giovedì 9 novembre 2023

Paolo Fichera. Interiormimetico


Sarà inaugurata il 9 novembre 2023 alle ore 18 la mostra Interiormimetico dell’artista Paolo Fichera, curata da Laura Catini per le iniziative di Micro. La pittura di Paolo Fichera è narrazione mimetica dei passaggi interiori del sé, come individuo, all’interno della sfera del quotidiano. Paolo Balmas nella sua presentazione critica della personale alla Cripta del Collegio di Siracusa (1989) afferma “…L’opera, dunque, lo attende ed è vera quanto egli saprà essere vero. La comunicazione, il coinvolgimento dell’altro, è funzione diretta di questo impegno di verità, di un livello di definizione che l’artista non conosce in anticipo e di cui, comunque, conoscerà sempre e soltanto un equivalente, l’equivalente costituito dalla propria stessa personalità…”.

L’esposizione Interiormimetico è prova consistente di quella dimensione d’interno-esterno, di cui si nutre il fare pittorico dell’artista.Inoltriamoci nel testo critico di Laura Catini, per meglio afferrare la consistenza del suo operato e dei lavori che saranno esposti in mostra.

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Nei corridoi mimetici dell’io
di Laura Catini

Il ticchettio silenzioso di una frazione temporale, fissata nell’atto del tocco del pennello, avvolge un’olimpica stasi, in cui il respiro si fa denso e stipato da un setacciamento irruente di scrigni, ove incalzano e si agguantano le plurime soggettività, le sfaccettate sessualità, le fantasie composite e un quieto rimpatrio alle attitudini delle origini. Una salvezza tinge una sincera tempra e replica un polisemantismo psicanalitico. È tra le velature del colore che si possono vagliare i minimi depositi di un sentire che sfugge alla sublimazione freudiana. Così, l’iconico quadro sopra il sofà - che tanto si attiene alle tendenze estetiche contemporanee - viene scongiurato dallo spirito corvino di una convulsa metafisica della puerizia. La stretta nell’emergere di una modalità critica e rivisitata con la lente della psicoanalisi nella luce modernista del Ventesimo secolo è pregna di una tenue commozione che si rinnova nel linguaggio pittorico del nostro. Bus (2019) è metafora primaria di una ricercata contiguità d’animo negli aspetti collettivi della vita, e alieni da un puro contesto domestico. Si fa ingresso nella sfera intima di un locusinteriore che ci riconduce simultaneamente tra le quattro pareti del nostro abitato. Immaginiamo dinanzi a noi, seduti sul divano, quell’arazzo e quel tavolino del nostro abitacolo familiare. Eppure, il giovinetto è ben saldo sulle gambe, nel mezzo di un bus e reca con sé gli indumenti o fardelli che lo hanno sospinto a una chiara veduta, quasi una predestinazione spettante all’uomo della folla. La sua vista strega lo scorrere, nelle nostre arterie, in un’interrogazione di un fatidico trascorso. Quello sguardo fanciullo rimane avviluppato dall’alterità delle esperienze decorse che annettono, nella loro voragine inghiottitrice, la spazialità della tela, in un soggetto adulto che contempla nell’altrove la domanda di solitudine che è patrimonio individuale e flagello comunitario. L’immaginario occidentale è vagliato nello spaccato di un realismo ontologico e metempirico che si forgia e si contamina con un neoespressionismo e con un simbolismo degli elementi. L’artista si astiene dai cavilli della pittura colta, dell’apparenza e della convenzione per sugellare l’appartenenza ai moti dell’animo, senza mai ricorrere a un loro diniego. Tuttavia, non è facile estetica, ma faticoso prelievo nelle stratificazioni consce e subconsce di un ioscandagliato nei suoi avvallamenti inconfessati. La realtà irresoluta si permea di una distesa inflessione nell’ultima produzione, in esposizione. Il pittore americano Robert Henry ha esplicitato che “L’arte è la donazione da parte di ciascun uomo della sua testimonianza al mondo. Chi desidera donare, ama donare, scopre il piacere di donare”. L’artista prima del suo trasferimento nell’Urbe, nel 1968, si appropria delle contaminazioni di una vita a contatto con la civiltà contadina, in cui vizi e virtù e una profondissima umanità incalzano nel trascorrere giornaliero di un imperturbabile accoglimento delle proprie limitazioni. Afferma Paolo Fichera “... la bellezza (è) sempre più simile a quei bambini che non riusciranno a vedere mai un grattacielo, leccandosi le dita dopo aver mangiato un hot dog ai piedi del David di Donatello”. Alla fine degli anni Novanta, il sintetismo concettuale degli anni Ottanta è nuovamente dissimulato dall’artista per un’inclinazione connaturale all’azione pittorica. L’arte muta in mezzo per fare ingresso, secondo una modalità simpatetica, all’esperienza di civiltà straniere. Jhon Dewey esemplifica che “Esse (le arti) provocano un ampliamento e un approfondimento anche della nostra esperienza, rendendola meno locale e provinciale via via che, per loro tramite, afferriamo gli atteggiamenti che sono alla base di altre forme di esperienza”. L’operaPaesaggio (2020) ci accoglie nella sua contraddizione visiva, nel suo posizionarsi alla fine di una discesa di un corridoio vetrato e, in sincrono, impegnando lo sguardo in una movimentazione di “sotto in su”, essendo una finestra su reminiscenze private, una terrazza di un grattacielo. Si espongono le fragilità di un derma quasi inconsistente che pone l’esperienza comune alla mercè di un’apatia stereotipata e priva di pensiero. Incontrare l’oppressione, indotta dal circostante e dai suoi elementi, ci