venerdì 4 settembre 2026

Colore di sogni e paesaggi. Flavia Bucci, Francesca Mazzagatti e Michele Stagni

Flavia Bucci - Notturni 

Inaugura venerdì 18 settembre alle ore 18.00 la nuova mostra presso BoA Spazio Arte (via Barberia 24/A Bologna) Colore di sogni e paesaggi, che vede in dialogo le opere di Flavia Bucci, Francesca Mazzagatti e Michele Stagni, a cura di Margherita Maccaferri.

Il paesaggio non è mai soltanto un luogo. È una costruzione della memoria, dell'immaginazione e dello sguardo. Ogni volta che osserviamo un orizzonte, un volto, un corpo o una forma, non vediamo soltanto ciò che è davanti ai nostri occhi: vediamo anche ciò che portiamo dentro di noi.

Colore di sogni e paesaggi nasce da questa consapevolezza. Il colore non viene inteso come semplice elemento descrittivo, ma come linguaggio capace di trasformare la realtà, di alterarla e di renderla un territorio aperto all'interpretazione. È attraverso il colore che il mondo perde la propria apparente oggettività e si avvicina alla dimensione del sogno. Il sogno, infatti, non rappresenta una fuga dalla realtà, ma un altro modo di abitarla. Nei sogni le proporzioni cambiano, gli spazi si deformano, gli accostamenti diventano inattesi e i colori acquistano un'intensità emotiva che supera la logica del quotidiano. Allo stesso modo, le opere in mostra costruiscono paesaggi che non appartengono esclusivamente al mondo fisico, ma prendono forma nella percezione di chi li osserva. Il colore diventa il punto di incontro tra ciò che esiste e ciò che immaginiamo. Non descrive il reale: lo interpreta, lo amplifica, lo trasforma. 

Le opere di Michele Stagni, Francesca Mazzagatti e Flavia Bucci dialogano proprio su questo confine.

La mostra non propone un unico modo di guardare, ma una pluralità di visioni. Ogni opera suggerisce che il paesaggio non sia un luogo da attraversare, bensì un'esperienza da abitare. Il colore diventa il ponte tra due dimensioni, permettendo alle opere di essere lette non come rappresentazioni della realtà, ma come esperienze percettive ed emotive. 


BIO ARTISTI:
Flavia Bucci è nata nel 1990 ad Atessa, in provincia di Chieti, vive e lavora a Carrara; ha conseguito il Diploma in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara. Frequenta il corso di specializzazione della Fondazione “Il Bisonte – per lo studio dell’arte grafica” e nell’estate 2022 partecipa alla residenza Da quassù, a cura di InHabitat/Galassia Mart; nel 2024 è vincitrice del Premio del Disegno (Galleria Scroppo, Torre Pellice, TO) e nel 2025 ha vinto il premio acquisizione di Spazio88 con la Galleria BoA Spazio Arte (Bologna).

Francesca Mazzagatti è un’artista calabrese del 1997 con origini arbëreshë. Negli ultimi anni partecipa a varie esposizioni e progetti nell’ambito dell’arte contemporanea. E’ stata finalista all’edizione 2024 e 2025 del Combat Prize del quale ha vinto il Premio Galleria nel 2025.

Michele Stagni è nato a Pisa nel 1978, vive e lavora a Livorno. Dopo gli studi artistici si dedica alla sua pratica artistica esplorando disegno, pittura e scultura,i linguaggi a lui più congeniali mentre acrilico, olio, grafite e argilla, carta e tela le tecniche e i materiali che predilige. Ha partecipato a diverse mostre personali e collettive e è stato finalista e vincitore di premi quali Premio Rotonda e Combat Prize.


