giovedì 29 settembre 2022

Consuete attenzioni di Giovanni Termini


La mostra Consuete attenzioni di Giovanni Termini presenta le ultime opere realizzate dall’artista siciliano, tra le quali una grande installazione che occupa la sala principale della galleria ME Vannucci di Pistoia. Accompagna la mostra un testo di Alessandro Rabottini.

Dopo la personale nelle sale di Palazzo Fabroni del 2021, Giovanni Termini torna a Pistoia per presentare la sua recentissima produzione e a stravolgere, come suo consueto, lo spazio, accogliendo/respingendo lo spettatore con l’installazione “La misura di un intervallo” (2022), che divide realmente in due parti la galleria, creando una grande gabbia di reti metalliche fermate da barriere Jersey in cemento.

Gli elementi che vediamo provengono dal cantiere, un luogo al quale spesso l’artista si ispira, attingendo elementi che hanno la capacità di mutare la dimensione umana, e urbana, e quindi l’esistenza. Le gabbie, in una logica cantieristica, delimitano una zona, ma in una galleria rendono inaccessibile una parte dello spazio che di solito può essere fruito dal pubblico. L’opera sottrae spazio, lo rende impraticabile, “uno spazio scenico di inazione” come lo definisce Rabottini nel suo testo. Torna qui l’idea di ostacolo e di inciampo che si ritrova anche in altri lavori di Termini: è quell’oggetto che limita e che diventa dissuasore ad affascinare l’artista. All’interno di questo spazio inaccessibile, alcuni palloni da basket evocano un senso di sospensione, di intervallo. Il gioco per Giovanni Termini è un modo per affrontare l’esistenza: fare canestro, pensandoci, è segnare un punto e nella nostra esistenza ciascuno di noi segna o non segna dei punti, centra o meno un obiettivo. Ma anche il fallimento è considerato una risorsa.

È uno “spazio dell’attenzione umana e della tensione quotidiana”, scrive Rabottini, facendoci riflettere sulla diversa capacità degli elementi di essere superati o rimossi: se la gabbia in metallo è potenzialmente smontabile con il solo sforzo umano, il Jersey in calcestruzzo necessita di un mezzo meccanico per essere rimosso, siamo perciò in “uno spazio che lascia i più esausti”.

Gli altri lavori presenti in mostra sono stati pensati ed elaborati nello stesso momento, sono tutti del 2022 e insistono sulle stesse tematiche.

Alcuni hanno definito il mio un lavoro politico” – dice Giovanni Termini – “ma non faccio lavori ideologici, per me la cosa interessante è l’uomo nelle sue molteplici sfaccettature”.

Nell’opera Comizio (2022) l’asta di un microfono sembra attraversare una porta, facendoci immaginare di poter trovare dall’altra parte del muro – quindi in esterno – l’altro pezzo di asta e il microfono, come voler far parlare all’interno qualcosa che sta fuori. Ma all’esterno in realtà non c’è niente, è una finzione che evidenzia l’ipocrisia umana. Per bilanciare questa negazione l’artista inserisce un elemento ironico e colorato, un telo azzurro da mare con una palma stampata. 

La specularità delle divergenze (2022) è un lavoro che quasi si specchia e ti specchia: sono delle pedane in metallo che di solito aiutano l’accesso, ma che qui, poste l’una di fronte all’altra, perdono la loro funzione diventando autoreferenziali. Questo gioco narcisistico sospende la praticabilità delle cose, facendole diventare un ostacolo, un oggetto su cui si inciampa.

Le tre bottiglie, parte della composizione, sono state svuotate e riempite di un altro materiale per ridare un peso che non è più quello dell’acqua. Grazie a questo cambiamento possono subire, quasi come fosse un incidente, un bagno galvanico che le ricopre di una superficie specchiante. Sono degli oggetti intrusi, e l’intrusione è qualcosa che sorprende. 

Spesso – racconta Termini – guardo in studio alla ricerca di un oggetto che potrebbe essere l’intruso in un’opera, e di solito è un oggetto che non mi interessa a livello formale. L’intruso mi piace perché non lo controlli. Mi capita spesso di utilizzare proprio quegli oggetti che mi predispongono a fare il lavoro, come per dare dignità alle cose che spesso sono marginali ma che orbitano intorno all’analisi poetica e alla costruzione di un linguaggio, allora le mostri e le metti in scena. Una sorta di senso democratico, per dare la possibilità anche a quegli oggetti che contribuiscono alla costruzione dell’opera di essere opera. Una volta, in una intervista, ho detto che il mio più grande desiderio sarebbe tornare la mattina dopo in studio e trovarlo diverso, come se qualcuno avesse cambiato le cose in mia assenza, per sorprendermi. Dal mio lavoro mi aspetto di essere sorpreso, voglio essere il primo a sorprendermi. Gli oggetti hanno già un’umanità che va semplicemente evidenziata.”