priva da un’imprudente insensibilità e indolenza che ammettono tale esperienza come normalizzata e conducono all’offuscamento di una rilevanza della struttura pratica comune e delle sue separazioni di percezione sensibile. In Primavera (2019), una notizia trascina, con zelo, l’attenzione di un uomo e una donna in una reviviscenza di ascolto compartecipato. Si traccia, nel presente, una cura verso il recondito, in cui una coppia atemporale è attrice di un teatro senza spettatori e in cui il transitorio sosta solo pochi attimi, per dipoi dissolversi.Leda e il cigno (2020) è metaquadro che raccoglie la nota citazione del soggetto mitologico. È protagonista principe dell’intera raffigurazione, in cui il ciglio è accompagnato dalla direzione del tracciato pedonale. Lo straniamento apportato, tramite l’inserimento di ricorrenti fenditure, in forma di porte, finestre, schermi di televisione, particolari ornamenti parietali fisici o immaginativi che percorrono la duplicità allestitiva tra esterno e interno, occupa la parabola dell’artista. Il sonetto di William Butler Yeats, dal titolo omonimo, fonde il realismo psicologico con una visione mistica che la critica e femminista accademica e sociale americana Camille Anna Paglia definisce “il più grande poema del Ventesimo secolo” - e aggiunge - “tutti gli esseri umani, come Leda, sono coinvolti momento per momento nella ‘corsa bianca’ dell’esperienza. Per Yeats, l’unica salvezza è la forma e l’immobilità dell’arte”. Certo è che il mito ha lasciato un significativo dubbio sulla versione veritiera e univoca del mito. In alcune versioni, Elena non è figlia di Leda, bensì di Nemesis, la dea che incarna il disastro infuso a coloro che patiscono per orgoglio estremo o per hybris. In Set, un uomo si affaccia al di là di un sipario tendato che delimita un interno-esterno fisico che è sintomatico e del medesimo binomio interiorizzato. Intravede due individui lontani, e altrettanto vicini, transitare per isolati corridoi esistenziali. L’osservatore, esterno dalla narrazione soggettiva dell’artista, rileva - ancora una volta - due metaquadri che, singolarmente, ragguagliano distinti istanti di storie individuali. Due scene illustrano il fenomeno ottico-visivo in prossimità di una coppia colloquiante,Intervista (2017) e Al bar della stazione (2021). Nel primo flashback, la veduta esterna di distruzione e di vestigia di vecchi trofei automobilistici di uno sfasciacarrozze sulla Tangenziale è mimesi intestina di un’inframmettenza che preclude, in una celata inibizione del sé, la possibilità di interconnettersi e di raggiungere repliche autentiche e provenienti dai precipui abissi dell’io. Nella seconda rievocazione, durante la sosta dal viaggio in un fast-food, è sempre lo sguardo di una donna-madre, generatrice della vita e delle sue future coscienziosità, a guidare l’osservatore verso l’immaginazione che accende, nel riquadro dell’anima, il ricordo d’infanzia, nel cui andito è posto un tendaggio come quinta della mente in continua peregrinazione. In un corridoio psichico, si scopre Seminterrato(2019), in cui le ombre dell’affezione e della coscienza gettano una ritmicità cardiaca nella discesa delle scale e nell’ingresso in quella porta misteriosa che sembra traboccata, senza por tempo in mezzo, dal famoso volume di Lewis Carroll. A un luogo intimo corrispondono le opere di carattere privato dell’artista. Sul fondo, a destra di un tendaggio, si situa LCD (liquid crystal display, 2023), attimo successivo al risveglio mattutino, raffigurato in Ciao (2018), in cui l’artista si autoritrae dietro un sipario, questa volta rosso, disinteressato dalle fantasticherie di un trascorso e di un presente malinconico, al quale privilegia la fantasiasine tempore, dettata dal gioco libero della solitudine, in un palcoscenico surreale. Proseguendo il camminamento, in Attesa (2020), una ragazza pensierosa, nella propria stanza, spia al di fuori della finestra il trascorrere del tempo metaforicamente delineato dal passaggio di un veicolo, i cui fanali posteriori illuminano una nebbia viscerale. Gli scorci routinari riportano la nostra memoria alle opere hopperiane di riferimento al realismo degli interni di Edgard Degas. Pregevole gioiello in mostra è sicuramente La tela bianca (2020), in cui il metaquadro, in una prospettiva centrale, si moltiplica in uno spazio indefinito e nei confini incerti di una folta nebbia che campeggia nel perno della parete. Sulla destra, oltre una porta o l’immaginario, si intravede un uomo di spalle. Soggetto “protagonista”, la donna potrebbe non essere contemplata, effettuandosi una vera e propria metempsicosi nel corpo del visitatore. All’opposto, una serie di opere parla di intermezzi che, dalla solitudine, ci consegna una presenza-assenza di coppie. Laura (2023) chiude l’intero ciclo allestitivo, con uno sguardo di curiosità verso un mondo altro che getta un cardine utopico nell’aere confinante e nel nuovo avverarsi epocale.

INTERIORMIMETICO
Paolo Fichera
Dal 9 al 16 novembre 2023
Curatela e testo critico di Laura Catini

MICRO / Roma,Viale Mazzini 1 
Info: +39 347 0900625
info@microartivisive.it

Spells di Francesca Romana Pinzari

Curva Pura è lieta di presentare la personale di Francesca Romana Pinzari, Spells, a cura di Nicoletta Provenzano, che inaugura un nuovo ciclo di opere dell’artista, dove la parola ripetuta in forma geometrica sacrale si lega ad un intreccio di organi vitali, divenendo un universo di figure linguistiche e corporeità dal ritmo vibrante. 

