sabato 1 dicembre 2018

BRUNO MUNARI. I colori della luce

Bruno Munari – Macchina inutile aerea, 1947

La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, in collaborazione con la Fondazione Plart, nell’ambito dell’edizione 2018 di Progetto XXI, presenta la mostra BRUNO MUNARI. I colori della luce, a cura di Miroslava Hajek e Marcello Francolini, realizzata presso il Museo Plart (Via Giuseppe Martucci 48, Napoli).

Progetto XXI è la piattaforma attraverso la quale la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee si propone, dal 2012, di esplorare la produzione artistica emergente, nella sua realizzazione teorico-pratica, e di analizzare l'eredità delle pratiche artistiche più seminali degli ultimi decenni, nella loro esemplare proposta metodologica. Il progetto intende così contribuire alla produzione e alla diffusione di narrazioni e storiografie alternative del contemporaneo e alla definizione di un sistema regionale delle arti contemporanee, basato sulla collaborazione e l’interscambio fra istituzioni pubbliche e private operanti in Regione Campania.
In particolare, la collaborazione con Fondazione Plart ha permesso di ampliare i pubblici di riferimento e di approfondire nuove linee di ricerca, esplorando le relazioni in costante aggiornamento fra arte, architettura e design con l'obiettivo di creare le premesse per progetti museali in grado di abbracciare l'ampio spettro di queste relazioni. Oltre ad avviare, con una pluralità di soggetti di eccellenza, una riflessione sistematica sulle tematiche del restauro nelle arti contemporanee e a supportare, quindi, l'affermazione delle nuove professionalità ad esse connesse.

Bruno Munari (Milano, 1907-1998), designer, scrittore e uno dei massimi protagonisti dell'arte programmata e cinetica, è autore di una ricerca multiforme che, al di là di ogni categorizzazione, definisce la figura di un intellettuale che ha interpretato le sfide estetiche del Novecento italiano, esplorando la relazione fra le discipline e l'interscambio fra il concetto di opera e quello di prodotto, fra forma e funzione.La mostra presentata al Plart analizza un aspetto in particolare e uno specifico corpo di lavori di Munari, le Proiezioni a luce fissa e le Proiezioni a luce polarizzata realizzate negli anni Cinquanta del secolo scorso, con cui porta a compimento la sua ricerca volta a conquistare una nuova spazialità oltre la realtà bidimensionale dell’opera. L’artista, esplorando la nozione di dipingere con la luce, arriva dapprima, nel 1950, al processo di smaterializzazione dell’arte attraverso l’uso di proiezioni di diapositive intitolate Proiezioni Dirette: composizioni con materiali organici, pellicole trasparenti e colorate in plastica, pittura, retini, fili di cotone fermati fra due vetrini. Questi piccoli collage erano proiettati al chiuso e all’aperto, sulle facciate di edifici, dando una sensazione di monumentalità e conquista di un'inedita spazialità, tridimensionale e pervasiva, dell’opera. Nasce così la "pittura proiettata" di Munari che, progredendo nelle sue indagini, giunge al suo culmine nel 1953, quando scopre e mette a punto per la prima volta il modo in cui scomporre lo spettro di luce attraverso una lente Polaroid. Utilizzando, infatti, un filtro polarizzato movibile applicato a un proiettore per diapositive, Munari ottiene le Proiezioni Polarizzate con cui compie l'utopia futurista di una pittura dinamica e in continuo divenire. 

Le proiezioni dirette e quelle polarizzate sono presentate per la prima volta nel 1953 a Milano nello studio di architettura B24, che allora era uno spazio per le esposizioni del MAC-Movimento per l'arte concreta, e poi nel 1955 al MoMA di New York con il titolo di Munari's Slides, nell'ambito di una mostra personale. Successivamente saranno presentate nel 1955 alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma ed infine a Tokyo, Stoccolma, Anversa, Zurigo, Amsterdam.