INFO MOSTRA:
Flavia Bucci - Francesca Mazzagatti - Michele Stagni
Colore di sogni e paesaggi
A cura di Margherita Maccaferri
BoA Spazio Arte - via Barberia 24/A - Bologna
Vernissage venerdì 18 settembre 2026 ore 18.00
Periodo mostra: 18 settembre - 24 ottobre 2026
Dal martedì al sabato ore 10.30 - 13.00 / 16.00 - 19.30
boaspazioarte@gmail.com - www.boaspazioarte.it

Dario Agrimi. Liscio come l'Odio


In Piazza Catuma ad Andria (BAT) una grande gabbia metallica attira certamente l'attenzione dei passanti. All'interno un uomo avvolto in un tappeto e sospeso con una robusta corda, come un impiccato. 
Nessun indizio sulla sua identità e sul motivo della sua presenza e ad accrescere la curiosità di chi guarda
il movimento lento e ripetuto delle gambe e del busto dell'individuo.
In un mondo in cui la pena di morte è purtroppo ancora praticata in molti paesi, in Oriente e nel civile Occidente, in un'epoca in cui l'odio motiva e nutre atteggiamenti ostili, in cui l'altro è visto sempre più spesso come nemico e non come fratello, in cui il diverso è sempre quello sbagliato, in cui il discrimine tra giusto e ingiusto si sposta di continuo a seconda degli interessi dei singoli, con Liscio come l'odio Agrimi ci costringe a riflettere su quanto accade intorno a noi o più lontano. 
Ci invita a liberarci dai pregiudizi, a rinunciare all'odio irragionevole che avvelena le menti e a godere pienamente - attraverso la mediazione dell'arte - della bellezza del mondo.
Soltanto così la vita avrà veramente senso.
Lia De Venere 

LISCIO COME L’ODIO 
Dario Agrimi

C’è odio.
Tutto scorre e passa quasi inosservato. Memoria corta e insani princìpi.
Un sentimento intenso e persistente di profonda avversione: ostile, inflessibile, intollerante.
Immaginare innumerevoli possibilità per danneggiare gli altri.
Un’idea fredda, duratura, razionale, fondata sul pregiudizio, tesa a negare il diritto di esistere.
C’è chi sostiene che sia la spinta necessaria per scacciare la sofferenza, ma sono solo punti di vista.
In un’epoca di falsa inclusione, dove chiunque diviene nemico perché diverso, discriminare è comportamento comune e socialmente accettato.
Viviamo in un mondo senza orizzonte di senso, nutriti da una bellezza facile da raccogliere.
Siamo esseri disumani affetti da ignoranza inconsapevole, schiavi dello sfruttamento della credulità popolare. Superficiali, forse affetti da un deficit cognitivo emblematico. Coinvolti in un vortice di isteria diseducativa.
Una collezione sesquipedale di “se” e di “ma” sarà radice di innumerevoli rimpianti.
Dovremmo imparare a guardare le cose come se fosse la prima volta. Con stupore. Godere di quanta bellezza ci circondi.
Provare a creare qualcosa che sia in grado di fermare il tempo.
Trovare nutrimento in ciò che dà un senso alla vita.
Attraverso l’arte essere cronisti dell’emozione.
Invece tutto scivola via, come unto. Le parole assumono suoni e significati distorti, profondamente alterati.
Come se gli unici “unti” fossimo noi, benedetti da un Dio indifferente.
Come se il pensiero e la vita avessero ancora un valore.
La realtà ci sfugge di mano, ma l’importante è che tutto fili liscio.
Liscio come l’odio.


Liscio come l'odio, visibile sino al 13 settembre, è stata realizzata con il sostegno del Festival Castel dei Mondi e con il contributo di Emmegi Grigliati Spa di Gioia del Colle, Associazione socioculturale Abracadabra e Palazzo delle Arti Beltrani di Trani.

giovedì 3 settembre 2026

ARS MAGNA

 







                                                                   ARS MAGNA

 

Inaugurazione: sabato 5 settembre, ore 17:30

Periodo di apertura: 5 settembre – 27 settembre

Orari: sabato e domenica 10:00–12:00 e 16:00–18:00 

Sede: Pinacoteca di Villa Soranzo, via Simonetta 3, Varallo Pombia (NO)

 

Dal patrimonio storico della collezione permanente alle nuove visioni: una mostra corale curata da Vincenzo Scardigno che celebra la continuità della ricerca artistica come linguaggio universale.