Con questo ciclo di lavori Pinzari unisce alla propriaricerca filosofica e spiritualeun suo ritorno alle origini, attraverso la purezza del disegno, spaziando tra anatomie fantastiche, concetti di geometria sacra e diversi tipi di mantra. Una mostra atipica per quest’artista che ha ideato un progetto site specific, pensato appositamente per lo spazio di Curva Pura. 

Emblematicamente suggerito dal titolo Spells, incantesimi, ma anche radice della parola Spelling, grafia, l'esposizione conduce l'osservatore nell'incanto del linguaggio scritto, come sottolinea l'artista:

«Credo fortemente nel potere della parola pronunciata o scritta. Le parole sono veri e propri incantesimi che spesso lanciamo in maniera totalmente inconsapevole. Attraverso la parola possiamo creare e modificare la nostra stessa realtà, la sua vibrazione influenza anche la materia circostante e la ripetizione costante di un mantra calma la nostra essenza, aiuta a mantenerci nel presente e può anche avere effetti curativi. I nostri organi interni risuonano all’unisono con la vibrazione di un mantra, la nostra mente si rasserena, il corpo si rilassa e nel mentre ci nutriamo di un concetto che facciamo nostro fin dentro le ossa e le viscere». 

I simboli della geometria sacra, già presenti in forma accennata nei suoi precedenti lavori, spiccano ora con meticolosa attenzione al centro delle opere attraverso la ripetizione di mantra scritti pazientemente con pennino e calamaio centinaia e migliaia di volte in piena concentrazione. Come in una lunghissima performance, un rituale intimo e sottile evidenzia gli eleganti fraseggi multilingue in corsivo, accordati in movimenti lineari regolari, per poi farli attraversare da intrighi di formazioni organiche che, in un improvviso caos, spezzano il rigore apparente dei segni grafici.

Nella delicatezza e porosità del supporto cartaceo, scrittura e pittura creano, dalla dualità, un’unità dinamica e continua che appare come realtà intrinseca in rapporto di reciprocità tanto fisica, quanto cerebrale. 
Le opere, nella spontaneità di nodi pittorici e nell'esattezza formale di costrutti verbali, tracciano una mutua congiunzione, un entanglementtra natura e cultura. 

La mostra Spells è un invito a immergersi nella figurazione di una natura umana intricata in una sostanziale unità, dalla quale ogni opposizione duale ha origine. 

Parte delle opere in mostra sono l’impronta ispirativa dell’ultima serie di T-shirt dipinte a mano realizzate dal brand G.I.O.V.E., in collaborazione e joint venture con l’artista e l’Associazione Donne For Peace ETS per il Progetto UPE4INCLUSION - UCRAINIAN PEOPLE EMPOWERMENT FOR INCLUSION, che verranno messe in vendita tramite asta libera nell’evento di presentazione del brand, previsto per il 24 Novembre 2023, e il cui intero ricavato sarà devoluto a sostegno delle profughe ucraine. 


BIO
Francesca Romana Pinzari nata a Perth, (Australia) Vive e lavora a Roma. Lavora con video, installazione, performance, scultura e pittura. La sua ricerca parte dal corpo per parlare d’identità fisica, culturale, politica e religiosa. Concetti come la violenza domestica, diversity e radici culturali vengono affrontati con un approccio di stampo performativo che porta l’artista alla realizzazione anche di manufatti scultorei, pittorici o installativi di diversa natura a seconda del progetto espositivo. Espone in numerose gallerie e musei tra i quali: i Musei di Kajaani, Kokkola e Kotka in Finlandia e il Kunsthalle di Bratislava in occasione della mostra Transition of Energy - Palazzo Penna a Perugia per “tempo liberato’ curata e ideata da lei stessa - il Museo Galeria Miejska BWA Bydgoszcz in Polonia durante la Performance Night - il MACRO Testaccio Roma per la mostra Catarifrangenze, - il Kunstquartier Bethanien Museum di Berlino nell'ambito di una project room di 24h creata in occasione della mostra Arty Party e - il museo di Arte contemporanea di San Paolo in Brasile per la mostra di arte italiana ALEM - Palazzo ducale di Gubbio e Villa Croce a Genova per la mostra Visibilia - al 67 Gallery a New York - all’open studio della SVA a New York tramite il premio giovani artisti del comune di Roma.

INFO 
SPELLS
Francesca Romana Pinzari
a cura di Nicoletta Provenzano

Inaugurazione 9 Novembre 2023 ore 18.30-21.30 
Fino al 9 Dicembre 2023

Orari:martedì e giovedì dalle ore 18:30 e su appuntamento 
prenotare via mail curvapura@gmail.com o whatsapp 3314243004

Curva Pura 
Via Giuseppe Acerbi, 1a - Roma
curvapura@gmail.com

domenica 5 novembre 2023

Gianluca Patti. Diario di un sognatore

Azzurro frequencies , 2019

Fino al 26 novembre 2023, Fondazione Stelline ospita la mostra personale di Gianluca Patti DIARIO DI UN SOGNATORE, a cura di Alessandra Klimciuk. Il percorso espositivo racconta, attraverso oltre trenta opere e quattro installazioni, la ricerca artistica di Gianluca Patti, che indirizza verso colore e materia la sua capacità di espressione e la sua visione del mondo. 

Per comprendere pienamente le opere di Gianluca Patti dobbiamo includere il suo vissuto personale e la memoria di queste prime esperienze di visione, in cui l’orizzonte che immaginiamo è quello che vediamo. La densità di questo racconto esistenziale insieme alla scelta di materiali evocativi del suo passato familiare diventano elementi imprescindibili per entrare nel suo processo artistico e comprenderne l’unicità. Prodotti cementizi, resine e pigmenti, ma anche reti da cartongesso e fogli di pluriball, in memoria e onore del lavoro paterno, vengono decontestualizzati e riutilizzati per costruire opere stratificate e scultoree con una griglia visiva che è la sua lente sul mondo.