L’opera Errata geometria (2022) prende forma da un appunto: “il tentativo da parte di tre stecche da biliardo, vincolate tra di loro sulla parete, di disegnare un quadrato”. Non si riesce a formare un quadrato perché la quarta stecca è assente. Ma queste stecche, per quanto vincolate tra di loro attraverso cavi di acciaio, costruiscono comunque una visione ed evidenziano una vitalità. 

Giovanni Termini è nato in Sicilia ad Assoro nel 1972, vive e lavora a Pesaro. Ha esposto in gallerie e musei nazionali ed internazionali: Mac Museo di Lissone; Accademia Nazionale di San Luca, Roma; Fondazione Pescheria, Pesaro; Museo di Lan Wan, Qingdao, Cina; Palazzo Ducale di Urbino; Sala Tac, La Caja, Caracas, Venezuela; Palazzo Vitelli Fondazione Burri, Città di Castello; XV Quadriennale, Palazzo delle Esposizioni, Roma; Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano; Museo di Palazzo Fabroni, Pistoia; Residenza dell’Ambasciata Italiana, Berna, Svizzera; Galleria ME Vannucci, Pistoia; Galleria Francesco Pantaleone, Palermo; Otto Gallery, Bologna; Galleria Renata Fabbri, Milano. Predilige la scultura e l’installazione come mezzo di comunicazione. Elementi presi in prestito dalla vita quotidiana, dall’urbanistica e dall’architettura diventano parti di installazioni che raccontano la precarietà dell’uomo, che si muove in bilico in una realtà instabile e pericolosa. La poetica di Termini è quindi fondata sull’impiego di materiali ordinari spogliati della loro funzionalità a rivelare una dimensione poetica. È presente in collezioni pubbliche e private.

GIOVANNI TERMINI
Consuete attenzioni

mostra personale
testo di Alessandro Rabottini
Inaugurazione: domenica 2 ottobre 2022, dalle 11:00 alle 20:30
dal 2 ottobre al 6 dicembre 2022
Orari di apertura dal mercoledì al giovedì17:00 -19:30
venerdì e sabato 9:30-12:30 / 17:00 -19:30
o su appuntamento


GALLERIA ME VANNUCCI Via Gorizia, 122 Pistoia, Italia
tel. +39 057320066 mob. +39 335 6745185
info@vannucciartecontemporanea.comwww.vannucciartecontemporanea.com
www.facebook.com/galleriavannucci
www.instagram.com/mevannucci.art

DNA Abate (Di Notte Abate)


Giulia Abate è lieta di annunciare l’apertura della nuova location nel centro storico di Roma, adiacente a Piazza del Popolo, in Via Laurina 31 con la mostra DNA Abate (Di Notte Abate) che verrà inaugurata mercoledì 28 settembre dalle ore 18.00 alle 20.00.

Il progetto è sviluppato in collaborazione con l’Archivio Claudio Abate come indagine che ragiona sul valore della trasmissione artistica che tiene salde le opere del pittore Domenico Abate Cristaldi (1891-1949) e gli scatti fotografici di Claudio Abate (1943-2017) generando un percorso espositivo che si articola sul tema del senso di appartenenza, storia e memoria fotografica. Da questa mostra si origina un racconto intimo nato dall'esigenza di unire e mettere a confronto tre generazioni della famiglia Abate, a chiusura del quale sarà in mostra un'opera fotografica di Riccardo Abate (1975).

Il titolo dell’esposizione è acronimo della frase Di Notte Abate, nata dall’abitudine di Abate a lavorare durante le ore notturne. Tale pratica permetteva al fotografo di trarre dalla notte delle inaspettate energie nascoste, per poi trasporle negli scatti fotografici secondo una esperienza visiva dove l’attesa e l’introspezione erano la quintessenza.

