martedì 29 ottobre 2013

Teresa Pollidori | Focus su Corviale



In anteprima la presentazione del Libro fotografico
Teresa Pollidori. CORVIALE spazi trasfigurati
interverranno:
Mario De Candia | Ivana D’agostino | Giovanni Fontana

Focus su Corviale
Corviale: un progetto architettonico-urbanistico iniziato a Roma nel 1975, pensato come un’ enorme casa popolare dotata di servizi e infrastrutture comuni tali da soddisfare l’idea di programma sociale svolto dall’architettura. Un’idea ripresa in quello scorcio di anni da una certa ideologia di abitazione democratica, sul modello delle Unité d’abitation di Nantes e Marsiglia di Le Corbusier. Un’utopia, evidentemente, considerato il degrado sociale e urbano in cui velocemente cadde Corviale. Una gigantesca struttura di cemento armato popolata da innumerevoli famiglie, che versa tuttora in uno stato di decadimento evidente, sebbene il progetto di recupero di cui la struttura, più di recente, è oggetto, faccia a sprazzi tralignare qualche risultato positivo. L’idea di documentare Corviale venne a Teresa Pollidori dalla sua esperienza di insegnante al Castelletto, succursale della Scuola Media Antonio Gramsci frequentata anche da giovani abitanti del così detto “Serpentone”. Il disagio sociale che leggeva in quegli occhi, l’inquietudine di chi non ha speranze e vive una perenne condizione borderline, la portò a documentare questa “abitazione di frontiera”, dai più considerata un lager romano. Malgrado non sia mai stata presentata al pubblico - tant’è che l’occasione si darà con una ristampa realizzata per questa mostra - Teresa Pollidori, delle foto scattate su Corviale nel 2006, curò nel 2008 la pubblicazione a colori di sedici di esse. Si tratta di foto documento, attente alla restituzione dei volumi e degli scorci – l’artista è anche scultrice e proviene da studi di architettura, pertanto è specialmente attenta alle relazioni tra spazio e proporzioni – ma anche altrettanto obiettive nel restituire il degrado degli ambienti; la sensazione di carcere che si riceve dai cancelli scrostati di passaggio tra gli spazi comuni; lo squallore indicibile delle cassette della posta dalle vernici erose dalla ruggine, sicuramente affascinanti in un’opera Pop degli anni ’50 del secolo scorso, molto meno appaganti in una realtà quotidiana fatta di desolazione e abbandono.
Le quaranta foto che l’artista presenta in mostra presso l’Associazione culturale Tra le Volte, tutte dello stesso formato quadrato 25X25 zummano invece su particolari della struttura di Corviale: scorci prospettici, lunghe fughe architettoniche, molteplici punti di vista, esaltati dal chiaroscuro netto delle ombre intagliate dalla stampa in bianco e nero. Ė un’altro Corviale, questo, artisticamente appagante, bello nelle sue inquadrature, ricco degli echi culturali di certe foto utilizzate da Herbert Bayer per il catalogo della mostra Bauhaus 1919-1928, o di altre, bellissime, di Rodčenko, professore della scuola russa di design, il Vchutemas. Si perde, in queste foto, si dissolve il senso di cattedrale dolorosa che percepiamo in certe fotografie a colori, dove le sinistre altezze in quota di certi ambienti rivelano affacci di finestre che non vedranno mai la luce. Il bianco e nero, l’attenzione focalizzata sul taglio sapiente dell’inquadratura fotografica, il formato stesso dell’immagine, un modulo che si reitera nello spazio, ci inducono piuttosto ad osservare sul cemento armato delle forme dell’architettura di Corviale, le impronte lasciate delle casse--forma in legno, così simili nel risultato estetico alla superficie delle sculture in cemento armato di quegli anni di Giuseppe Uncini.
Le foto montate nello spazio espositivo come corpus installativo che tralascia intenzionalmente la visione sequenziale delle immagini a parete, si accompagna ad un video girato dall’artista insieme a Giulio Mizzoni.in un montaggio che prevede l’alternarsi delle foto di Corviale a riprese girate espressamente sul luogo.
Ivana D’Agostino