Varallo Pombia (NO) – La Pinacoteca di Villa Soranzo è lieta di presentare ARS MAGNA, un ambizioso progetto espositivo che fa confluire in un unico, vibrante percorso una selezione di opere della propria collezione permanente e i lavori di un gruppo di artisti contemporanei. La mostra, curata da Vincenzo Scardigno e arricchita dal contributo critico di Federica Mingozzi, gode del patrocinio del Comune di Varallo Pombia, della

Pinacoteca Cesare Balossi, della Provincia di Novara e delle Terre dell'Alto Piemonte.  Lontana dal volersi configurare come un semplice confronto generazionale o stilistico, ARS MAGNA nasce dalla volontà di creare un punto di intersezione tra sensibilità, poetiche e visioni differenti. A unire le opere tensione verso la bellezza, il pensiero e la forza espressiva dell'arte. Il titolo stesso della mostra evoca il concetto di una "grande arte": una definizione che si spoglia di ogni celebrazione autoreferenziale o esercizio retorico per farsi carico di una profonda responsabilità culturale. L'arte viene intesa qui come uno strumento vivo,  capace al contempo di custodire la memoria e di generare nuove prospettive sul presente e sul futuro.

Sotto questa luce, la Pinacoteca di Villa Soranzo si trasforma in uno spazio dinamico di relazione e confronto. Le opere in mostra non subiscono una semplice giustapposizione fisica: si osservano, si interrogano e si rispondono reciprocamente in un gioco di specchi e rimandi naturali, dando vita a un racconto corale.

ARS MAGNA si configura così come un invito aperto al visitatore a riconoscere nell'arte un linguaggio universale che supera le barriere del tempo, unendo esperienze, culture e percorsi creativi distanti, e riaffermando il ruolo centrale del museo come presidio di conoscenza, dialogo e costante rinnovamento culturale.

 

 Pinacoteca di Villa Soranzo, via Simonetta 3, Varallo Pombia (NO) Piazza Mazzini n.1 Telefono                0321 95355

 

 

Dal patrimonio storico della collezione permanente alle nuove visioni: una mostra che celebra la continuità della ricerca artistica come linguaggio universale.

Pinacoteca Comunale "Cesare Belossi"

mercoledì 2 settembre 2026

Spazio / Circo. Il ritratto collettivo di Napoli tra spazio urbano, volto umano, mutamenti urbanistici e pressione turistica

Spazio/Circo: Fotografie realizzate all'interno della residenza Spazio/Circo, progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura: Autori (Studio KENE): Fausto Angel Alvarez Peralta, April Jael Avila, Aurelio Bonifazi, Valentina Catino, Gurpreet Singh. Courtesy Fondazione Beta 

Inaugura il 23 settembre 2026 alle ore 18 (fino all’11 ottobre 2026, ore 14), presso i Magazzini Fotografici di Napoli la mostra fotografica Spazio / Circo, a cura di Simona Filippini con la collaborazione di Carmen Pilotto, restituzione pubblica di un ampio progetto corale che utilizza la fotografia come strumento di indagine culturale e narrazione collettiva, attraverso trenta fotografie realizzate nella città di Napoli da cinque autrici e autori. Sono: Fausto Angel Alvarez Peralta (Repubblica Dominicana, 2005), April Jael Avila (Honduras, 1998), Aurelio Bonifazi (Italia, 1998), Valentina Catino (Italia, 1987) e Gurpreet Singh (India, 1993).

Sostenuto da Strategia Fotografia 2025 e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, Spazio / Circo è realizzato dalla Fondazione Beta in collaborazione con l’Associazione Pianoterra e lo Studio Kene. Il progetto ha visto svolgersi a maggio 2026 una residenza artistica di dieci giorni a Napoli che ha invitato cinque studenti dello Studio Kene, laboratorio permanente dedicato a giovani aspiranti fotografi.