Questa parte peculiare della complessa e variegata produzione artistica di Bruno Munari sarà per la prima volta presentata a Napoli, a seguito della ricerca condotta dalla Fondazione Plart, che ha svolto un accurato lavoro scientifico di digitalizzazione dei vetrini che saranno proiettati in specifici ambienti della mostra. Trattandosi di opere risalenti a oltre cinquant’anni fa (Proiezioni Dirette, 1950; Proiezioni Polarizzate, 1953), il lavoro di digitalizzazione si è reso necessario anche per la conservazione di queste opere, vista la loro precaria costituzione materiale. Inoltre, la digitalizzazione consente di portare alla conoscenza del pubblico un particolare aspetto del lavoro di Munari rimasto sconosciuto per molto tempo, colmando, altresì, i vuoti e le mancanze presenti nella ricostruzione non solo di alcuni aspetti della sua ricerca ma più in generale della storia dell’arte contemporanea, soprattutto nel rapporto arte-tecnologia. Infatti, il lavoro di Munari che sarà presentato in mostra ha inciso in modo determinante sui successivi sviluppi dell'Arte cinetica in Francia e dell'Arte programmata in Italia. In più, gli ambienti realizzati per mezzo di proiezione diretta o di proiezione polarizzata hanno anticipato in modo assolutamente seminale soluzioni proprie delle video-installazioni multimediali e, di conseguenza, delle più recenti metodologie e linee di ricerca dell’arte interattiva, come il Mapping e la Kinect-Art. 

Il percorso espositivo del Plart è arricchito dalla presenza di alcune opere esemplificative di quella ricerca che condurrà Munari, già a partire dagli anni Trenta e Quaranta, ad evolvere in senso ambientale l’opera: Macchina Inutile (1934), Tavola Tattile (1938), Macchina Aritmica (1947), sono opere che dichiarano una volontà di uscita dalla bidimensionalità, che raggiungerà il suo culmine nell’ideazione di Concavo-Convesso (1947). Punto di luce, un dipinto olio su masonite del 1942 rivela in nuce le ricerche formali a cui Munari arriverà proprio con le proiezioni dirette e polarizzate, nelle quali, tra l’altro, è presente una ricerca di sensibilizzazione, in senso artistico e visuale, delle materie plastiche colorate che sono usate per trasparenza. Nelle Proiezioni Dirette, infatti, la plastica è impiegata a seconda del suo colore, per essere investita dalla luce. mentre nelle Proiezioni Polarizzate la plastica è il mezzo per estrarre il colore dalla luce. Munari fonde così, materia e luce producendo opere il cui messaggio finale oltrepassa la fisicità dell’opera. La presenza in mostra di opere come Flexy, multipli realizzati in plastica a partire dagli anni Sessanta, e Fossile del 2000 (1959), in cui componenti elettroniche e materiali metallici sono immersi in pezzi di plexiglass di forma irregolare e bruciato, dichiarano il continuo interesse di Munari nei confronti delle materie plastiche che diventano, con il tempo, elementi fondamentali nella comunicazione visiva in quanto determinano effetti cromatici variabili.
Nei mesi successivi all’inaugurazione sarà pubblicato il catalogo della mostra con prestigiosi interventi che inquadreranno criticamente gli aspetti principali ed essenziali dell’esposizione.

La mostra è realizzata e finanziata integralmente con fondi POC 2014-20 (PROGRAMMA OPERATIVO COMPLEMENTARE) Regione Campania

Bruno Munari, Vetrino a luce polarizzata, 1953, materiali vari. Courtesy Miroslava Hajek


TITOLO DELLA MOSTRA: BRUNO MUNARI. I colori della luce
PROMOSSO DA: Fondazione Donnaregina in partnership con Fondazione Plart
A CURA DI: Miroslava Hajek, Marcello Francolini
SEDE ESPOSITIVA: Fondazione Plart, via Giuseppe Martucci 48, Napoli, Italia
TEL E INFO:081-19565703, info@plart.it
COSTI INGRESSO: Gratuito per la mostra
Per informazioni consultare i siti www.fondazioneplart.ite www.madrenapoli.it
INAUGURAZIONE: 29 novembre 2018 ore 19:00
DATE DI APERTURA: 29 novembre 2018 - 20 marzo 2019
ORARI DI APERTURA: da martedì a venerdì ore 10.00 - 13.00 / ore 15.00 - 18.00
Sabato ore 10.00 - 13.00