La mostra raccoglie una selezione di opere del pittore catanese Domenico Abate Cristaldi, ritrattista dal carattere contemplativo e solito ad utilizzare velature di colore dagli intensi accordi pittorici. Dalle opere affiora una pittura coscienziosa, espressa dalle fusioni dei toni e degli impasti essenziali e solidi, un’indagine che isola le figure all’interno di simulacri privi di sfondo ed in cui la sola luce sfiora sensibilmente i soggetti.

Inoltre, il progetto intende restituire un inedito ritratto di Claudio Abate, come fotografo continuamente caratterizzato da una instancabile attività inventiva. Da qui la scelta di esporre per la prima volta dei disegni autografi degli anni Sessanta, dal carattere automatico e surreale, assieme ad una selezione di scatti dagli anni Settanta ai Novanta che rivelano il suo carattere di vivo sperimentatore della tecnica fotografica.

Il percorso si muove a partire da un gruppo di polaroid che svelano il rapporto di Abate con la fotografia in quanto strumento d’amore, rivelazione ed indagine. A seguire, una selezione di opere fotografiche sul tema del ritratto con la serie degli anni Ottanta intitolata Giro, girotondo, metto un bimbo al mondo, soggetto carico di profondità e raffinatezza, costruito fotograficamente su valori visivi, formali e tonali. Ad esprimere il suo interesse verso il corpo in relazione ad altre figure, la serie del Il punto G risalente agli anni Settanta, che intende lo scatto come partecipazione, relazione e presenza fisica, tale da svolgersi in racconti fotografici dal bagliore intimo. Proprio dal continuo intreccio tra arte e vita nasce la serie del Il bevitore, anch’essa in mostra e sviluppata attorno ad unico soggetto raffigurante un temperamento umano in continua fase cangiante. Oltre ciò, alcuni scatti relativi agli anni Settanta, ovvero la serie sperimentale intitolata Contatto con la superficie sensibile in cui Abate concepisce l’atto fotografico come “impronta”, riportando direttamente il soggetto raffigurato sulla tela emulsionata.

In questo sviluppo espositivo la fotografia di Claudio Abate è un incitamento a fantasticare sulla realtà quotidiana, ma pur sempre con intenzioni proprie e soggettive, attraverso un occhio acuto, mai imparziale, capace di restituirci una valutazione poetica del mondo.

In esposizione anche Riccardo Abate, la cui tecnica fotografica è intesa come un esercizio di sperimentazione e osservazione dissociativa, svelatrice di discrepanze visive tra lo strumento ed il fotografo stesso. Ne emerge una esperienza meditata rivelante che l’atto del vedere è complesso e niente affatto lineare.

La mostra è accompagnata da una pubblicazione della Mucciaccia Contemporary Edizioni, con testi di Giulia Abate, Christine Ferry, Rossella Fumasoni, Giuseppe Gallo, Daniela Lancioni, Luisa Laureati, Piero Pizzi Cannella, Oliviero Rainaldi e Fabio Sargentini.

Informazioni:
Mostra: DNA Abate (Di Notte Abate) - Domenico Abate Cristaldi | Claudio Abate | Riccardo Abate
Sede: Mucciaccia Contemporary, Via Laurina 31, 00187, Roma
Inaugurazione: mercoledì 28 settembre | 18.00 - 20.00
Apertura al pubblico: 29 settembre | 15 ottobre 2022
Orari di apertura:
Lunedì 14.00 – 19.00
Martedì – venerdì 10.30 – 19.00
Sabato 11.00 – 19.00
Informazioni: + 39 06 68309404 | info@mucciacciacontemporary.com | mucciacciacontemporary.com


pubblica: 

martedì 27 settembre 2022

Domenico Borrelli | RI - CONTENERSI


Sabato 1 ottobre la Shazar Gallery presenta RI – CONTENERSI di Domenico Borrelli, la prima personale dell’artista torinese a Napoli. 