Ogni giorno, durante la residenza, fotografi e professionisti si sono confrontati sul campo in sessioni di editing e revisione, in un progetto di produzione culturale e di formazione. Il risultato è un racconto fotografico di una città sfaccettata, che indaga il delicato rapporto tra rappresentazione visiva, mutamenti urbanistici e pressione turistica.

È Napoli, infatti, la protagonista di questa indagine, che a partire dal titolo, evoca una dimensione ludica e allo stesso tempo geografica, creando connessioni umane e territoriali: la città è attraversata dall’area urbana a quella periurbana, adottando un approccio partecipativo con l’intento di abbattere le barriere tra osservatore e soggetto. Sotto la guida di tre docenti, Mohamed Keita, Daniele Molajoli e Christian Rizzo, i partecipanti si sono concentrati sui contrasti del territorio campano, attraverso un percorso di osservazione critica articolato in dieci giornate. Il programma delle attività è stato suddiviso in tre blocchi didattici consecutivi.

Con Mohamed Keita i partecipanti si sono dedicati alla street photography concentrandosi sull'analisi del territorio e delle relazioni umane in alcuni quartieri chiave del capoluogo campano, tra racconto fotografico e trasformazioni urbane, archeologia e natura, Napoli altera e Napoli verace, attraversando Centro Storico, Quartieri Spagnoli, Bagnoli e Rione Sanità.

Sotto la guida di Daniele Molajoli, l’indagine si è spostata sul volto umano di Napoli, realizzando ritratti in analogico, con l’utilizzo del banco ottico, e in digitale. Lo studio del ritratto ambientato è stato fondamentale per creare un dialogo profondo tra soggetto e contesto circostante, con l’obiettivo di stimolare l’interazione e la conoscenza delle persone incontrate casualmente nello spazio pubblico. Tra le persone ritratte figurano anche alcune operatrici e beneficiarie dell’Associazione Pianoterra, che da anni lavora nel tessuto sociale napoletano con un’attenzione particolare alle famiglie più vulnerabili. 

Christian Rizzo ha focalizzato l’attenzione infine sulla post-produzione. Questo passaggio è finalizzato non solo all'ottimizzazione tecnica delle immagini, ma anche a impostare i criteri di coerenza stilistica e cromatica indispensabili alla costruzione di un racconto visivo collettivo.

“Spazio/Circo”, spiega Alessia Bulgari, Presidente di Fondazione Beta, “non è semplicemente una residenza fotografica ma anche punto d'incontro tra realtà che, in un continuo scambio, si affidano l’una all’altra, si stimolano nel conoscere ed approfondire, e che condividono il modo di intendere l’arte e la cultura: non come qualcosa da osservare a distanza, ma come una pratica capace di avvicinare a di creare legami, di aprire a nuove visioni e opportunità, e di restituire dignità ai luoghi e alle persone che li vivono. 

Le fotografie realizzate raccontano Napoli, ma raccontano anche il valore di queste alleanze: dietro ogni immagine c'è un percorso costruito negli anni con cura reciproca e responsabilità condivisa”. 

L’esposizione è accompagnata da un catalogo che racchiude una selezione delle immagini prodotte e i contributi testuali della curatrice Simona Filippini, di Alessia Bulgari presidente della Fondazione Beta, capofila del progetto, di Mohamed Keita e Carmen Pilotto di Studio Kene, di Ciro Nesci presidente dell’Associazione Pianoterra e dei docenti che hanno guidato la residenza. Il design del libro è a cura di Luigi Cecconi e Gabriele Savanelli. Il volume non costituisce soltanto uno strumento di memoria e promozione dell'iniziativa, ma è anche un mezzo per diffondere i contenuti e i metodi sperimentati durante il percorso.

Con questa occasione Fondazione Beta annuncia inoltre l’apertura nel 2027 di un nuovo centro educativo e culturale nel cuore di Spaccanapoli (Via Benedetto Croce 56), Lo Spazio, un progetto pensato per restituire alle famiglie e ai residenti del centro storico di Napoli un luogo di comunità, socialità e partecipazione. Al suo interno troveranno spazio i servizi e gli interventi di sostegno alla genitorialità e di contrasto alla povertà educativa che l’Associazione Pianoterra rivolge ai nuclei familiari più fragili, a cui si affiancheranno attività culturali, formative e comunitarie aperte a tutti, sempre con un’attenzione particolare al coinvolgimento delle bambine, dei bambini e dei loro genitori. L’obiettivo è quello di creare un luogo di inclusione, partecipazione e benessere, dove rallentare e ritrovare la dimensione umana di una città in continuo fermento.