Ufficio stampa Fondazione Plart
Culturalia di Norma Waltmann
051 6569105, 392 2527126
info@culturaliart.com
www.culturaliart.com

Ufficio stampa Fondazione Donnaregina/ Museo Madre
Enrico Deuringer
Sarah Manocchio
ufficiostampa@madrenapoli.it
www.madrenapoli.it

venerdì 30 novembre 2018

Paola De Pietri. Apèrto


La galleria 1/9unosunove è lieta di annunciare la prima mostra personale dell’artista Paola De Pietri (1960, Reggio Emilia).

La mostra “Apèrto” raccoglie lavori che Paola De Pietri ha realizzato nel corso di un ventennio, spaziando dalle fotografie in bianco e nero di grande formato della serie “Questa Pianura” (2004, 2014-17) alla serie dei “Dittici”, di dimensioni più piccole e a colori, che risalgono al 1997.
La parola apèrto è il filo conduttore della mostra nei suoi significati di: non chiuso; di cose o attività cui si è dato inizio e che sono perciò in atto, non ancora concluse; di cosa il cui esito è indeciso, quindi ancora imprevedibile, o impregiudicato; ampio, spazioso; all’aria libera, in luogo non chiuso, non coperto o riparato.
Tra le immagini quella di un uomo steso su una piattaforma sul lago che sembra avere ceduto all’urgenza di esporsi al sole a braccia aperte nell’aria immobile tra il pneumatico e le scarpe nere bene ordinate sul fianco.
Il paesaggio e i ritratti sono qui fortemente influenzati da una percezione sensoriale, vitale, atmosferica connessa al ciclo annuale e al passaggio del tempo; sia quando nei paesaggi si possono scorgere legami ‘cosmici’ come l’ombra che si allunga su una collina e che ricorda la rotazione terrestre, sia nel microcosmo dei rami invernali appesantiti da blocchi di ghiaccio, sia nell’evoluzione di una nuvola temporalesca che cambia forma e colore nel volgere di pochi istanti.
Nelle immagini della serie “Questa Pianura” (2004, 2014-17), che rappresenta quasi una ricerca archeologica, la scomparsa della civiltà contadina ha lasciato sul terreno case coloniche in disfacimento e alberi isolati che privi delle loro funzioni originarie sono percepiti come le parole rimaste di un discorso frammentario di cui non è più possibile cogliere il senso complessivo. Sono immagini totemiche dove il tempo se da un lato sgretola le costruzioni rendendole quasi sculture, gli alberi cercano di recuperare la loro forma originaria.
Nella serie dei “Dittici” infine una o più persone sono riprese due volte a pochi istanti di distanza nell’attraversamento di uno spazio nel compimento di un percorso. "Le storie sono minime, appena percettibili, e idealmente infinite. Ognuna di esse è contemporaneamente irripetibile e del tutto priva di significato: regolata dalla scansione temporale imposta dalla duplice immagine, si riferisce però a un tempo in qualche modo sospeso e assoluto, assurdo". (Roberta Valtorta)

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Paola De Pietri
Apèrto

1/9unosunove gallery is proud to announce the first solo show by the artist Paola De Pietri (1960, Reggio Emilia).