Il mondo monocromatico filtrato attraverso l’esperienza unica vissuta da bambino quando entrava e usciva dagli ospedali – il suo primo disegno è una macchia nera – diventa nella sua espressione matura un’esplosione di colori. Il colore e la luce delle sue opere nascono, però, da quel buio e lo conservano per sempre. Un riconoscimento dell’artista al valore profondo della sua esperienza, come di ogni esperienza vissuta, anche quella più dolorosa, con cui riconciliare la forza e la fragilità nella propria resilienza.

E se parliamo di colore e di visione – come ci ricorda la curatrice Alessandra Klimciuk nel testo in catalogo - rimane indimenticabile e necessario l’insegnamento di Josef Albers e la sua teoria del colore, sviluppata durante le lezioni al Bauhaus e pubblicata nel volume "Interazione del colore” nel 1963, con cui ha affinato una pratica per sviluppare l'occhio per il colore, quella sensibilità per la luce e le tonalità che il solo studio teorico dell'ottica e dei sistemi cromatici non può in alcun modo regalare. Attraverso il colore imparare a vedere il mondo. Ma anche ad ascoltarlo, perché nella sinestesia il colore ha un suono e la sua funzione è evocativa, permettendo la connessione tra l’artista, i ricordi e la dimensione del sogno.

É lo stesso processo artistico di Gianluca Patti, con la stratificazione della pittura e la struttura a griglia, a fare affiorare liberamente in superficie elementi sottostanti, quasi fossero ricordi ed emozioni del passato. Il percorso espositivo accompagna il visitatore in questa ibridazione sensoriale, immersi nella dimensione del sogno e delle armonie cromatiche. Le opere monocrome si alternano a quelle policrome, il grande formato alla piccola dimensione. Come una danza sinestetica in cui l’alternanza di suoni, colori e percezioni fa emergere un mondo immaginifico di emozioni, ricordi e sogni. Ma è Gianluca Patti a dirigere l’orchestra con maestria e conoscenza della materia e del colore.

Le opere in mostra raccontano questo viaggio autobiografico di ricordi ed emozioni, come l’installazione The point of view, evocativa dell’orizzonte osservato attraverso la ringhiera del balcone di casa da Gianluca bambino che, guardando il cielo e i suoi colori crepuscolari, sognava ad occhi aperti. L’opera vuole essere una trasposizione di quegli spazi di cielo, un invito per chi osserva ad andare oltre e di porsi di fronte alle cose cambiando sempre punto di vista. The game è un invito a fare la prossima mossa nella partita a tris evocata dall’opera, perchè come ci ricorda Bernard Shaw: “l’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare”. The Star è un omaggio al luogo delle Stelline, ma anche un pensiero rivolto ai cieli stellati, ai desideri, e alla notte che porta con sé il buio generatore di immagini. 

La mostra organizzata da Fondazione Stelline con il patrocinio di Regione Lombardia e Comune di Milano, è stata realizzata grazie al supporto di Isorropia Homegallery, Amaro Lucano, Drama Resine, Marie Danielle, Fontana Grafica, Ottica Barzaghi, Milky Way, Leontis Real Estate, Vitavigor, Talking Nat, All Flying Services e BIANCHIZARDIN Contemporary Art.

A supporto della narrazione sarà pubblicato un catalogo con testi di Alessandra Klimciuk e una sezione dedicata alle installation view.

“Sono sempre stato un sognatore, fin da bambino, da piccoli è più facile,
ma la curiosità può essere coltivata e lo stupore fa si che lo sguardo resti vivo.
Il mio è un invito a non smettere mai di sognare e di credere nelle proprie idee”
Gianluca Patti

Gianluca Patti è nato nel 1977 a Monza, vive e lavora tra Monza e Milano. La sua ricerca è incentrata sullo studio del colore e della materia quali strumenti di narrazione del vissuto personale e della dimensione temporale. Lo studio da autodidatta della storia dell’arte ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della sua ricerca artistica: all’inizio del proprio percorso si appassiona al lavoro pittorico di grandi artisti quali Pollock, Vedova, Basquiat e Richter, approfondendone l’equilibrio cromatico e cercando un proprio approccio unico al colore, nell’ambito di una personale ricerca in continua evoluzione. Il lavoro di Gianluca Patti è stato esposto in diverse mostre personali e collettive, ed è entrato a far parte di collezioni di arte contemporanea di rilievo. L’approccio trasversale dell’artista l’ha portato inoltre a collaborare alla realizzazione di scenografie nel settore pubblicitario e dell’interior design e ad essere selezionato per progetti d’arte e impresa.


Gianluca Patti, installation, ph. Maurizio Pavone
GIANLUCA PATTI
DIARIO DI UN SOGNATORE
A cura Alessandra Klimciuk
22 ottobre - 26 novembre 2023

Orario: martedì – domenica, h. 10.00-20.00 (chiuso il lunedì)

Ingresso gratuito
Fondazione Stelline, c.so Magenta 61, 20123 Milano 
Info: mostre@stelline.it | stelline.it
Facebook: @fondazionestelline
Instagram: @f_stelline

Ufficio Stampa Gianluca Patti Ufficio stampa Fondazione Stelline
Laura Cometa Il Cigno Nero | Mario Marchi +39.3483713915 
+ 39 3271778443 Marianna Montanini +39.347.2317285
lauracometa.press@gmail.com ufficiostampa@stelline.it


sabato 4 novembre 2023

Siamo monadi, siamo nomadi

C. Rotta Loria , Superficie a interferenza luminosa, C 1x23 SU 24 abcd SU BIANCO, 1996 (Medium) 


Il Tomav Experience, Torre di Moresco Centro Arti Visive, in collaborazione con la Fondazione Filiberto e Bianca Menna (Salerno-Roma) e il Museo Venanzio Crocetti (Roma) è lieto di annunciare Siamo monadi, siamo nomadi, esposizione collettiva negli spazi della Torre di Moresco dal 11 novembre al 10 dicembre 2023.