Nel nuovo progetto realizzato in esclusiva per la galleria di via Pasquale Scura, tre figure antropomorfe dalle dimensioni imponenti affiancano elementi anch’essi ibridi, combinazione di oggetto e umano, che parlano di storie e di identità. Le sculture in resina pigmentata, Caraffante 22, Bottiglia 22, e Boccale 22, sono la rielaborazione di un progetto del 2004, in cui Domenico Borrelli espleta la sua attuale ricerca sul corpo, su una umanità mostrata parzialmente e contenuta da recipienti, gli esseri portatori e contenitori del carburante vitale dell’uomo, energia che viene a mancare o da proteggere, da conservare. La fusione dell’immagine classica e dell’oggetto creato dallo stesso uomo pone una domanda esistenziale - è l’uomo che diventa bottiglia oppure è la bottiglia a diventare uomo? Le incisioni che appaiono sulla superficie degli esseri mutanti contribuiscono ad una nuova lettura delle opere, come tatuaggi su pelle, sono timbri, segni labirintici che scavano e citano la città di Napoli con il suo passato, il mito e l’archeologia. Le tre sculture tendono a rappresentare la trasformazione imminente dell’essere, emblemi di una società che si trova di fronte a un cambiamento epocale, che ci conduce a riconsiderare la forma, la bellezza, lo spazio. 

“La sua ricerca celebra da sempre il corpo come filo conduttore (Nietszche), il corpo quale luogo totemico (per l’arte è la scultura) come si costruisce sulla metrica e sull’ordine, strappandosi, in un continuo movimento, a togliere, dal potere e dal caos.” (Collisioni, Marisa Vescovo, 2011)

RI – CONTENERSI rimarrà aperta fino al 19 novembre 2022 dal martedì al sabato dalle 14.30 alle 19.30 e su appuntamento

Domenico Borrelli, scultore torinese del 68’, docente di scultura all’Accademia di Belle Arti di Foggia. In 30 anni di attività artistica partecipa a numerose mostre in Italia e all’estero tra cui Nature and Metamorphosis a Beijing e Shanghai e Levia gravia da Umberto Benappi Arte Contemporanea, Torino. Alcune mostre personali sono Branco 1998 Studio Arte Recalcati – Torino, No Entry 2006 Studio Vigato di Alessandria, Memore 2017 Zaion Gallery, Biella. Fa parte di collezioni permanenti, compresi il museo Hakone Open-Air Museum di Tokyo, il Museo di Milevsko (Rep. Ceca), Igav Fondazione Garuzzo (Saluzzo), Loft Project ETAGI, San Pietroburgo (Russia), Parco d’Arte Quarelli (Roccaverano).


Shazar Gallery
Domenico Borrelli | RI - CONTENERSI
Opening: sabato 1 ottobre dalle ore 16,00 alle 20,00
Dal 1 ottobre al 19 novembre 2022

Press officer: Graziella Melania Geraci 3475999666 press@shazargallery.com
Shazar Gallery
Via Pasquale Scura 8
80134 Napoli Tel. 081 1812 6773 www.shazargallery.cominfo@shazargallery.com
Instagram: shazargallery – FB: shazargallery







venerdì 23 settembre 2022

Lucrezia Minerva. L'Anima de luoghi

L’ Anima dei luoghi è un’esposizione composta da lavori realizzati da Lucrezia Minerva dal 2018 ad oggi. Da sabato 24 settembre 2022 a domenica 20 novembre 2022 al SAC Spazio Arte Contemporanea, Robecchetto con Induno (MI). 

La mostra esplora e indaga l’identità dell’anima estendendola al luogo. Luogo inteso non solo come strettamente fisico, ma interiorizzato, una relazione tra ‘in’ e ‘out’, tra micro e macro. L’artista, non viola l’entità del luogo e compone lo spazio del SAC concependolo come un grande involucro (macro) di ambienti più piccoli (micro). La composizione complessiva minimale trasmette l’idea di ordine, di luogo svuotato e contemporaneamente di un’attività intensa e disordinata al suo interno.

Per quest’occasione, sono state realizzate le installazioni ‘In’ e ‘Out’ (2022) che proseguono l’indagine in modo visivo e spaziale del tema centrale della mostra: l’interconnessione tra esterno e interno, tra percepire ed elaborare in modo intimo e personale l’essenza primaria di ciò che viviamo come evento, luogo, oggetto.