The exhibition ‘Apèrto’ features works that Paola De Pietri has produced over the course of some twenty years, ranging from large format black-and-white photographs from the series "Questa Pianura" (2004, 2014-17) to the series of "Dittici" of smaller dimensions and in colour, that date back to 1997.
The word apèrto (‘open’) is the common thread of the exhibition in the senses of: not closed; of things or activities which have been started and which are therefore underway, not yet complete; of something of which the outcome is as of yet undecided and thus still unforeseeable or unprejudiced; wide, spacious; in the open air, in an outdoor place, not covered or sheltered.
Among the images there is that of a man lying on top of a platform on the lake who appears to have given in to the temptation to bathe in the sun, his arms open, in the still air between the tyre and the black shoes laid out carefully next to him.
The landscape and the portraits are strongly influenced here by a sensorial, vital, atmospheric perception, connected to the annual cycle and the passing of time – both when ‘cosmic’ links may be observed in the landscapes such as the shadow stretching over a hillside, reminding us of the earth’s rotation, and also in the microcosm of winter branches, weighed down by blocks of ice, or in the evolution of a storm cloud that changes shape and colour in the space of a few moments.
In the images from the series "Questa Pianura" (2004, 2014-17), which almost represents an archaeological research, the disappearance of the peasant civilisation has left the land scattered with falling-down farmhouses and isolated trees which, bereft of their original functions, are seen like the words left over from a fragmentary discourse of which the overall sense may no longer be grasped. They are totemic images in which time on one hand makes the constructions crumble, almost turning them into sculptures, while the trees attempt to recoup their original shape.
Lastly, in the series of "Diptychs", one or two people are photographed a short time apart during the crossing of a space in the completion of a path. “The stories are minimal, scarcely perceptible, and ideally infinite. Each of them is at the same time unrepeatable and entirely meaningless: regulated by the punctuation of time imposed by the double image. The reference however is to a time in a certain sense suspended and absolute, absurd”. (Roberta Valtorta)


Paola De Pietri. Apèrto


Palazzo Santacroce
Via degli Specchi, 20
00186 Roma, Italia

giovedì 29 novembre 2018

Thomas Orthmann. Finestre sull’immaginario

Thomas Orthmann 
Il quadrato nero 
acrilico su tela, cm 116 x 137 2012


Una retrospettiva di grande pregio dedicata all’immaginario di Thomas Orthmann. Oltre 40 tele di grandi e piccole dimensioni ripercorrono il percorso artistico del visionario artista tedesco che amava definirsi “un piccolo marchigiano”. Come “Finestre sull’immaginario” le opere di Orthmann raccontano un universo sospeso tra lo spazio e il tempo che incuriosisce per la ricca simbologia, meraviglia per la fantasia e stupisce per la tecnica.

La mostra a cura dell’artista Gesine Arps sarà ospitata a Palazzo Bracci Pagani di Fano dal 9 dicembre 2018 al 20 gennaio 2019. Un viaggio nell’arte: la pittura come viaggio nella pittura. Le opere di Thomas Orthmann sono composizioni pittoriche dalla tecnica impeccabile nelle quali convivono i grandi maestri dell’arte con riferimenti espliciti e citazioni degli artisti che più stimava: dai futuristi Depero e Balla al suprematismo di Malevic, la metafisica di De Chirico, Carrà, Sironi, Morandi, ma anche Picasso e Basquiat.

«Spesso scelgo la mia forma tra le figure di altri pittori – spiegava Orthmann – Alcuni passeggiano nella natura, tanti la raffigurano. La mia passeggiata è nella storia dell’arte, nei libri e nelle riviste.» L’esposizione, organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Fano e patrocinata dal Comune di Fano, è a cura dell’artista Gesine Arps e presenta oltre 40 opere di piccole e grandi dimensioni. “Finestre sull’immaginario” inaugurerà sabato 8 dicembre alle ore 17.00 nella Sala di Rappresentanza della Fondazione Cassa di Risparmio di Fano (Via Montevecchio, 114) e rimarrà aperta ad ingresso libero nelle sale espositive del Sistema Museale di Palazzo Bracci Pagani “Diana Art Gallery” fino al 20 gennaio 2019, tutti i giorni tranne il lunedì dalle ore 17.00 alle 19.30.