Tomaso Binga, Marco Cingolani, Max Coppeta, Sabino De Nichilo, Christian Leperino, H.H. Lim, Pierpaolo Lista, Melissa Lohman, Patrizia Molinari, Lívia Moura, Claudio Rotta Loria, Emma Pavaloaia, Luca Piovaccari, Paolo Radi, Fiorella Rizzo, Antonio Secci, Simoncini.Tangi, Florin Stefan, Adrian Tranquilli, Narda Zapata.

Riprendendo le unità elementari, semplici e indivisibili, che nella filosofia pitagorica rappresentano l'elemento primo matematico dell'universo, idea ripresa poi da Giordano Bruno per articolare un discorso sull'unità psicospaziale indivisibile dell'essere con le cose della natura e con Dio, naturalmente in opposizione all'atomismo democriteo e che con Leibniz diventano centri di forza o di coscienza, Siamo monadi, siamo nomadi presenta un racconto che centra l'attenzione sulla solitudine del pensiero che pensa e che nel pensare elabora dispositivi disposti a preoccuparsi di menti, a creare alternative, a disegnare vie di fuga nei confronti di bugie metalliche e bistecche politiche insapore.
Siamo monadi, siamo nomadi vuol dire nello specifico di questa esposizione siamo mondi che fanno mondi, accettiamo la nostra preziosa unicità e la trasformiamo in riflesso ciclico di un pensiero infinitesimale che dà vita a interminabili scintille di stupore dalle quali sgorga un autonutrimento riflessivo il cui volto mira fondamentalmente a esercizi di disobbedienza, intesi con Umberto Eco come pratiche critiche di diffidenza quotidiana nei confronti dei poteri costituiti, degli annunci in scatola, delle marmellate televisive o anche dei vari notiziari liofilizzati.
Isole brillanti di esistenza, gli artisti non solo sono infatti monadi luminose del mondo che pongono sulla piattaforma del tempo domande a cui non dànno alcuna risposta, ma si presentano anche come esseri, come pensieri in stupore appunto, come studiosi solitari il cui sguardo è capace di cavalcare il pulsante presente e di far coincidere il chiuso, che non è mai un chiuso, con l'apertura all'aperto dell'altro. Monade e nomade che si sposta da un luogo a un altro, da un interesse a un altro interesse, da un bordo di tempo a un altro bordo di tempo, l'artista è preso dal raptus dell'urgenza planetaria, segue la via lattea dell'intuizione e la modera con regole interne a giochi linguistici che spiazzano, che si tessono lungo la poetica dello sdvig (termine che alla lettera significa dislocazione, smottamento), per attirare l'attenzione su opere che si presentano sempre come un teorema o come un rebus da svelare.
I lavori dei venti artisti scelti per questa esposizione sono dunque mondi apparentemente chiusi ma pieni di finestre dialogiche verso l'esterno, corpi che costituiscono la potenza attiva (l'ἐντελέχεια direbbe Aristotele, entelechia) di un discorso che non si interrompe e che invita il pubblico a seguire tracce e interstizi, ad attraversare soglie per trovare anche altri discorsi e avviare altre riflessioni.


Titolo: Siamo monadi, siamo nomadi
dall'11 novembre al 10 dicembre 2023
a cura di Antonello Tolve
Tomav Experience, Centro Arti Visive
Sede: Torre di Moresco, Tomav Experience, Centro Arti Visive
via Torre Eptagonale - 63826 Moresco (FM)
Opening: sabato 11 novembre ore 17.30
Orario: sabato e domenica, dalle 17:00 alle 19:00 o su appuntamento
Per info: +39 0734 259983 | +39 351 5199570
Facebook: https://www.facebook.com/TorreMorescoCentroArtiVisive/


Teresa Dell'Aversana. Sulla soglia

Teresa Dell'Aversana _Sulla soglia_Marmo, vetro e resina trasparente, cm.160x140, 2018

Adec Arte a Milano presenta Sulla soglia di Teresa Dell'Aversana da sabato 4 novembre 2023 a sabato 6 gennaio 2024. 

Dopo il primo anno di attività, il progetto Adec Arte si evolve e si trasforma per inserire le sue vetrine su strada, aperte 24 ore su 24 allo sguardo dei passanti, in un nuovo concetto e una nuova proposta di fruizione, maggiormente innovativa e partecipativa.

Dal 4 novembre parte, con la mostra Sulla soglia di Teresa Dell'Aversana, un nuovo ciclo di esposizioni tutte al femminile che, come dichiara Carla Maria Russo, scrittrice e cofondatrice di Adec, hanno "l'ambizione di spostare sempre più in là i confini della sperimentazione e della ricerca di linguaggi nuovi, che puntino a incrociare e fondere fra loro i vari generi in cui l'arte trova espressione."

Le opere di Teresa Dell'Aversana in mostra nelle vetrine di Adec Arte appaiono diafane, di un candore etereo in cui i materiali sembrano rimescolare la storia dell'arte e il concetto corporeo. Le sue sculture- installazioni accostano le forme morbide della classicità ma ne svelano solo una porzione come tracce indelebili di un passato che vuole la forma assoluta pari all'essenza. E' qui che interviene l'artista ad assottigliare la materia attraverso la trasparenza. Il marmo si plasma in vetro e la resina scopre il contemporaneo, le curve scompaiono come sommerse in un latte amniotico, solo tracce, quasi ossee galleggiano in superficie. Le impronte lasciate dai corpi di Teresa dell'Aversana affascinano e rapiscono per la loro impalpabilità, guidano verso un viaggio che è di scoperta e di indagine introspettiva mentre lo spazio sconfina all'infinito. La mostra è un invito alla pausa e alla riflessione durante l'andirivieni quotidiano, uno stimolo alla bellezza e alla delicatezza attraverso il linguaggio universale dell'arte.