Titolo: Lucrezia Minerva. L'Anima de luoghi
Apertura: 24/09/2022
Conclusione: 20/11/2022
Organizzazione: SAC Spazio Arte Contemporanea
Luogo: Robecchetto con Induno (MI), SAC Spazio Arte Contemporanea
Indirizzo: Via Carducci 2 - Robecchetto con Induno (MI)
Inaugurazione: sabato 24 settembre 2022 ore 16.00
Orari: 14.30 - 19.30 dal mercoledì alla domenica
Telefono: 0331 122 7674
Mail: info@spazioartecontemporanea.com
Ingresso: gratuito

giovedì 22 settembre 2022

Pillow, spill-over and lover | Michele Montanaro e Enzo Francesco Testa



Pillow, spill-over and lover: Evidenti relazioni non dette di Antonio Zimarino

Cosa può aggiungere un pensiero esterno ad un progetto lucido, meditato, analiticamente svolto e declinato da un artista?
Spiegare qualcosa di ulteriore delle volte può essere una operazione inutile rispetto ad una seria e meditata ricerca artistica che può essere capace da sé di generare suggestioni e impressioni precise: tuttavia il pensiero dell’Altro può portare ad una diversa “collocazione” di ciò che si vede e si legge, all’interno di un contesto di senso e significati diversi e più ampi. Più ampi non perché si “sa di più” dell’artista ma solo perché si sa “diversamente” da lui.
Ma leggere “cosa”? La “forma” ovviamente, anche se nei nostri tempi, non è affatto cosa scontata che questa operazione venga proposta: tendiamo piuttosto a fidarci di ciò che è già nell’evidenza di ciò che le opere sembrerebbero “dichiarare”, rinunciando così a leggere “diversamente” ovvero, rinunciando a generare un pensiero in grado di proporre una comprensione più ampia dell’opera. Se tutto in essa si riducesse a ciò che l’artista dichiara, non avremmo bisogno dell’arte e ci basterebbe la sola descrizione di “ciò che l’artista intendeva dire”. Così però l’arte resterebbe una “dichiarazione” che non richiede commenti, e punti di vista diversi. Invece le forme di Michele Montanaro e Enzo Francesco Testa suggeriscono che in un’opera ci può essere moltissimo che “manca”, che appare “sotto testo” rispetto all’evidenza dell’opera e quel molto, quelle assenze da colmare sono esattamente ciò che “chiama” la necessità del pensiero dell’Altro. Oltre l’evidenza dell’immagine, che cosa potrebbe dirci il “pensare metaforicamente” sulla struttura estetico formale di ciò che vediamo in questa complessa “installazione” a due voci? L’oggetto - scultura centrale è costituito per generare mentalmente la fisicità di ciò che è assente, di ciò che evidentemente manca; l’impronta richiama una presenza che è stata e con essa, tutto l’universo simbolico e le storie possibili che si sono mosse dentro e attraverso un “corpo” di cui ora percepiamo solo la memoria impressa. Alle pareti, la fotografia, che solitamente dovrebbe fissare su due dimensioni una realtà, racconta e cerca di presentare un movimento realisticamente “impossibile” ovvero la distanza incerta tra corpo e impronta che potrebbe essere tanto un movimento di “separazione” che di “ricongiungimento”. Entrambi i “media” artistici cercano quindi di conservare e mostrare ciò che non c’è e sembrano tra loro invertire i ruoli: la scultura diventa l’immagine quasi fotografica dell’assenza e la fotografia registra un processo mentale e dinamico della presenza: la scultura è l’evidenza della “perdita”, la fotografia è la suggestione imprecisa non solo di un distacco, ma potenzialmente anche di una “riconnessione”. Arrestare l’istante, imprimerlo, conservarlo, rileggerlo, re – immaginarlo: nel sistema coordinato di rimandi tra foto e scultura c’è una complessa narrazione di abbandoni, assenze e desideri. C’è il senso impreciso e ineluttabile che si da allo scorrere del tempo; c’è il desiderio di ricomporre, come quello di capire cosa si è perso e cosa si vuole ritrovare. L’“impronta” è per altro un elemento che torna costantemente nel lavoro di Michele Montanaro: è la testimonianza di qualcosa che è stato reale e non lo sarà più, di una sensazione fisica non eliminabile di contatto profondo con la materia. L’impronta è il segno di una realtà e quindi, su questo ipotetico “cuscino”l’impronta del corpo, del sonno e dell’abbraccio diventano l’evocazione indelebile di uno “stato” di tenerezza, di incoscienza e inconscio, di oblio, di inconsapevolezza e di “abbandono”.

La fotografia di Francesco Testa sceglie di rappresentare l’indeterminazione di un distacco o di una riconnessione, suggerisce cosa è perduto e cosa può essere ritrovato: ma cosa? Un corpo vivo in movimento, che ha generato la sensazione la fisicità perduta e desiderata. Ma quale “corpo”? Perché è “femminile”? Ciò significa che il lavoro non è “autobiografico” ma profondamente metaforico: il “corpo femminile” è un universo simbolico antico e infinito quanto l’esistenza stessa. La Madre, L’Amante, La Terra, (e il colore del corpo è straordinariamente simile a quello della materia che lo ha accolto e ne ha conservato memoria) un nucleo di desideri, di certezze e incertezze affettive profonde, di accoglienza e protezione, ora assenti, ma che sono state “presenze” e che quindi diventano desideri di un ritorno.