Thomas Orthmann è mancato a giugno 2018, a pochi mesi dalla sua personale. L’artista e amica Gesine Arps, affiancata dalla moglie Erika, hanno gestito l’immenso archivio di 50 anni di carriera artistica e nella mostra “Finestre sull’immaginario” presentano lo sfaccettato universo del visionario artista dai “Giapponismi” fino alle ultime tele, alcune incomplete. La curatrice Gesine Arps in corso di mostra ha organizzato anche tre appuntamenti tra poesia e musica che approfondiranno il rapporto tra la cultura italiana e tedesca. Tutte le opere della mostra “Finestre sull’immaginario” sono raccolte in un catalogo in lingua italiana, inglese e tedesca, con testi critici di Roberta Ridolfi, Siegfried Wichmann e contributi di Guido Ugolini, Gesine Arps, Carlo Bruscia e Erika Orthmann.

THOMAS ORTHMANN: LA PITTURA COME VIAGGIO NELL’ARTE
Thomas Orthmann (1943-2018) nasce a Brema in Germania. Dopo essersi diplomato presso l’Accademia di Berlino ed aver frequentato il “The Slade School of Fine Art University College” a Londra (1967-1968), è stato Professore in importanti Scuole d’Arte di Berlino e nel 1999 vince il prestigioso “Prix international d'art contemporain” di Montecarlo. Negli ultimi 20 anni della sua vita (dal 1996 al 2018) ha scelto di vivere nelle Marche, nel piccolo borgo di San Giorgio di Pesaro. Impossibile elencare tutte mostre a cui ha partecipato in 50 anni di carriera in Germania, in Italia e in altre nazioni: Berlino, Brema, Bradford, Düsseldorf, Londra, Montecarlo, Monaco di Baviera, New York; e ancora Bologna, Gubbio, Spoleto, Macerata, Pesaro e naturalmente Fano. La critica ha definito Orthmann un “ladro gentiluomo” per i molti “furti” che ha perpetrato nei confronti dei massimi esponenti della cultura figurativa di tutti i tempi. Le citazioni però sono dichiarate e restituite ad un livello superiore per giungere alla creazione di un universo del tutto originale. Le grandi tele di Orthmann incuriosiscono per la ricca simbologia, meravigliano per la fantasia e stupiscono per tecnica. Come “finestre sull’immaginario” le opere di Thomas Orthmann vivono in un’atmosfera sospesa tra sogno e ricordo, tra vissuto ed immaginato. Un percorso inedito ed originale che porta la mente dell’osservatore ad un senso di ritrovamento. Un importante periodo del percorso artistico di Thomas Orthmann è stato ispirato dall’arte Giapponese, anche in questo caso rielaborata nell’astrazione e nel simbolismo. “Finestre sull’immaginario” dedicherà ampio spazio a questa serie di opere in cui l’improvvisazione giapponese e l’arte europea del movimento si fondono in una forma completamente nuova. Orthmann assume a modello di riferimento i maestri dell’ukiyo-e, e attraverso la sovrapposizione di linee e piani differenti, riesce a ricreare un effetto di sospensione che dona movimento all’immobilità e immutabilità delle xilografie giapponesi. Qui sta il grande pregio di Thomas Orthmann: la vocazione alla considerazione e allo studio dell’arte, l’instancabile e prepotente vena creativa, la consapevolezza di essere andato oltre i confini del linguaggio codificato per proporre nuovi percorsi all’affascinante linguaggio dell’arte.

CALENDARIO DI INCONTRI
Durante le settimane di mostra la curatrice e artista Gesine Arps, già conosciuta anche come organizzatrice di importanti eventi (come la mostra d’arte contemporanea internazionale “Sentimento Agreste” che dal 1998 ha seguito per 16 anni nella suggestiva cornice del Teatro del Trionfo di Cartoceto) ha voluto dedicare alla città di Fano una serie di incontri, ad ingresso libero, con che approfondiranno il rapporto tra la cultura italiana e tedesca.