La mostra sarà aperta fino al 29 novembre 2013, lunedì-venerdì, ore 17-20

TRAleVOLTE Piazza di Porta San Giovanni, 10 00185 Roma
Tel. 06.70491663 Tel./Fax. 06.77207956 tralevolte@yahoo.it - www.tralevolte.org

ricevo e pubblico:
amalia di Lanno

Gusto Romantico. Opere del XIX secolo dalla Collezione di Alessandro Marabottini a cura di Patrizia Rosazza-Ferraris 23 Novembre 2013 – 21 Aprile 2014 Museo Mario Praz, Roma Inaugurazione venerdì 22 novembre, ore 17.00


Mario Praz (1896-1982) conobbe e frequentò Alessandro Marabottini ( 1926 -2012) a Roma, a partire dagli anni ’50: entrambi clienti degli stessi antiquari, spesso si trovarono a competere amichevolmente per acquistare opere d’arte del XIX secolo. Ancora negli anni ’90, quando ormai Praz era scomparso da anni e la sua dimora era divenuta un museo, Alessandro Marabottini, mostrando ai frequentatori della sua casa fiorentina una piccola tela od una miniatura neoclassica appena acquistata , amava dire “ questa… sarebbe
piaciuta al Professore, a Mario Praz”.
Proprio nel ricordo di queste sue parole il Museo Mario Praz, grazie al fondamentale contributo ed alla
disponibilità della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, può presentare una ragionata selezione di arredi e dipinti, scelti tra quelli che la generosità di Alessandro Marabottini ha voluto idealmente legare agli studenti perugini, affidandone intelligentemente alla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, assieme
alla proprietà, la gestione e la valorizzazione.
La selezione è stata operata scegliendo tematicamente nella collezione Marabottini una serie di paesaggi, di interni e di ritratti cronologicamente affini all’arco temporale prediletto da Mario Praz ed in sintonia con il suo gusto per gli artisti minori ma di gran qualità. Come amava dire lo stesso Marabottini e come Praz avrebbe senza dubbio condiviso, “compro pittura e non pittori ”. Tra questi dipinti spiccano gli ateliers degli artisti, i molti paesaggi e vedute romane, le numerose miniature ed i ritratti di personaggi spesso sconosciuti ma raffigurati con la tipica minuzia nei dettagli degli abiti e delle fisionomie cara al primo Ottocento; non mancano alcune Scene di conversazione che riprendono un tema particolarmente caro allo stesso Mario Praz. Quaranta dipinti, oltre ad alcuni arredi che contestualizzano le opere in una sala che par
prolungare quelle dello stesso museo Praz, vengono quindi esposti al pubblico e presentati in catalogo con schede storico critiche ricche di immagini di riferimento, tematiche ed iconografiche.
Catalogo a cura di Patrizia Rosazza-Ferraris, De Luca Editori d’Arte
Testi in catalogo di Caterina Zappia , Tomaso Montanari e Patrizia Rosazza-Ferraris
INFORMAZIONI TECNICHE
Mostra Gusto Romantico.
Opere del XIX secolo dalla Collezione di Alessandro
Marabottini
Curatore
Catalogo
Patrizia Rosazza-Ferraris
De Luca Editori d’Arte
Sede Museo Mario Praz
Via Zanardelli, 1
Orari di apertura Aperta al pubblico dal 23 novembre 2013
Martedì- domenica 9-14 e 14.30 - 19.30; lunedì
chiuso.
Ultimo ingresso consentito un' ora prima della
chiusura.
Visite accompagnate di 45 minuti, ogni ora, per non
più di 10 persone.
Biglietto gratuito
Informazioni e prenotazioni tel. +39 06 6861089
s-gnam.museopraz.vigilanza@beniculturali.it
www.museopraz.beniculturali.it
Ufficio stampa GNAM
Maria Mercede Ligozzi
Laura Campanelli
tel.+39 06 32298328
Ufficio Stampa GNAM
Tel. 06 322 98 328