Montanaro è attaccato al tempo, all’istante, al senso della transitorietà, a quelle verità o impressioni percepite che l’attimo non riesce a conservare nel suo fluire ma è proprio tale assenza che genera l’ansia e il desiderio di ricordare e ritrovare ciò che è mancato; Testa evoca il processo avvenuto ed insieme, quello desiderato: la fotografia e la scultura diventano entrambe testo del “non dicibile” del non rappresentabile, ovvero, di uno stato di sogni, memorie e possibilità perdute e da ritrovarsi. E’ davvero questo che gli artisti volevano dire? Non so, probabilmente intendevano anche altro, ma certamente ciò che abbiamo detto si può credibilmente leggere nel sistema di relazioni che si costruisce in mostra: se l’opera si propone in tali forme e relazioni è inevitabile leggerla attraverso esse e attraverso ciò che sappiamo ipotizzare di esse. Stiamo costringendo a far dire all’opera ciò che non voleva? No. Leggiamo nell’opera ciò che può dire, oltre ciò che dichiara: del resto l’arte non funziona e ha ben poco senso come semplice “comunicazione” di pensiero, ma può avere il potere della “generazione” del pensiero nella sua interpretabilità, ogni qualvolta la si voglia davvero incontrare profondamente impegnando sensibilità e sapere. Ma checché se ne voglia dire, non si può evitare questo “fatto visivo”: il centro di tutto, il sistema formale visivo e simbolico resta in quel corpo femminile, reale ed evocato, che è stato e non è, quel simbolo ancestrale di dormiente senza volto che era nell’inconsapevolezza del sonno, un tutt’uno con la materia e che poi la consapevolezza del reale ha separato ma che la materia ricorda e il sogno ancora desidera.

SPAZIO INANGOLO
Il progetto Inangolo prende vita alla fine del 2012, dalla passione di tre amici, Francesco Di Bernardo, Alessandro Rietti e Francesco Toppeta che hanno in comune l’amore per le arti applicate e la voglia di dar vita ad una realtà dinamica, vitale e ricca di idee. In un contemporaneo oramai del tutto virtuale, dove si è perso il valore del rapporto, dello scambio e del confronto, incontrarsi realmente sembra un’opportunità per pochi e l’operosità condivisa diventa virtù di nicchia. Riteniamo che l’arte, in particolar modo quella contemporanea, abbia la necessità di trovare nuovi luoghi, al di fuori dei circuiti tradizionali, Inangolo è un’idea di spazio aperto a tutti, punto di incontro per gli esperti del settore, per gli appassionati e per tutti coloro che avranno voglia di ritrovarsi in un luogo polivalente in cui la cultura, la creatività, l’espressione, le tendenze prenderanno vita e forma attraverso il fare arte. Spazio Inangolo vuole ricominciare da questo punto fondamentale per poter costruire nuove e significative attività, creando una piattaforma versatile fatta di incontri e scambi culturali. Nel 2020 Spazio Inangolo lascia la storica sede situata in Via Pultone per trasferirsi a Largo San Giovanni Battista nell’ex Monastero dell’Ordine Gerosolimitano, struttura del 1523 che oggi ospita il polo di spazi culturali la Casa delle Arti e dei Mestieri. Uno piccolo spazio singolare ed accogliente, un punto di incontro per gli artisti che vorranno presentare progetti monotematici attinenti alla loro ricerca creativa. L’aggregazione culturale suscitata dall’evento ospitato da Spazio Inangolo si svolgerà en plein air coinvolgendo l’intero complesso della Casa delle Arti e dei Mestieri.

