giovedì 1 maggio 2014

Festival Fotografia Europea 2014


Festival Fotografia Europea 2014

Vedere. Uno sguardo infinito
dal 2 al 4 maggio 2014
mostre fino al 15 giugno

Luigi Ghirri ha fatto scuola, non c’è niente da dire. Le sue immagini, proprio per la loro forza convincente, sono diventate “icone” – come stigmatizza la sezione più importante della mostra partita dal Maxxi di Roma e che costituirà un grande evento di questa nona edizione di “Fotografia Europea” – e hanno ispirato fotografi che ne hanno sviluppato gli spunti in molteplici direzioni; il suo sguardo, il suo processo di lavoro, le sue “carezze fatte al mondo” – come dicevano lui e Gianni Celati delle fotografie di Walker Evans –, la sua “metafisica” italiana, le sue tematiche ricorrenti sono diventati delle cifre riconoscibili che hanno aperto vie che altri hanno voluto seguire; il suo progetto di “nuovo paesaggio italiano” e la sua stessa posizione di lateralità – Italia ai lati è uno dei suoi titoli più famosi –, di equilibrio tra le agitazioni delle avanguardie e la passione degli amatori, la sua sicurezza anche, che molti suoi scatti presuppongono, hanno inciso nel modo di voler essere di molti fotografi. Ghirri ha rappresentato, personificato, in senso forte, tutto questo e molto altro. Ma perché ribadirlo oggi? Perché è realmente molto sentito di nuovo oggi?
Perché oltre a tutti gli aspetti che abbiamo elencato di lui e della sua opera tutti, tornati attuali, a noi interessa in modo particolare il fatto che oggi si possa forse interpretare il suo “pensare per immagini” – la sintesi più nota del suo percorso e il titolo della mostra a lui dedicata – come qualcosa che si avvicina a quello che potremmo indicare come un “puramente visivo”, un annuncio di una versione del “pictorial turn”, per noi nel solco e con qualità di sintesi di quanto “Fotografia Europea” ha cercato di rintracciare e delineare in tutte le sue edizioni.
Pensare per immagini significa allora che anche il pensare non è più lo stesso, perché non possiamo limitarci alla ricerca e alla codifica di una grammatica della visione, ma siamo chiamati ad aprirci a un visivo, dove le immagini non si limitano a provocare pensieri, ma li evidenziano nella loro autonomia, li svolgono e li organizzano in modo diverso dalle parole. Significa soprattutto che tra pensare e vedere non vi è un legame scontato, un diretto passaggio dall’uno all’altro, quanto piuttosto uno scarto, una sospensione, una diacronia, che declina in tutta la loro peculiarità quelle che chiamiamo “immagini”. Le fotografie ci fanno vedere cose mai viste, ce le fanno vedere diversamente, ci fanno vedere ciò che gli altri di solito non notano o in un modo che abitualmente non immaginano, ma soprattutto ci fanno vedere nel senso di un invito a guardare, a disporsi allo sguardo, a lasciare che lo sguardo guardi per noi, che colga ciò che l’immagine ha di peculiare, di intraducibile, di incolmabile e di come venga a far parte della nostra mente, della nostra memoria, come del mondo che viviamo.
È proprio la nascita della fotografia ad averci insegnato tutto questo , a farci vedere il mondo come il punto sorgente delle immagini e a guardarlo con cura, a trovare il risvolto etico dello sguardo. La fotografia non si limita infatti a immobilizzare lo sguardo, ma lo trattiene restituendogli un movimento, un controtempo che lo assorbe in se stesso e lo restituisce all’incanto della sua visione. Immagini che rivelano l’infinità del mondo e l’infinita interna dello sguardo. Il tutto riflesso, per un attimo senza fine, nei nostri occhi, che si fanno specchio del mondo.


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