pubblica e segnala:
Massimo Nardi

The Disasters - Il tempo della Rinascita, Torino 6 nov 2013


THE DISASTERS - Il tempo della Rinascita - direzione artistica di Sabrina Sottile mercoledì 6 novembre – 26 novembre 2013 Inaugurazione mercoledì 6 novembre 2013 ore 17,00 Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino Piazza Carlo Alberto, 3 – 10123 Torino "Può, il batter d'ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?" Così esordì Edward Norton Lorenz, matematico statunitense (1917-2008), noto per essere stato il pioniere della Teoria del Caos, durante una conferenza tenuta nel 1972 alla New York Academy of Sciences, e questo è stato anche il filo conduttore che ha perseguito la curatrice Sabrina Sottile nell’ideare la mostra di Arte Contemporanea The Disasters – Il tempo della Rinascita. Nel male, ma soprattutto nel bene, sono i piccoli e sottovalutati cambiamenti che possono innescare un effetto domino capace di far crollare prima e rinascere poi, un sistema sociale, economico, culturale ed ecologico. Nel mese di novembre a Torino si terrà, presso la sede della Biblioteca Nazionale Universitaria, un evento espositivo, per ora unico nel suo genere in Italia, dedicato agli accadimenti catastrofici e drammatici che stanno segnando inesorabilmente il nostro tempo. E’ chiaro che in tale contesto l’arte contemporanea, ormai lontana dal voler sublimare la bellezza, diventa un importante ed inedito veicolo per interpretare la realtà che ci circonda. Non più un’arte autoreferenziale che si muove secondo i dettami, a volte discutibili, del mercato, ma un’arte che si riappropria del proprio valore didattico e di divulgazione. Un’arte non più considerata come fine, ma come mezzo al servizio della società stessa. Quello che l’evento The Disasters si propone di fare è utilizzare il veicolo dell’arte per trasmettere un preciso messaggio di denuncia, ma nel contempo di speranza, affinché ogni persona possa diventare consapevole del fatto che qualsiasi “disastro” può e deve essere affrontato e superato. L'arduo compito di denunciare un “disastro" è stato affidato ad un ventina di artisti italiani - pittori, scultori, fotografi e video maker - di calibro nazionale e internazionale. Tra gli artisti presenti spiccano i nomi di Stefano Bressani, Daniel Mine, Maurizio Roasio e Mario Giammarinaro, reduci da importanti esperienze e riconoscimenti all’estero (Inghilterra, Svizzera e Francia) e di StartUp, collettivo di artisti e creativi di nuova formazione, nel cui nome è racchiuso il primario intento programmatico di farsi portavoce di un nuovo modo di raccontare la società contemporanea tramite il potente mezzo espressivo del linguaggio visivo; le loro opere infatti saranno in un prossimo futuro protagoniste di importanti eventi espositivi in Italia e all’estero. I temi affrontati dagli artisti di The Disasters sono molteplici; la violenza sulle donne, l'infanzia negata, la violenza sugli animali, la malattia, l'uso e la produzione di armi, l'urbanizzazione selvaggia, l'inquinamento, gli OGM, il vandalismo, il terrorismo, l'emarginazione, la violenza sulle minoranze