Michele Montanaro
Enzo Francesco Testa

PILLOW, SPILL-OVER AND LOVER 
a cura di Antonio Zimarino

vernissage sabato 24 settembre ore 18.00

Associazione Spazio Inangolo
con il Patrocinio del Comune di Penne
XVIII Giornata del Contemporaneo AMACI

INANGOLO
Largo San Giovanni Battista 1, Penne (PE)
Casa delle Arti e dei Mestieri
dal 24.09.2022 al 08.10.2022
venerdì e sabato dalle 18.00 alle 20.00
info@inangolo.it




A Milano la mostra Calce di Daniela Chionna


Nuovarredo, azienda leader nel settore dell’arredamento, è lieta di ospitare nella nuova area Febal Casa l’esposizione d’arte contemporanea Calce dell’artist designer Daniela Chionna. Un viaggio cromatico dalla Valle d’Itria alle coste del Salento, dove l’artista indaga l’identità di un Luogo cercando di riprodurne quel fascino vibrante di vita e storia che lo caratterizza.

Un ciclo di quattro opere pittoriche di grandi dimensioni, di cui tre ispirate al colore bianco-calce e alle tinte-stinte dei vecchi muri dei caseggiati dei centri storici e delle case costiere della Puglia. 

La quarta opera è ispirata alla lucente scogliera del Salento a strapiombo sull’Adriatico.

“Muri tinti di candida calce, rituale che scandisce il tempo dell’arrivo della bella stagione. Antichi graffi, evocative crepe, bianche screpolature da cui affiorano vecchie e sbiadite tinte : rosso mattone, celeste cobalto, giallo senape; colori antichi, sempre cari ai popoli del Mediterraneo Calce, archeologia dell’anima, memoria presente”. 

Per il vernissage il pubblico presente avrà la possibilità di assistere al Cooking Show condotto dalla chef stellata Antonella Ricci, già protagonista di diversi programmi tv, punto di riferimento per la cucina gourmet italiana, che per l’occasione proporrà una degustazione ispirata alla tradizione pugliese rivisitata in chiave contemporanea. 

La nota chef sarà affiancata da Anna Falchi (Testimonial Nuovarredo).

Evento in collaborazione con: Birra Salento e Cantine Paolo Leo.

Breve Biografia 
Daniela Chionna artist designer 
Sempre sospesa tra Arte e Design fa il suo esordio nel 1995 in occasione dello Spoleto Festival presentando una collezione di mobili scultura dalla forte valenza evocativa ispirati ai quattro elementi (Terra, Fuoco, Acqua, Aria), ne consegue la partecipazione al Fuorisalone del Mobile di Colonia (Germania) e di Milano. Nel 2002 crea Quadri e Contenitori di Luce (light art), strutture polimateriche + luce ispirate all’astrattismo organico, progetto selezionato per il Salone Satellite 2002 in occasione del Salone Internazionale del Mobile di Milano. Dal 2013 intraprende un percorso prevalentemente pittorico, con saltuarie incursioni nella scultura e l’installazione, dove mai è trascurata una ricerca sempre tesa ai differenti livelli della trasfigurazione astratta. Daniela Chionna espone in Italia e all’estero (Stati Uniti, Giappone, Europa). Le sue opere sono presenti in scenografie televisive (Centro Produzione Rai 3 Torino) e cinematografiche (DRAKA Production per il film NOMI E COGNOMI regia di Sebastiano Rizzo con Enrico Lo Verso e Maria Grazia Cucinotta - distribuzione nazionale), musei (opera in permanenza al MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz città Meticcia di Roma *Cubi d’Artista; esposizioni temporanee: PAN Palazzo delle Arti di Napoli *Festival Notar - Act; Museo Sigismondo Castromediano di Lecce *Appunti Onirici – Dream Notes performance ; Museo del Mar di Alicante –Spagna * Mediterraneus ars liber), rassegne artistiche degne di nota, riviste di settore nazionali ed estere. Daniela Chionna collabora con curatori, architetti, scenografi, musicisti.



Calce 

Show Room Nuovarredo – Febal Casa
via dell’Industria, 1
20094 Corsico (MI)

dal 30 settembre 2022 - al 31 ottobre 2022
Vernissage: 30 settembre 2022 ore 17:00

Artista: Daniela Chionna

Evento a cura di: Nuovarredo S.r.l 



mercoledì 21 settembre 2022

MAREOGRAFIA di Ilaria Abbiento all'acquario civico di Milano


… le trasmissioni d’amore vibrano a intermittenza, e il mare,
nonostante tutto, continua a inondare la terra,
talora impetuoso come i miei marosi interiori.
In questa geografia di pensiero mi esercito all’ascolto del mio cuore in apnea,
immerso nel blu dell’odissea ma consapevole di ritrovare, ancora una volta,
la riva dove la tempesta è oltre.
(Marosi 48Kn 90Km, 2020) - Ilaria Abbiento


Il progetto artistico MAREOGRAFIA di Ilaria Abbiento, a cura di Claudio Composti,in mostra dal 30 settembre al 30 ottobre 2022presso l’Acquario Civico di Milano, è promosso dal Comune Milano Cultura e dall’Acquario - Civica Stazione Idrobiologica.