Teresa Dell'Aversana è un'artista atellana che vive e lavora vicino Napoli. Diplomatasi all'Accademia di belle arti, l'artista porta avanti un percorso di sperimentazione che la vede utilizzare diversi materiali come legno, marmo, plastica, resina e vetro e tracciare mappe di nastro adesivo sul suolo di un antico edificio agricolo, che accoglie il suo studio, definendo così gli spazi delle sue realizzazioni. Li attraversa cercando ispirazione, tempi e luoghi per le sue opere. Ha esposto in mostre personali e collettive in Campania, a Roma, a Milano e Pordenone, curate da Mimmo Parente, Vincenzo Trione, Giuseppe Montesano, Josè Vicente Quirante, Stefania Scateni, Enzo Di Grazia.

Noi siamo la soglia (Soglie di Teresa Dell'Aversana), testo di Antonella Cilento
Conosco Teresa Dell'Aversana da qualche anno e vorrei avere, presto, il tempo di conoscerla meglio: ce lo diciamo delle persone con cui entriamo in immediata sintonia, in empatia profonda anche se ci siamo raccontate ancora troppo poco. Nel suo bellissimo studio a Orta di Atella, uno dei luoghi antichi della Campania da cui origina il nome della farsa atellana, una delle più antiche forme del teatro, il teatro degli Osci da cui ogni musica popolare e teatro comico campano in fondo ha preso le mosse, da Nevio a Pulcinella, da Totò alla Gatta Cenerentola, sono entrata solo qualche volta, per ammirare l'hortus conclusus dove coltiva e cuoce cibo e opere, dove lavora e scolpisce e ci offre da mangiare e da bere.
Ha realizzato per una manifestazione che dirigo da una quindicina d'anni, Strane Coppie, alcune LightWorks ispirate a scrittrici e scrittori, in combutta con mia sorella, Iole Cilento.
Ci siamo conosciute grazie a un amico comune molto amato, Giuseppe Montesano.
Pure, mi pare di conoscerla da sempre, di averla intravista spiare l'arte degli scultori celebri, quasi tutti maschi. Spio Policleto o Michelangelo, Donatello o Cosimo Fanzago e intravedo, dietro l'opera in fieri e il suo creatore, una ragazza piccola e seria che non entra in gara ma se potesse fare, farebbe diversamente.
Quasi mai la ragazza piccola e seria ha un nome, né il suo nome resterà: come potrebbe?
Bisogna proprio aggirare Auguste Rodin per scoprire Camille Claudel e accorgersi che il suo lavoro, quello di Camille, è molto più moderno e insieme antico, è più interessante di quello del suo invadente e egopatico maestro. Il gioco di girare intorno allo scultore e alla scultura e vedere chi invece avrebbe scolpito se non fosse stata impedita dai tempi, dalla materia, dalla vita, è un gioco che inizia a funzionare solo nel Novecento: funziona, eppure le scultrici o le pittrici vivono a fatica nei cataloghi, nelle storie dell'arte, nella memoria collettiva. La materia che plasmano le donne è contrattata e indivisa con la vita, e così dovrebbe essere anche per gli uomini. Essere osservate ed osservare, nascondersi e apparire in fondo ci viene facile, lo sappiamo da sempre, non è un'arte da rubare o apprendere.
Teresa mi guarda, per esempio, da ogni antico ritratto, da coppe e da anfore, da quadri.
In un suo ritratto fotografico di tre quarti, l'aria di sfida ironica potrebbe essere quella di un giovane Caravaggio. É un giovanotto del Cinquecento che ci spia, sfacciato, dall'angolo di una cena luculliana, tutta tovaglie, cani, vassoi e pernici e bei vestiti, del Veronese e ci provoca: credi che sia un ragazzo? Guarda bene, sono una donna.
E tutte queste opere, quadri, statue e vasi, le ha anche realizzate, millennio dopo millennio.
L'ho fatto io. Io chi? Indovina. Ogni lavoro di Teresa è scatto fotografico o radiografico: Soglie è tre scatti in otto fasi, o sequenze, in marmo, vetro e resina. Come se da una vecchia Polaroid potesse uscire non un foglio di carta impressionata ma una lastra di marmo sottile come vetro. Una lastra sottile e trasparente come l'acqua o l'aria, come l'illusione della visione.
Reperto di strati, disfacimento o suggerimento di corpo, la soglia rappresenta il trapasso, l'ascesa, la resurrezione, la nascita, la trasformazione. O anche la traduzione.
Se mi illumino dall'interno di me cosa si vedrà? Una trasparenza, un calco, l'ombra fuggevole di un ricordo?
Teresa lavora su negativi fotografici che diventano candidi o lattei negativi di marmo, vetro e resina.
Forse la soglia è un'emersione o ciò che resta in superficie nell'istante che precede l'immersione, la scomparsa. Come la balena che appare dall'oceano a Rosa Montero solo per frammenti, suggerendo l'animale completo, che però sempre ci sfugge, così la bellezza del corpo femminile è linea illusoria, profilo in fuga, suggestione di dea in azione su un vaso attico.
Oppure osso, pietra, zampa. Sto vedendo in trasparenza, sto immaginando? Raccolgo un residuo, trovo solo lo sfaldamento finale della bellezza, che posso, allora, solo sognare? La soglia è un'impronta? Le materie di Teresa sono antiche, alcune antichissime, come il marmo e il vetro, e moderne, come la resina. Pare che il marmo possa diventare sottile come vetro e il vetro consistente come pietra e che la resina finga la permeabilità dei tessuti viventi.
Anche la materia più resistente, al tempo, all'usura, la pietra, o il vetro, che troviamo in ogni scavo, colorato e soffiato, le bottiglie che battono sulla battigia delle nostre spiagge inquinate, tutte senza messaggio dentro, ormai, ma con un'unica antica voce di pietra: che state facendo; anche la materia che sorpassa i millenni può diventare fragile o rivelarsi, come una fotografia.
Chi è la donna che fugge fra le Soglie? Non ha un volto, ha seni e fianchi e una mano, un gluteo e una coscia. Corre, fugge, si trasforma?
Chi la insegue? Un sileno, un dio, lo stupratore, il serpente? O magari si sta spogliando per l'amore e l'inseguimento è gioco erotico, acchiapparello, evoluzione amorosa?
Quei fossili che la seguono o la precedono nel tempo la dicono sirena, con zampe d'uccello, arpia o alcione, o airone. O sono le sue ossa, l'impronta del suo corpo sulla sabbia, sulla battigia.
Teresa sta ritraendo cosa è stata un tempo o cosa sarà, o cosa è mentre altri sono distratti dalle sue forme.
La bella donna che appare e dispare nelle Soglie è molto più del suo stesso segno. 
Tutto il lavoro di Teresa Dell'Aversana narra di fragilità e resistenza, di mortalità e di eterno, come è il nostro corpo, come è la vita delle donne da sempre, anche se oggi appare mutata e libera.
La bellezza è fragile, la libertà non è in vendita, l'eternità è adesso.
Come Teresa è piccola, gentile, accogliente, antica e robusta, così la sua opera è verticale e tagliente, solare e fredda, perfetta e rotta.
Forse non c'è un altro modo di esistere: se anche il marmo disegna le larghe forme potenti e maschili della scultura classica o del Rinascimento, se anche la pietra greca o il mattone assiro, la terracotta dei compianti sul Cristo morto o la ceramica bianca e lucida delle vergini toscane dicono la velocità o l'irruenza, la dolcezza materna o la violenza, la materia, nuda o colorata, cerca sempre e solo l'essenza.
Sarà l'essenza del divino o dell'umano, non importa: Teresa la raggiunge e la supera o, come spesso accade a ogni donna, la registra in transito nel mondo.
Soglie è insieme porta, soglia, accesso e anche colei che li attraversa.
Noi siamo la soglia.
Le opere di Teresa sono un infinito attraversare: non c'è la meta, non c'è nemmeno il viaggio ma l'istante sì, l'istante in cui passiamo. E ripassiamo. O passammo.
Gran parte della nostra cultura occidentale, specie se declinata al maschile, lavora per fissare, trattenere, catalogare, comporre, ricordare.
A volte, si dovrebbe lavorare sul lasciar andare, sul disarticolare, sullo svanire.
Il disordine è un ordine multidimensionale e Teresa lo materializza: ci siamo state, ci siamo amati, ci siamo salutate, ci siamo o c'eravamo.
Non importa.