Studio Kene è un progetto ideato e realizzato dal fotografo ivoriano Mohamed Keita: un laboratorio permanente di fotografia dedicato a giovani aspiranti fotografi. Il progetto nasce nel 2017 nel quartiere di Kanadjiguila, periferia est di Bamako, con il sostegno della Fondazione Beta. Il nome KENE, che in lingua mandinga significa “Spazio”, sottolinea l’identità di questo luogo: non solo laboratorio di fotografia, ma anche spazio di condivisione, relazione sociale e possibilità di crescita. Studio Kene è uno spazio educativo che utilizza la fotografia come esperienza chiave, ma che al tempo stesso si propone come luogo di scambio di esperienze, pensieri e conoscenze.

Dal giugno 2022 ha inaugurato una sede anche a Roma, nel quartiere Esquilino, città in cui Mohamed Keita vive e lavora da tempo, mantenendo intatto lo spirito originario del laboratorio di Bamako.

Magazzini Fotografici è un presidio culturale indipendente dedicato alla fotografia contemporanea e alla cultura visiva, fondato e diretto dall'artista fotografica Yvonne De Rosa. Lo spazio nasce con una missione precisa: rigenerare una vecchia fabbrica abbandonata e creare un luogo di incontro, ricerca e formazione aperto alla città e alla comunità internazionale della fotografia. Situato all’interno di un ex magazzino industriale, nel corso degli anni Magazzini Fotografici ha portato a Napoli il lavoro di grandi autori italiani e internazionali, accanto alla scoperta di giovani talenti e progetti di ricerca. Oltre a essere un luogo espositivo e ad ospitare il bookshop dedicato alla fotografia più fornito della città Magazzini è anche una scuola informale: un laboratorio permanente che collabora con università, accademie e istituti europei (Erasmus, tirocini, progetti formativi), affiancando studenti e giovani creativi in percorsi di crescita professionale. La fotografia è intesa non solo come immagine, ma come strumento di indagine culturale, sociale e antropologica. In passato ha ospitato le mostre su Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Sylvia Plaky, Jack Sal, Charles Traub, Lisetta Carmi, Gianni Minà, Mario Giacomelli.

Spazio /Circo – mostra – restituzione pubblica del progetto
opening: 23 settembre 2026, ore 18 – fino all’11 ottobre, ore 14
Magazzini Fotografici
Via San Giovanni in Porta, Napoli

Orari: dal mercoledì al sabato: 11:00 - 13:30 / 14:30 - 20:00. Domenica: 11:00 - 14:00
ingresso libero

ufficio stampa: Santa Nastro snastro@gmail.com

Fondazione Beta

Spazio / Circo è un progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

Alice Reina. A memoria di forma

Alice Reina_Janas, porcellana, 2026

Il 6 settembre 2026 apre al MIDeC – Museo Internazionale Design Ceramico A memoria di forma, la prima mostra personale di Alice Reina, a cura di Fabio Carnaghi, presentata come vincitrice di Premio MIDeC 2025. 

La mostra presenta un corpus inedito di opere scultoree e installative, che prosegue la ricerca tecnica ed espressiva di Reina sulla porcellana e sul tema dei luoghi della memoria. 