etniche, la comunicazione deviata, il disagio mentale, il precariato lavorativo e molti altri ancora. Ad accompagnare i visitatori in questo percorso di “presa di coscienza”, vi saranno Associazioni di Volontariato importanti come l’IPB - International Peace Bureau di Ginevra – già Premio Nobel per la Pace, Lega Ambiente Piemonte e Valle d’Aosta, AVO Associazione Volontari Ospedalieri, Barka Onlus, Bioarmon, Engim Piemonte, Gados Gruppo Assistenza Donne Operate al Seno, Il cerchio degli uomini, Luce per la vita, che testimonieranno, attraverso la loro reale e concreta esperienza sul territorio, come l’impegno etico, sociale ed ecologico possa essere la via di uscita di una situazione ripiegata su se stessa, ma solo apparentemente senza soluzione. Ed è proprio un’Italia positiva e propositiva che questo evento vuole mettere in luce, un’Italia determinata a farsi promotrice del cambiamento. La mostra si fregerà dei Patrocini del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, della Regione Piemonte, Provincia e Città di Torino e quello della Biblioteca Nazionale Universitaria che lo ospiterà. SCHEDA TECNICA Mostra : The Disasters – Il tempo della Rinascita www.thedisasters.it (catalogo scaricabile dal sito) Artisti Collettivo StartUp Amelia Alba Argenziano; Arte-mide; Beppe Bertinetti; Lucia Bianco; Maurizio Burco; Susi Cagliero; Peppe Caldarella; Laura Cerfeda; Maurizio Filippi; Riccardo Fissore; Bruno Gallizzi; Davide Giuva; Marcella Molinini; Nicoletta Nava; Lorena Pellegrino; Barbara Pierno; Diego Pomarico; Federico Rivetti; Fabrizio Roccatello; Francesco Tararà; Artisti ospiti: Stefano Bressani; Mario Giammarinaro; Daniel Mine; Maurizio Roasio; Bruno Stizzoli. Organizzazione: Sabrina Sottile Eventi d’Arte Associazione Culturale; B52 Communication; Fabrizio Fitz Direzione artistica e curatela: Sabrina Sottile Luogo: Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino Piazza Carlo Alberto, 3 – 10123 Torino Inaugurazione: mercoledì 6 novembre ore 17,00 Durata: dal 7 al 26 novembre 2013 Orari: dal lunedì al venerdì 8,00-19,00; sabato 8,00-14,00 Patrocini Istituzionali: Ministero dei Beni e delle Attività Culturali; Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte;Comune di Torino; Regione Piemonte, Provincia di Torino. Associazioni Patrocinanti: AVO Associazione Volontari Ospedalieri, Barka Onlus, Bioarmon, Engim Piemonte, Gados Gruppo Assistenza Donne Operate al Seno, IPB - International Peace Bureau di Ginevra e IPB Italia, Il cerchio degli uomini, Lega Ambiente Piemonte e Valle d’Aosta, Luce per la vita Main Sponsor: Banca Mediolanum. Sponsor: Resinplex, Rita Estetica Avanzata, GIS Gruppo Imprese Sinergiche, Hotel dei Pittori, Gandelli House, Linopassamilvino, Progetto Casa 2000 sas, Studio Dentistico dr.Smurra, Villa Fiorita, VG Informatica. Media Partner:, Archivio, CoolTo Magazine Partner tecnici: Mail Boxes Etc, Sobrio, Informazioni: Sabrina Sottile - cell. +39.333.78.03.792 - mail: www.sabrinasottile.it sab.sot@alice.it Ufficio Stampa : B52Communication info@b52c.com www.b52c.com
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Massimo Nardi