Titolo: Teresa Dell'Aversana. Sulla soglia
dal 4 novembre 2023 al 6 gennaio 2024
Organizzazione: Adec Arte
Luogo: Milano, Adec Arte
Indirizzo: via Edmondo De Amicis 28 - 20123 Milano
Orario: tutti i giorni H24
Per info: contattaci@adec.it
Sito web per approfondire: https://www.adec.it/adec-arte-2/

giovedì 2 novembre 2023

Diurna di Isabella Mongelli

Isabella Mongelli, Diurna, ph. Francesco Paolo Gassi

Prosegue il 4 novembre alle ore 12 con l’intervento dell’artista Isabella Mongelli a Otranto, il progetto Fari e torri del fuoco segreto, promosso da Fondazione Pino Pascali e Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio della Regione Puglia. L’iniziativa è realizzata nell’ambito del progetto CoHeN, finanziato dal Programma Interreg Grecia-Italia 2014/2020, attraverso cui la Regione Puglia ha ristrutturato e sta rifunzionalizzando tre fari e tre torri, per favorire la creazione di un nuovo itinerario costiero adriatico-ionico.

Dopo la performance a Margherita di Savoia di Virginia Zanetti si prosegue con l’intervento site-specific di Isabella Mongelli. Si tratta della performance Diurna, parte del progetto Rising Sea pensato per CoHeN.

Rising Sea apre una riflessione sulla salvezza da due punti vista: in alto da un Faro e in basso da un mosaico pavimentale, entrambi appartenenti al territorio dell’antica città Otranto, ricco di siti di rilevanza internazionale, in cui Isabella Mongelli ha sviluppato questo progetto. Il Faro di Punta Palascìa si trova sulla punta più orientale della costa italiana, è un faro di frontiera che veglia sul mare di notte con la tipica funzione salvifica per i naviganti. Il mosaico della Cattedrale di Otranto è definito, al di là di ogni interpretazione, come la narrazione dell’universale storia della salvezza. 

Isabella Mongelli prende questi due storici avamposti, e immagina una giornata di un “fittizio solstizio d’estate” in cui dei raggi di luce diurna illuminano pensieri e azioni sulla salvezza e sul destino. Con un’inevitabile sensibilità per l’ambiente come ecosistema complesso, Isabella Mongelli ha realizzato un’opera video e una performance attraverso una modalità peculiare che non concepisce il video come documentazione della performance, ma parte dalla creazione di un video per concepire la performance che sarà visibile al pubblico presso il Castello di Otranto (LE).

Fari e torri del fuoco segreto, a cura di Christian Caliandro e Nicola Zito, mira ad offrire un nuovo punto di vista su questo patrimonio architettonico costiero e quello immateriale ad esso connesso che il Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio della Regione Puglia sta valorizzando, grazie al progetto Interreg CoHeN.