Come scrive Victor de Circasia in "Alice Reina. Il significato della semplicità nella ceramica / Creare spazio": "Il modo di vivere orientale, che trova bellezza nell'imperfezione, è il fondamento dell'antica consuetudine giapponese di celebrare la ceramica spezzata. Secondo molti, questo può favorire la realizzazione e la pace dell'essere umano, aiutandoci ad accettare le nostre imperfezioni. Da un'altra prospettiva, la continuità minimale e spezzata di massa e volume può fungere da fonte d'ispirazione; il frammento acquisisce la propria funzione. Le forme che l'artista crea dalla semplicità della ceramica mostrano un'elegante composizione di volumi elementari, su uno sfondo di architettura altrettanto raffinata, senza generare disagio attraverso l'instabilità. L'artista si muove verso l'astrazione, ma l'attenzione dell'osservatore resta temporaneamente catturata dal frammento, dall'esilità della composizione e dal suo equilibrio precario. Lavorare con lo spazio significa che la creazione di un oggetto può segnare l'inizio di una composizione interrotta, oppure costituire un pezzo già compiuto in sé, che funge da fondamento per una creazione ceramica più ampia. La sua formazione architettonica le ha dato oggi gli strumenti per costruire strutture nuove, impossibili da realizzare con i metodi ceramici tradizionali. L'elevazione verticale della composizione e la posizione inclinata dei pezzi sono impreziosite da un insieme di elementi scintillanti, colorati in modo casuale. Questo intervento non incornicia l'oggetto, e non ne costituisce il centro. Le elevazioni inclinate dell'opera sono rinforzate da alcuni elementi che si intersecano. Nel loro insieme, gli oggetti garantiscono continuità e controbilanciano la fragilità dei pezzi — una fragilità che, paradossalmente, ne ha facilitato la costruzione. Le strutture sono concepite come un'unica disposizione spaziale, che crea insieme una soglia verso una prospettiva. Gli elementi fragili e la superficie ruvida mettono in scena una lotta contro le forze di gravità e contro le forme stesse."

***

Il passaggio della sua opera dal contenitore tradizionale ricorda una decostruzione, la nascita di una scultura. Da un lato spinge l'architettura ad avvicinarsi alla composizione, a guardare all'espressione del materiale; dall'altro se ne allontana, abbandonando la forma funzionale. Dieci anni dopo l'evento traumatico di una perdita improvvisa nasce la serie Janas (1): soglie sensoriali senza un fronte o un retro, forme che invitano l'osservatore a percorrerle. Il suo nuovo lavoro vuole assorbire il rumore e assumere una connotazione musicale — un aspetto importante, data la natura effimera di quest'opera che, nonostante le dimensioni considerevoli, viene smontata e trasferita altrove per creare, di volta in volta, una nuova architettura mobile e dinamica dello spazio. I nuovi pezzi inseguono il sogno di sedurre e superare l'oggetto concreto, per concettualizzare invece un simbolo di vita. La qualità unica della sua opera non sta in uno schema né in un oggetto immaginario, ma in un'immagine che appare per la prima volta in una forma senza margine, senza cornice — una forma che porta con sé un'indefinitezza e, al tempo stesso, un punto d'origine preciso man frammentario. Ed è un'immagine che trasmette ed esprime emozioni, richiamando alla nostra attenzione uno degli aspetti più importanti di un'opera d'arte: una forma distante, insieme immagine e oggetto. Il suo nuovo lavoro è dinamico, animato da un'espressione costante di movimento. Chi lo osserva sente il bisogno di avvicinarsi, e conserva il ricordo di un impatto forte. Più che un modello architettonico, la forma che la scultura assume arricchisce il progetto introducendo un oggetto autonomo. È la scala monumentale, più che la forma, a distinguere la ceramica costruita contemporanea. Come evoluzione del suo lavoro, la ricerca dell'artista verso un'opera nuova appartiene a una categoria estetica indipendente dalla funzione o dalla scala — legata piuttosto alla forma. Non cerca le origini, ed evita, comprensibilmente, di copiare. Ha una mano nel futuro.

(1) La parola sarda "janas" indica le fate, esseri sfuggenti e gentili che abitavano le foreste della  Sardegna pre-nuragica. Si ritiene che il loro nome risalga al dio romano Giano, che appare in cerchi ed è protettore delle soglie, dei passaggi e degli inizi. Forme circolari, aperte: lastre curvate quel tanto che basta per reggersi da sole, sottili ma resistenti. La superficie esterna è una stratificazione di ingobbi liquidi, sabbie di porcellana e smalti a cenere — una corteccia astratta che rivela la materialità grezza dei suoi strati. All'interno, per contrasto, la saturazione è affidata all'ossido di ferro nero, fatta eccezione per piccoli, candidi frammenti di porcellana biscotto.