lunedì 28 ottobre 2013

Giuseppe Abate | Il Giudizio universale delle scimmiette


 Il Giudizio universale delle scimmiette di Giuseppe Abate
Cura: Roberto Eduardo Maria Mazzarago e Mariapaola Spinelli.

Il Giudizio universale delle scimmiette è la nuova installazione di Giuseppe Abate presso la galleria LeMuse Factory di Adelfia.
Un lavoro site-specific progettato per il nuovo spazio e per celebrare i tre anni di attività della galleria.
Giuseppe Abate si è formato a Venezia dove si è specializzato in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti, attualmente vive e lavora a Milano.
Benché la sua produzione sia prevalentemente pittorica, l’artista realizza anche delle installazioni site specific.
“Nell’installazione per me lo spazio dev’essere completamente stravolto. Questo progetto - come afferma l’artista - non è nato tutto insieme ma stanza per stanza, con la necessità di staccare il cervello dalla mano come diceva Picasso.”
E di questa necessità di cui parla il genio spagnolo, Abate ne ha fatto virtù, poiché per 20 giorni ha lavorato incessantemente all’installazione, staccando il cervello e dando spazio alla rappresentazione di un vissuto onirico con un risultato che trasporta lo spettatore in un’atmosfera di rêverie che precede lo stato di coscienza.
La prima stanza è quella del gioco, dell’infanzia, ad accogliere lo spettatore un cavallo a dondolo che occupa quasi tutto lo spazio; il cavallo è un giocattolo inutilizzabile per le sue dimensioni e per Abate cela quel senso di inadeguatezza proprio dell’infanzia. A fare da sfondo al cavallo, una schiera di uccellini in argilla e una mela alla parete, bersaglio mancato dalle frecce, unica vittima un tenero uccellino. Poi c’è il corridoio che indica il passaggio dall’infanzia all’età adulta e alla presa della coscienza di sé.
Al centro, la stanza delle scimmiette.
La presenza delle scimmie è stata ispirata da un racconto di Philip K Dick di cui l’artista è accanito lettore. Molta della produzione artistica di Abate ha un punto di partenza preso dal racconto letterario che è poi rappresentato e trasfigurato nell’opera visiva con un risultato che spesso crea strani incroci ibridi tra elementi umani, animali e oggetti.
Ne Il giudizio universale delle scimmiette simbolicamente la razza dei primati, antica progenie di quella umana, si ritrova a giudicare quello che è il destino inesorabile delle cose: La fine di ogni cosa.
Così come la fine di molte delle opere esposte, prima fra tutte il cavallo che sarà distrutto all’interno della galleria con un processo paragonabile a quello industriale dell’obsolescenza programmata dei prodotti.
Nell’ultima stanza, l’apparente tranquillità di un interno di una casa borghese con la poltrona, il tappeto di pelle di orso è interrotta dalle presenza delle armi e da una scatola di fagioli esplosa, feticcio post pop in cui la serialità e l’alienazione denunciate dal movimento pop vengono sostituite dalla critica del declino di un sistema industriale - della fase contemporanea produttiva capitalistica - che trova nella distruzione delle cose, programmata, quel elemento che lo tiene in vita e allo stesso tempo ne decreta la fine, mostrandone tutta la fragilità.
La scatola di fagioli in una trasfigurazione metafisica è la descrizione dello stato impermanente della vita stessa e rappresenta il memento mori - il noto motto latino: Ricordati che devi morire – che incarna tutta l’essenza della mostra che è costruita su un paradosso di base, ovvero la sua ineluttabile distruzione.
Mariapaola Spinelli

INGRESSO LIBERO/FREE FOOD&DRINK

Permanenza: 3 novembre-8 dicembre
info: info@lemusefactory.it
393-9239726 (Roberto Mazzarago)
orario: Lunedì-Sabato 9:30-13:00 18:00-21:30
Giovedì chiuso
Segnala:
amalia di Lanno

Evento di finissage della settima edizione della rassegna Arte a Castello, quest'anno ospite della Delizia Estense del Verginese, antica dimora della famiglia d'Este e Patrimonio dell'UNESCO. La conferenza vuole porre l'attenzione sullo stretto rapporto che intercorre fra Arte e Cultura in un ambiente Economico consapevole o meno della grande ricchezza della nazione, forse in tal senso la più ricca a livello globale. Tra i relatori saranno presenti Massimo Volponi del Portale d'Arte Faro Verde, Alessandro Passerini, art director della Rassegna di Arte Contemporanea "Premio Basilio Cascella", Terry May dell'omonima Home Gallery, l'assessore alla cultura Alex Canella, Fabio Weik, project manager dell'Associazione Culturale Premio Centro, e diverse altre competenze artistiche del territorio e nazionali. Ad incorniciare il tutto una selezione di fotografie, dipinti e sculture della collezione del Premio Nazionale di Arte Contemporanea 'Basilio Cascella', giunto alla LVIII edizione, tra cui Tea Falco (ultima musa di Bernardo Bertolucci e attualmente sul set del prossimo film di Carlo Verdone), Mr Wany e Andrea Amaducci (tra gli artisti/graffitari più conosciuti), Alessandro Passerini (fotografo di Art+Commerce/VOGUE, attualmente promosso dalla Saatchi Gallery di Londra), Alessandro Falco (fotografo della EW Agency di Londra), Marco Pellizzola (artista contemporaneo e docente all'Accademia di Brera), e ancora Luca Zarattini, Elisa Zadi, Giorgio Distefano, Alessandra Carloni, Giulia Magagnini, Matteo Arfanotti, Alessandro Brunelli e molti altri artisti contemporanei affermati ed emergenti. L'evento ha partecipato alla 9^ Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI, ed il tema cardine dell'esposizione è l'economia e il ruolo che l'arte può avere in essa, sia concretamente che ideologicamente. www.premiocascella.it www.saatchionline.com/PremioCascella www.premiobasiliocascella.wordpress....com
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Massimo Nardi

Francesco Catalano | TIGRAY


Nell’ambito del progetto culturale 10x10, dieci artisti per dieci mesi, riformulato in seconda edizione da Amalia Di Lanno, si inaugura venerdì 8 novembre 2013 alle ore 20.00 nella sala espositiva del Laboratorio Urbano Officine Culturali di Bitonto (Ba) la mostra fotografica TIGRAY di Francesco Catalano a cura di Amalia Di Lanno.