Gli artisti invitati dalla Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare intervengono con un’opera site specific all’interno e all’esterno delle architetture costiere della Puglia, utilizzando i linguaggi della pittura, dell’installazione, del video e della performance, relazionandosi con i luoghi e con i loro contesti geografici, storici e culturali, grazie ad una serie di sopralluoghi svoltasi tra maggio e luglio 2023, e interagendo con i significati, i simboli e le comunità dei territori interessati.

Il riferimento nel titolo del progetto è al “fuoco segreto” di J. R. R. Tolkien, lo spirito divino da cui sono animate le creature della terra di Arda nel Silmarillion e che possiede la capacità di far esistere pensieri e sensazioni. Gli autori coinvolti sono Gea Casolaro per Molfetta, Serena Fineschi per Vieste, Claudia Giannuli per Ugento, Francesco Lauretta per Bari, Isabella Mongelli per Otranto, e Virginia Zanetti per Margherita di Savoia.


DIURNA
Il 4 novembre al Castello di Otranto la performance di Isabella Mongelli
A cura di Christian Caliandro e Nicola Zito 

Diurna
Castello Aragonese di Otranto, Piazza Castello
sabato 4 novembre 2023 alle 12
+39 3201122513
+39 349 52 60 370

Videtur | Salvatore Manzi


Videtur, traducibile come sembra. Il salto verso la fede presuppone probabilmente il (mi) sembra. Salvatore Manzi risponde con Il cielo esiste, ove il visitatore esperisce il proprio “cielo”. I video test471e test472 rimandano l’uno al cielo, l’altro alla terra. Infine, il dipinto Argenti: impressionistico universo o astrazione?
Stefano Taccone

Videtur: terza persona singolare dell'indicativo presente passivo di vidĕo, dal quale deriva l’italiano vedo, vedere, e tale è il primo significato di questo verbo in latino, a meno che, appunto, non sia volto al passivo. Allora il letterale è visto è più sensatamente traducibile come sembra, e ciò già spalanca una enorme questione tra logica, fenomenologia ed estetica, che poi va a complicarsi ulteriormente di implicazioni teologiche allorché si tenga presente la specifica poetica di Salvatore Manzi.

Ciò che è visto non è necessariamente ciò che è, anche se potrebbe esserlo. Per stabilirlo sarebbero necessarie una o più verifiche ulteriori. Potrebbe anche bastarne una, ma potrebbero non bastarne mille. Ecco perché ciò che è visto è prossimo a ciò che sembra. Il sembrare si configura, in tal modo, come una sorta di punto medio tra certezza e ignoranza - luce e tenebre, per curvare la faccenda verso una dimensione maggiormente prossima al simbolico e al teologico stesso, in conformità alla poetica di Salvatore Manzi. Il salto verso la fede presuppone probabilmente il (mi) sembra, ma lo supera senza approdare alla certezza in una accezione scientifica. Tale movimento rappresenta uno scatto di un cuore che conosce ed ama e tanto più ama più vuole conoscere, e viceversa. Manzi fornisce idealmente una risposta a tutti, in qualunque condizione si trovino: credenti e non credenti, gioiosi e tristi, entusiasti e iracondi; “uomini e donne”, “ebrei e greci”, “liberi e schiavi”: nell’ambito di Il cielo esiste ogni visitatore è invitato ad utilizzare la torcia del proprio Smartphone, puntarla su di una superficie apposita e fare l’esperienza del proprio “cielo”. Il ridurre davvero al minimo gli strumenti per realizzare questo “pseudo-video”, parlano ancora una volta – ché ciò avviene nel percorso di Manzi da ormai quasi trent’anni - di una autorialità debole. Su tale terreno l’opera è accomunabile ai due video affrontati, test471 e test472, che fin dai titoli denunciano il quoziente di alea che l’artista deliberatamente lascia penetrare. Entrambi sono realizzati a partire da immagini prelevate dalla rete, attuando una sorta di operazione readymade nello spazio virtuale. Nel primo emerge prepotentemente la grandiosità del cosmo, e dunque il suo mistero. La circolarità è figura di perfezione ed infinito, ed il continuo divenire chiaroscurale della figura che ad essa si conforma rimanda all’impalpabilità del cielo e dello spirito. Nel secondo la circolarità è piuttosto quella di un pianeta, come ben si comprende dalle irregolari crettature che avvolgono la figura, rimandando alla palpabilità della terra e del corpo.

Il percorso è completato dal dipinto quadrato Argenti: un impressionistico universo acceso da corpi celesti oppure un semplice dipinto astratto? L’ambiguità è qui probabilmente un tratto desiderato.

Salvatore Manzi (Napoli, 1975) insegna Installazioni Multimediali e Tecniche Performative per le Arti Visive all'Accademia di Belle Arti di Lecce. Tra le sue mostre personali recenti PER ASPERA AD ASTRA (Sabato Angiero Arte, Saviano, 2023), Deuterologo (Saaci Gallery, Saviano, 2019), Immagine alcuna (Castel Sant'Elmo, Napoli, 2019).

VIDETUR
SALVATORE MANZI
a cura di Stefano Taccone
5 – 26 novembre 2023

Inaugurazione:
domenica 5|11 ore 17.00

BACS - Between Contemporary Art and Sociology
via Donizetti, 42| Leffe (Bergamo)

FB @artists.sociologists

Dopo l'inaugurazione visita su appuntamento scrivendo a bacs.leffe@gmail.com

La mostra è con il patrocinio del Comune di Leffe (BG) nell’anno della cultura italiana Bergamo-Brescia

  

pubblica: 

www.amaliadilanno.com