— Victor De Circasia
Londra, 20 agosto 2026

MIDeC: Museo Internazionale Design Ceramico, Lungolago Perabò 5, Cerro di Laveno Mombello 
Alice Reina. A memoria di forma 
a cura di Fabio Carnaghi

APERTURA: domenica 6 settembre 2026, ore 11, in presenza dell'artista
PERIODO: 6 settembre – 30 ottobre 2026
ORARI: venerdì, sabato, domenica, 10–13 / 14–17

Dario Nanì. Biglietti agli amici

Dario Nanì, Roberta, olio su tela (dettaglio), 2026 


Sabato 19 settembre 2026, dalle ore 18.00, CONDOTTO48 inaugura Biglietti agli amici, mostra personale di Dario Nanì, a cura di Valeria De Siero, con il patrocinio di Roma Municipio VI, Fondazione ETS Italia:Patria della Bellezza e il supporto di Terracromata. 

La mostra riunisce una selezione di opere pittoriche realizzate dall’artista siciliano tra il 2022 e il 2026, presentate per la prima volta all’interno dell’artist-run space romano. Al percorso espositivo si affianca un intervento speciale di Salvo Barone, maestro di Nanì e figura significativa di quella generazione di pittori figurativi formatisi in Sicilia negli anni Cinquanta.

Il titolo della mostra prende liberamente spunto da Biglietti agli amici di Pier Vittorio Tondelli, raccolta di brevi prose rivolte a destinatari identificati attraverso iniziali e riferimenti la cui chiave di lettura rimane, in parte, privata. Un dispositivo intimo e insieme enigmatico, che trova nella pittura di Nanì una particolare corrispondenza.

Le figure che abitano i suoi dipinti appartengono infatti a una dimensione personale, ma la natura delle relazioni che le legano all’artista rimane volutamente fuori campo. Non è necessario conoscere chi siano, né ricostruirne la storia. Come accade nei “biglietti” di Tondelli, ciò che conta non è la decifrazione del destinatario, ma la possibilità che l’opera costruisca una relazione autonoma con chi guarda.

Nanì lavora sulla pittura come spazio di prossimità e distanza. Le sue immagini nascono da una familiarità con i soggetti, ma non cercano il ritratto come restituzione di un’identità. La figura diventa piuttosto una presenza attraverso cui far emergere una condizione, un’atmosfera, una memoria possibile. Il dipinto trattiene qualcosa di personale senza trasformarlo in racconto.

In questo equilibrio tra riconoscibilità e sottrazione, la pittura di Nanì mantiene una dimensione aperta. I soggetti sembrano custodire una storia, ma non la raccontano interamente. Lo sguardo si trova così davanti a immagini che suggeriscono una relazione senza renderla esplicita, lasciando che sia la pittura stessa a diventare il luogo dell’incontro.

Biglietti agli amici è dunque una mostra costruita intorno a una forma di intimità non dichiarata: un insieme di immagini che provengono da un mondo personale, ma che, una volta dipinte, smettono di appartenergli completamente.

Dario Nanì nasce a Ragusa nel 1993. Si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Catania e prosegue gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, città dove attualmente vive e lavora. La sua formazione si sviluppa anche attraverso l’esperienza diretta all’interno degli studi di artisti affermati. Dopo aver partecipato a residenze presso la Fondazione Forte Marghera di Venezia e la Fondazione Rusconi di Bologna, Nanì inizia a collaborare come assistente personale dei pittori Salvo Barone e Domenico Grenci.

Mantiene negli anni un rapporto costante con la Sicilia, sua terra d’origine. È invitato dal Comune di Aci Castello a collaborare al restauro pittorico della barca La Provvidenza di Giovanni Verga e, dal 2022, avvia una collaborazione con Spazio Noto di Paolo Perrelli, a Noto (SR).