TIGRAY è una regione situata a Nord dell’Etiopia, un luogo in cui terra significa sopravvivenza e dove il sacro e l’umano coesistono armonizzandosi in un tutto unico. Ritratti, paesaggi, scene di vita di un popolo è il progetto che Francesco Catalano racconta in questa personale, Tigray, una terra che ama e che ha vissuto nel corso di due viaggi in Etiopia accompagnando il padre agronomo in missione FAO. Esperienza umana, percorso interiore che il nostro presenta e sceglie di sviluppare in un rigoroso bianco/nero, scelta particolarmente vicina al suo modo di comunicare e sentire. Il viaggio in Tigray rappresenta per Catalano una scoperta determinante, si rivela e matura in lui la consapevolezza del mezzo fotografico quale strumento privilegiato di indagine antropologica. Un percorso, quello proposto, che è taccuino di immagini impresse, segni di memoria, linee che tracciano una direzione interna, nascosta, non definita eppure presente. Tra gli altopiani del Tigray, culla primordiale dell’umanità, Catalano inizia un iter inconscio che, di lì a pochi anni, nel corso del secondo viaggio in Etiopia, diviene consapevolezza e scoperta di una esigenza intima e forte, voler estendere il suo sentire, condividere una realtà, una umanità, una socialità; si svela al nostro l’amore per la fotografia e il desiderio di condivisione di un racconto al di là delle parole. In tal senso, Tigray è in Catalano inizio, luogo, vero momento epifanico. Il ritorno in Etiopia rappresenta per il nostro una vera svolta nel rapporto con la fotografia, il viaggio assume la valenza di un rito, tutto risulta connesso all’interno, il fuori è dentro, si muove delineando traiettorie volte alla ricerca, lontane dall’ordinario, dal luogo comune, dal pensiero contaminato e chiuso in un torpore globalizzato. Il progetto proposto racconta e immerge lo sguardo nella ‘dimensione Africa’, in quello spazio in cui il tempo sembra essersi fermato, dove i ritmi dell’uomo sono ancora scanditi dalle stagioni e dalla luce. Catalano conduce l’osservatore in una terra ancora incontaminata, è testimone di sogni e speranze di una civiltà rurale che prova adesso ad emanciparsi e ad uscire dalla propria condizione di povertà. Le caratteristiche geografiche e morfologiche dell'altopiano tigrino hanno contribuito ad isolare la regione; ciò ha determinato una maggiore resistenza della popolazione locale che ha preservato uno stato naturale nonostante l'avvento precipitoso ed aggressivo del processo di globalizzazione. Con altrettanta naturalezza Catalano racconta il suo Tigray, in una serie di immagini articola il percorso non legato esclusivamente all’idea di colore, folklore, ed esotismo ma ad un segno più radicato, segno che il nostro sente fortemente il bisogno di trasmettere con sincerità e rispetto, perché è un dono ciò che lui stesso dice di aver ricevuto umanamente e senza condizioni; pertanto, nutre altresì la responsabilità di dover trasmettere la sua visione, la sua Africa. Il viaggio, in tal senso, diviene reportage di luoghi di umanità; la fotografia assume una valenza sociale determinante mediante la quale condividere storia. Tigray è per Catalano un viaggio di ‘risveglio’, lo sguardo acquista consapevolezza, non è più soltanto l’atto del vedere ma è il sentire, indagare l’interno, aprirsi ed essere presente in tutti sensi, la fotografia che presenta diviene ricerca che scandaglia l’umano, strumento di profonda osservazione antropologica, forza comunicativa privilegiata.