Il percorso propone una serie di opere tra stampe fotografiche, installazioni e video dell’artista partenopea, già presentate in gallerie e musei in Italia e all’estero, cherisalgono agli ultimi anni della sua produzione.

Pochi elementi hanno tanti valori simbolici quanti ne ha l’acqua. Nella mitologia e in tutte le religioni o filosofie è sempre citata come elemento sacro che lega culture anche molto distanti tra loro. Dal cristianesimo al buddismo, dall’induismo all’islam, l’acqua è un simbolo potente, che assume significati di passaggio dell’esistenza. Simbolo di vita,rinascita e purificazione. Incarna il principio femminile della fertilità.È visto come un elemento dalla forza misteriosa, in grado di trasformarsi continuamente.

Nell’arte di Ilaria Abbiento, innamorata visceralmente del mare, si ritrovano questi significati declinati nelle diverse espressioni della sua creatività. 

Saranno infatti proiettati alcuni video recenti, esposte opere fotografiche ed elementi installativi.

Attraverso la sua eterogenea produzione artistica, Ilaria Abbiento esplora nuovi itinerari per navigare tra le isole del suo arcipelago interioree il mare assume così una forte valenza personale e simbolica che rende omaggio al ciclo della vita. Gioca con immagini che confondono cielo e mare e con gli elementi della natura, come nel video MAROSI 48KN 90Km/h – progettato per il Museo Pecci di Prato e proiettato al Museo PAC di Milano.

Ilaria Abbiento traccia per noi nuove rotte, sulle coordinate della sua poesia e della sua arte, capaci di restare in apnea, per passare anche la tempesta che a volte ci travolge, a qualunque angolazione e, troppe volte, inaspettatamente.


BIOGRAFIA
Ilaria Abbiento è un’artista partenopea.
La sua pratica artistica, che dedica da molti anni al tema del mare, è costellata da immagine e materia epercorre itinerari cartografici immaginari volti a un’indagine poetica del suo oceano interiore.E’ stata allieva di Antonio Biasiucci orientando il suo percorso a una ricerca di fotografia d’autore.Le sue opere sono state esposte in molte gallerie d’arte e musei prestigiosi sia in Italia che all’estero tra cui il PAC di Milano e la Fondazione Pino Pascali a Polignano a Mare (Bari) o Le Quadrilatère Galerie a Beauvais in Francia, l’Institut Culturel Italien a Parigi, la Galleria d’Arte Moderna a Catania, il Museo Macro a Roma, il Museo Madre e il Museo di Villa Pignatelli a Napoli. Ha partecipato a varie residenze d’artista tra cui BoCs Art a Cosenza, The Photosolstice all’Asinara in Sardegna, Plaza Art Residency sull’isola di Capraia e Residenze Mediterranee in Corsica. Ha esposto in Festival di fotografia internazionali tra cui il Photolux Festival di Lucca e il Photaumnales in Francia. Ha vinto diversi premi e ha avuto molti riconoscimenti, tra cui un’opera finalista alla decima edizione del Premio Francesco Fabbri per le arti contemporanee.
Attualmente l’artista è rappresentata da Claudio Composti, mc2gallery.



MAREOGRAFIA_ILARIA ABBIENTO
A cura di Claudio Composti

Sede
Acquario Civico di Milano
Viale G. Gadio 2, Milano | (MM2 Lanza)

Data
30 settembre – 30 ottobre 2022
Inaugurazione: 29 settembre ore 18.30

Orari
Martedì – domenica, ore 10:00 - 17:30, ultimo ingresso ore 17:00 (con biglietto).

Chiusura biglietteria ore 16:30. Chiuso il lunedì.
Biglietti €5.00 intero, €3.00 ridotto (la visita alla mostra è compresa nel biglietto d’ingresso all’Acquario)
Tel. 02.88465750
Per le procedure di accesso all'Acquario aggiornate, consultare il sito web:

Ufficio stampa Comune di Milano
Elena Conenna | elenamaria.conenna@comune.milano.it