dimensione visionaria di chi fa arte con il mondo concreto e tangibile che ci circonda. Grazie alla Fondazione che mi onoro di presiedere, ho già dato spazio nel 2021, a Palaz- zo Cipolla, a questa nuova frontiera del linguaggio artistico, ospitando la grande mostra antologica di Quayola, uno dei maggiori esponenti della media-art a livello internazionale: come Quayola, an- che Marsiglia ci aiuta a pensare e comprendere il tempo in cui viviamo, utilizzando il giusto lin- guaggio per esprimere una visione del mondo del XXI secolo. La mostra Physis and rendering si qualifica dunque come un vero e proprio viaggio esperienziale, laddove il potere delle tecnologie è anche questo: far vivere esperienze nuove e creare inedite visioni».

Vincenzo Marsiglia è nato a Belvedere Marittimo (CS), nel 1972. Ha studiato all'Istituto d'Arte di Imperia e all'Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, diplomandosi in pittura. Inizia l'attività espositiva negli anni Novanta, con mostre personali e collettive in gallerie, musei e spazi pubblici, in Italia e all'estero. È docente presso l'Accademia di Belle Arti Aldo Galli - IED di Como e l’Acca- demia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia. La sua ricerca ha origine da un elemento visivo cor- rispondente a una stella a quattro punte, che è divenuta, nel tempo, una componente distin- tiva del suo lavoro; autentico "logo" dell'artista. L'aspetto compositivo delle sue opere sembra rispecchiare una pratica ossessiva, generando esiti sempre nuovi in cui questo simbolo si permea con stoffe, ceramica, pietra, vetro, carta, articolandosi secondo variazioni continue di ritmo e di for- ma. La sua estetica, per rigore ed equilibrio, è riconducibile alla tradizione dell'Astrazione geometrica, del Minimalismo, dell'arte Optical. Negli ultimi cicli di lavori, l'artista sperimenta l'uso di tecnologie per testare le proprietà del suo linguaggio in funzione di nuove soluzioni espres- sive. Lavori di questa tipologia manifestano una nuova considerazione della contemporaneità, le- gata agli strumenti di comunicazione che la caratterizzano. Il proposito è quello di conseguire una categoria di opera d'arte mutevole, in potere di completarsi con l'interazione con lo spettatore.




VINCENZO MARSIGLIA
PHYSIS AND RENDERING
a cura di Davide Silvioli
con la collaborazione di Davide Sarchioni

Dalla realtà tangibile della physis
alla realtà virtuale del rendering


NFT olografici e fotografie digitali, realtà aumentata e occhiale hololens incontrano le nuove frontiere del contemporaneo, nel cuore di Roma.

Dal 1 febbraio al 25 marzo 2023 
Opening: martedì 31 gennaio, ore 18:00
VISIONAREA Art Space - Auditorium della Conciliazione Indirizzo: Piazza Pia 1, Roma

Testi in catalogo: Davide Silvioli e Davide Sarchioni

Inaugurazione: martedì 31 gennaio dalle 18:00 alle 21:00
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Mail: info@visionarea.org Web: www.visionarea.org


Ufficio stampa HF4www.hf4.it Marta Volterra marta.volterra@hf4.it
Valentina Pettinelli press@hf4.it 347.449.91.74



lunedì 30 gennaio 2023

Krizia Galfo | We need to talk

Curva Pura è lieta di presentare la prima personale romana dell’artista Krizia Galfo, We need to talk, accompagnata dal testo critico di Eleonora Aloise, un binomio narrativo di sguardi e storie dove la pittura è realtà sopra la realtà, immersione temporale nell’immagine come mezzo e confine di relazione, spazio dialogico di tacite emozioni e acute imperturbabilità, campite nel rigore formale e coloristico. 
Cristallizzate e fermate nell’interrogativo di uno sguardo, incantate e vincolate all’istante, le accese e algenti cromie sono insoluti enigmi di icasticità nette, narrazioni sospese nella ricerca di uno svelamento che si nasconde nel silenzio: la mostra We need to talk vive nell’iperbole tonale dell’azzurro e del rosa, negli indecifrabili legami e nelle distanze irrisolte tra genitorialità e filiazione, in fragilità taglienti e freddezze struggenti, in morbidezze distaccate e nitide costellazioni di affinità. 
L’asciutta manifestazione di una trama bloccata tra i colori di una innocenza infantile, resa quasi un fuoco freddo e bizzarro in cui ricercare piccoli brani affettivi, trasporta il fruitore in una dettagliata e finissima struttura pittorica, dove la pennellata invisibile si fa assoluta presenza percettiva del soggetto, elemento emotivo impenetrabile, lasciato muto nel vortice di un pensiero sfuggente, ampliato nelle pause raggelate della rappresentazione. 
Nel taglio cinematografico che orienta la composizione visiva, l’epidermide cromatica, tra l’insalubrità livida e i dolci toni dello zucchero filato, attraversa il sentimento filiare, toccando ricuse e irrequietezze, vuoti anaffettivi e ripercussioni primarie di un rapporto genitoriale fagocitante.
Sopraggiunte dal fondo di una impronta generatrice dalla quale si originano primordi e prospettive, racconti e intrecci, percorsi e identità futuribili, gli olii su tela dell’artista interrogano l’essenza duale di ogni postulato, la dialettica dei rapporti all’interno e oltre il lessico familiare, i doppi effetti semantici che lasciano emergere la materia sensibile degli elementi visivi.
Le figure prendono il tempo, lo rallentano, riempiendo le domande di un prima e le attese di un poi della fissità e distanza da ogni accadere, di cui permane l’inquieta incomprensione, il frammento di secondo catturato dalla tensione melodica del trascorrere, l’immagine silente trattenuta sulla tela dal segreto di un intimo bisogno: We need to talk. 