Francesco Catalano | TIGRAY
a cura di Amalia Di Lanno
dall’8 al 29 novembre 2013
Inaugurazione: venerdi 8 ottobre 2013, ore 20.00

Orario visita:
dal lunedi al venerdi
9.00 - 21.00
Ingresso: Gratuito

Officine Culturali di Bitonto
Largo Gramsci, 7
70032 Bitonto (Ba)
www.officineculturali.it
info@officineculturali.it

mediapartner: Ilsitodell'arte

Il progetto 10x10 seconda edizione è realizzato nell'ambito del "Concorso di idee per la selezione e il finanziamento di nuovi eventi culturali innovativi" del progetto Officine Culturali - Centro Culturale di Eccellenza, che ha avuto accesso al finanziamento regionale per il “Sostegno alla gestione di Spazi Pubblici per la creatività giovanile”.


Pagina Facebook progetto 10x10 - Dieci artisti per Dieci Mesi: www.facebook.com/10x10DieciArtistiPerDieciMesi?fref=ts

domenica 27 ottobre 2013

Luigi Massari_LA VERA NAVIGAZIONE E' MORTA

Luigi Massari
LA VERA NAVIGAZIONE E' MORTA
a cura di Andrea Lacarpia
con un intervento sonoro di TERZO FUOCO
giovedì 31 Ottobre ore 18:30
Studio Vetusta, via Carteria 60, Modena
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COMUNICATO STAMPA
Giovedì 31 Ottobre alle 18,30 lo Studio Vetusta presenta LA VERA NAVIGAZIONE E’ MORTA, mostra personale di Luigi Massari a cura di Andrea Lacarpia, con un intervento sonoro di TERZO FUOCO previsto per le 21:30.

L’artista esporrà un’installazione composta da tre dipinti inediti accostati ai materiali collaterali che hanno contribuito a generarli: immagini fotografiche e oggetti sensibili, dispositivi di lavoro per la pittura o strani strumenti musicali, mutati di segno e promossi a residui celebrativi e catalizzatori energetici.
Incrociando i riferimenti visivi alle partiture musicali della performance, il progetto espositivo resta come traccia di una riflessione più ampia attorno ai meccanismi oscuri dei processi creativi, proponendo una sintesi personale di tradizione e contemporaneità

La navigazione antica, la vera navigazione, era essenzialmente una navigazione empirica. Era il senso nautico dei marinai, l’esperienza e la capacità di porsi in ascolto e percepire i messaggi dall’ambiente che li circondava a permettere loro di orientarsi. Senza perdere contatto con il punto d’origine da cui erano salpati.
La vera navigazione è basata sui fattori della ricettività e dell’esplorazione, è un’attività densa di opportunità, ma rischiosa, un’apertura accidentale di possibilità che espone ad errori e ripensamenti. Ma è l’unica navigazione possibile. O forse la sola autentica.

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La vera navigazione è morta, lunga vita alla vera navigazione (Testo di Andrea Lacarpia)

Nel linguaggio del mito la navigazione è spesso rappresentazione del travaglio personale, dei patimenti di ogni uomo che intraprende l’arduo viaggio interiore in cerca della propria identità autentica. Il mare diviene quindi il luogo nel quale temprare lo spirito eroico, il coraggio di fronteggiare le difficoltà della vita, che sia essa personale o sociale. Se la terraferma, come indica la stessa parola, è espressione di una certa stabilità adatta ad ospitare insediamenti umani, il mare invece riporta all’imprevisto e all’idea di caos: la terra può ospitare la civiltà mentre i mari e gli oceani, con le loro imprevedibili correnti e il mistero degli abissi, riflettono i moti dell’inconscio, nei quali a regnare è la follia.
Il mondo greco ha narrato la contrapposizione di caos e civiltà, elemento fondante della cultura occidentale tradizionale, come uno scontro tra divinità: Atena e Poseidone, una divinità della téchne e l’altro dio del mare, lottano come in precedenza fece Zeus contro i l padre Kronos, vinto il quale, il nuovo sovrano degli dei chiuse il ciclo cosmico dei Titani, legato alla natura selvatica, per avviare l’era della tecnica, l’età olimpica. Come erede dei rudi Titani, Poseidone è un prolungamento della forza primordiale proveniente da tempi più antichi, alla quale ora viene relegata una porzione limitata del mondo: il perimetro di essa corrisponde ai confini tra civiltà e caos, ragione e follia.