Tra le principali esposizioni: Nove, Galleria degli Archi, Comiso (RG), 2025; Caramelle, Linea, Lecce, 2023; Altri fiori per camera tua, Casa Vuota, Roma, 2022; Premio Fausto Pirandello, Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Anticoli Corrado (RM), 2021.


SCHEDA TECNICA
TITOLO: Biglietti agli amici
ARTISTA: Dario Nanì
A CURA: di Valeria De Siero

INAUGURAZIONE: 19 settembre 2026, ore 18:00-20.30
PERIODO MOSTRA: 19 settembre 2026 – 15 novembre 2026

ORARIO VISITA: su appuntamento

PATROCINIO: Roma Municipio VI e Fondazione Italia:Patria della Bellezza
SUPPORTO: Terracromata 

SEDE: CONDOTTO48, Via Carlantonio Grue 48, Torre Angela – Roma

Amalia Di Lanno
Communication manager

lunedì 31 agosto 2026

RANDAGI. Gianmaria Giannetti / Gianfranco Asveri


Orizzonti Arte Contemporanea presenta RANDAGI, l’ultima mostra della stagione espositiva della project room. La bipersonale mette in dialogo le opere di Gianfranco Asveri e Gianmaria Giannetti, due artisti differenti per linguaggio e ricerca, accomunati dalla stessa urgenza: sottrarre la pittura a ogni forma prestabilita e restituirle la libertà del gesto, della materia e della possibilità.

L’incontro tra i due artisti nasce da un'intuizione di Maurizio Sciaccaluga, che ne aveva riconosciuto una consonanza profonda. Non una scuola né una discendenza, ma una comune necessità di interrogare il reale attraverso la pittura.

In Asveri, materia, gesto, animali e figure diventano presenze fisiche. Il segno non si limita a descrivere, ma agisce: la pittura si fa esperienza immediata, avvicinando il vedere al sentire. L’artista guarda la natura e gli animali con una partecipazione quasi affettiva e li restituisce attraverso una pittura sintetica, vivace e incisiva, nella quale l’osservazione non viene cancellata, ma filtrata dall’emotività.

Giannetti, invece, lavora sullo scarto tra ciò che è dato e ciò che potrebbe essere. Figure, parole e segni costruiscono immagini aperte e instabili, nelle quali la realtà viene continuamente spostata, trasformata e interrogata. Da qui nasce l’idea delle “possibilità impossibili”: non una fuga dal reale, ma la ricerca di ciò che il reale potrebbe ancora contenere, di ciò che può ancora emergere oltre la sua forma apparentemente compiuta.

Due traiettorie diverse trovano così un punto d’incontro nella rinuncia alla forma definitiva: da una parte la materia, dall’altra il paradosso, l’ironia e la parola. Il riferimento a Gilles Deleuze accompagna entrambe le ricerche, nella concezione della pittura non come semplice rappresentazione, ma come forza, sensazione e possibilità di trasformazione.

RANDAGI diventa così uno spazio di confronto tra due modi di guardare il mondo: la terra, il corpo e la memoria da un lato; il dubbio, lo scarto e la possibilità dall’altro.

È nella distanza tra queste due visioni che la mostra trova la propria ragione: nella pittura come luogo aperto, dove ciò che esiste può essere visto per la prima volta e ciò che ancora non esiste può, per un momento, assumere forma.

Gianmaria Giannetti / Gianfranco Asveri
RANDAGI
Testo di Francesco Trentarossi

Inaugurazione sabato 12 settembre ore 19,00


12 – 30 settembre 2026

Orario visite: dal lunedì al sabato 10.30-14.00 e 16.30-19.30, domenica solo mattina 

GALLERIA ORIZZONTI ARTE CONTEMPORANEA 
Piazzetta Cattedrale (centro storico) 
72017 Ostuni (Br)
Tel. 0831.335373 – Cell. 348.8032506
F: Orizzontiartecontemporanea

Communication Manager
Amalia Di Lanno