BIO
La formazione artistica di Krizia Galfo (Ragusa, 1987) ha subito l'influenza di tre diverse città e percorsi: a Catania si laurea in lettere moderne; a Londra si avvicina alla pittura attraverso corsi brevi presso il Chelsea College of Arts e la Central Saint Martins; a Roma, invece, affina la tecnica frequentando lo studio dell'artista Claudio Valenti e workshop di pittori internazionali come Carmen Mansilla e Vincent Desiderio, arricchendo così il suo percorso da autodidatta. Il suo studio si trova a Roma all’interno dello spazio indipendente Ombrelloni Art Space. 
Negli ultimi anni ha partecipato a diverse mostre tra cui: 2022, Pittura Emergente Oggi – A New Generation, a cura di Cesare Biasini Selvaggi, 21 Gallery, Villorba (TV); 2022, Salon in Sabina. An invitation/an introduction, a cura di Shaun McDowell, Demoni Danzanti, Torri in Sabina (RI); 2022, Visage, Nero Gallery, Roma; 2022, The Milky way - VERA, a cura di Damiana Leoni, Galleria Alessandra Bonomo, Roma; 2022, Unconventional still life, NP ArtLab, Padova; 2021, Materia Nova. Roma ultime generazioni a confronto, a cura di Massimo Mininni, Galleria d'Arte Moderna, Roma.



INFO 
We need to talk
Krizia Galfo
Con testo critico di Eleonora Aloise 
Inaugurazione 2 febbraio 2023 ore 18.30-21.30 
Fino al 9 marzo 2023
Orari: martedì e giovedì dalle ore 18:30 e su appuntamento - prenotare via mail curvapura@gmail.com o whatsapp 3314243004
Curva Pura 
Via Giuseppe Acerbi, 1a - Roma
curvapura@gmail.com


giovedì 26 gennaio 2023

Strazza/CENTO

Guido Strazza, Segni di Roma – Colonne, 1980. Roma, Istituto Centrale per la Grafica

In occasione del centesimo compleanno di Guido Strazza (Santa Fiora – GR, 21 dicembre 1922), pittore e incisore italiano la cui opera ha percorso tutto il Novecento e parte di questo secolo, l’Istituto centrale per la grafica gli rende omaggio stampando una cartella di incisioni tratte da una selezione di matrici originali del Maestro presenti nelle collezioni dell’Istituto.

La cartella è stata presentata venerdì 16 dicembre 2022 alle ore 18.00 alla presenza dell’artista, in occasione dell’inaugurazione della mostra Strazza /CENTO, curata da Luisa De Marinis, Ilaria Fiumi Sermattei, Giorgio Marini e allestita nelle sale del Palazzo della Calcografia. Il progetto di stampa nasce da un’idea della Direttrice Maura Picciau con il duplice obiettivo di onorare la figura di Strazza e di valorizzare il corposo fondo da lui donato all’Istituto, nel 2003 e nel 2015, costituito da oltre 1.300 stampe e 15 matrici originali. Nelle tre sale espositive sono in mostra, oltre alle matrici e i fogli prodotti per la cartella, circa 60 incisioni realizzate da Strazza e donate tra il 1974 e il 2015, tra fogli e libri d’artista, in parte risalenti al periodo del suo insegnamento presso la Calcografia Nazionale. Una ricca varietà di tecniche, tra acquaforte, acquatinta, maniera nera, bulino puntasecca, spesso mescolate, si raccordano con i temi del gesto e del segno a lui cari, come Orizzonti olandesi, Trame quadrangolari, Segni di Roma, ad illustrare la produzione grafica dell’artista conservata nelle collezioni dell’Istituto. Rigore, indagine attenta e creazione sono l’anima della ricerca artistica di Strazza. Ritroviamo questi elementi non solo nelle incisioni, ma anche nella pittura, primo interesse dell’artista. Egli, infatti, si era avvicinato alla pittura in giovane età, entrando a far parte del circolo dei Futuristi italiani ed esponendo in varie mostre di aereopittura con l’amico Marinetti. La passione per la grafica nasce in lui nel 1964, anno in cui inizia il lungo rapporto con la Calcografia Nazionale, grazie alla quale sperimenta oltre alla calcografia, anche la litografia. Infatti, in quel periodo l’artista si stabilisce definitivamente a Roma, dopo aver compiuto numerosi viaggi sia in Italia che all’estero.

DATA INIZIO: 17/12/2022
DATA FINE: 26/02/2023
LUOGO: ROMA – Istituto Centrale Per La Grafica
INDIRIZZO: Via Della Stamperia,6
TEL: +39 06 699801

 ic-gr@pec.cultura.gov.it
https://www.grafica.beniculturali.it/tutti-gli-archivi/eventi/strazza-cento-18636.html

ORARI DI APERTURA Martedì > venerdì 10.00 – 17.00
Ultimo ingresso 60 minuti prima della chiusura

fonte articolo