Ulisse, noto archetipo dell’eroe navigatore, attraversa il mare in balia di un destino mutevole, agitato dai contrasti tra divinità che rappresentano posizioni psicologiche contrapposte: le potenti forze degli abissi gli rendono difficile il ritorno in patria, mentre le forze celesti lo aiuteranno nell’impresa fino al lieto fine del ritorno ad Itaca, compimento della vittoria sul caos grazie all’arte che rende l’uomo “simile agli dei”. La tecnica che assiste Ulisse nel governare un mare ostile non è meramente razionale, ma si tratta piuttosto di capacità di adattamento agli eventi imprevisti associata ad un’impertinente curiosità quasi fanciullesca, quindi un modo d’agire più vicino all’intuizione istintiva che all’attuazione di regole prestabilite, nel quale le azioni variano a seconda delle necessità e del cambiamento del fato.

Se nel mondo greco era l’idea di misura a differenziare civiltà e barbarie, nel mondo moderno, ed ancora più in quello d’oggi, si attua un’inversione tale che il senso della misura e del limite è dileggiato in virtù di una rampante perdita nell’infinito mare del profitto economico. Con la perdita del limite si perde anche la possibilità di scontro ideologico: oggi è annullata ogni possibilità di proporre un’utopia di benessere che non sia legata all’accumulazione del profitto, unica ideologia accettata perché mascherata da anti-ideologia. L’economia ha spodestato ogni valore per assumere un’assolutezza metafisica, nonostante l’apparente razionalità con la quale si presenta.
Il mare nel quale viaggiano i nuovi eroi non è più separato dalla civiltà, ma è un’onda che ha sommerso ogni luogo: l’impresa della rivoluzione, personale come sociale, è impresa ancor più ardua perché tutto è livellato nel fatalismo del denaro, nella logica del debito oramai assunta come incontestabile legge metafisica, quando invece non è altro che uno strumento di controllo delle masse fondato sulla paura.

La capacità inventiva dei naviganti, l’abilità nel fronteggiare le difficoltà interpretando i segni dell’arcaico linguaggio della natura, utilizzando semplicemente il proprio corpo e le proprie percezioni sensoriali, viene indicata da Luigi Massari come mezzo con il quale poter far fronte alla decadenza della civiltà occidentale. Affermando che la vera navigazione è morta, considerando come vera quella libera dalla meccanizzazione del mondo moderno, l’artista non fa altro che ricordarne l’esistenza, che resiste nascosta sotto l’abitudine capitalista, e nel contempo agevolarne la risurrezione: è con l’elaborazione del lutto che si può avviare un nuovo inizio, il quale per la concezione ciclica dell’esistenza è sempre un ritorno all’origine.
Nell’oblio delle acque infinite, dell’indefinito assoluto generato dal mondo del capitale, appaiono vascelli spettrali che indicano una speranza, la possibilità che si crei un nuovo limite, in altri termini una nuova avanguardia, senza essere fagocitati dalla palude nichilista della mancanza di valori. Lo spirito che anima queste imbarcazioni non è quello nostalgico o totalmente rivolto ad un futuro luccicante, ma è quello di una sospensione temporale. Si tratta di affioramenti che emergono dall’impalpabile dimensione psichica, ologrammi di una defunta realtà che fu integra, oramai smembrata in più frammenti, che torna dapprima come immagine incorporea, per poi farsi sempre più definita e reale. Un territorio dalla sospensione onirica, una terra di mezzo nella quale elaborare un nuovo modo di vivere la realtà, e nella quale unire in modo organico unità e molteplice, tradizione e contemporaneità. Luigi Massari assembla i frammenti che insieme compongono la civiltà occidentale, salvandoli dall’oblio, tratti da una realtà liquida da governare e nello stesso tempo assimilare, estrapolando da essa un pensiero ed un modo d’essere che sia stabile e fluido allo stesso tempo.
Liberandosi dalle superfetazioni del tempo e squarciando il pesante velario che nasconde la luce divina, l’archetipo torna nella sua essenza scevra da condizionamenti, mostrandosi nella sua verità originaria, irrompendo come un’epifania.

Andrea Lacarpia
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amalia di Lanno