MANIFESTAZIONI “IN TONO”
Venerdì 21 dicembre 2018 ore 20.30 / Palazzo Bracci Pagani

POESIA E MUSICA: UN GIOCO INTORNO AL SOLSTIZIO
Tre poeti presentano tre poeti tedeschi
Con Andrea Angelucci, Claudio Fabbri, Usha Piscini
A seguire concerto di Donatella Tonini (voce) accompagnata da Vanni Oliva
(fisarmonica) su musiche di Bertolt Brecht …e altre sorprese
Sabato 12 gennaio 2018 ore 17.00 / Sala di Rappresentanza della Fondazione

LA MAGIA RAZIONALE DI THOMAS MANN
Presenta Enrico Capodaglio
Venerdì 18 gennaio 2019 ore 21.00 / Palazzo Bracci Pagani

STRANDLÄUFER / LUNGOMARE
Immagini, testo, traduzioni di Sibylle Ciarloni e poesie di Andrea Angelucci
Per tutto il periodo della mostra un’opera di grandi dimensioni di Thomas
Orthmann sarà esposta alla "Mediateca Montanari - Memo" di Fano.

INFORMAZIONI PER LA STAMPA
Media Relations & Digital PR
Angela Forin
press@angelaforin.it / angela.forin@gmail.com
M. + 39 347 1573278

THOMAS ORTHMANN
FINESTRE SULL’IMMAGINARIO
mostra d’arte contemporanea a cura di Gesine Arps

9 dicembre 2018 – 20 gennaio 2019
Palazzo Bracci Pagani – Fano (PU)

Sistema Museale di Palazzo Bracci Pagani “Diana Art Gallery”
Corso Matteotti n. 97 - 61032 Fano (PU)
Tel. +39 0721 802885
info@fondazionecarifano.it
www.fondazionecarifano.it

Con il patrocinio del Comune di Fano
Fondazione Cassa di Risparmio di Fano

DIANA ART GALLERY
Corso Matteotti n. 97
61032 Fano (PU)
Tel. 0721 802885
Fax 0721 827726
info@fondazionecarifano.it
www.fondazionecarifano.it


lunedì 26 novembre 2018

Sabino de Nichilo. VISCERE


Le sale del Museo Archeologico della Fondazione Depalo-Ungaro di Bitonto in provincia di Bari (via Giuseppe Mazzini 44) si aprono all’arte contemporanea e accolgono le sculture di Sabino de Nichilo, in occasione della sua mostra personale “Viscere” curata da Bianca Sorrentino. La mostra si inaugura sabato 1 dicembre 2018 alle ore 18:30 con una lettura di poesie di Silvana Kuhtz e si può visitare fino alla fine del mese.
Le forme cave plasmate dall’artista dialogano con i corredi tombali e le testimonianze archeologiche degli antichi Peuceti e interagiscono in modo installativo con la collezione di gessi della vecchia Scuola comunale di disegno conservati nel museo. Caratterizzate da una volumetria morbida e da colori brillanti di gusto pop, le sculture di Sabino de Nichilo somigliano a strutture organiche e possono ricordare a chi li osserva cuori, fegati e stomaci, ma non rispondono ai canoni di un’anatomia ortodossa. “Organi da asporto”, “Carne frolla” e “Anus” – questi i nomi di alcune serie di opere esposte – sembrano ribellarsi al corpo che li potrebbe contenere e crescono liberamente, a loro piacimento, assecondando un impulso vitale alieno, inconsulto, barbaro. Sabino de Nichilo rende nobili gli scarti e le frattaglie e i processi digestivi ai quali allude evocano la società dei consumi nelle forme di una vanitas contemporanea, mescolando ironia e retaggi alchemici.
“Come un aruspice venuto da un altrove – scrive Bianca Sorrentino – Sabino de Nichilo interroga le viscere deformi che sopravvivono al lento decomporsi del mondo, alla ricerca di un auspicio che pronunci la sua verità di uomo. La ceramica smaltata restituisce nella materia e nel colore il tormento dell’essere fuori misura: se è vero che gli organi che si sottraggono alle leggi della realtà sono espressione di un tempo precario, essi si prestano allora a un dialogo critico con il passato e con i suoi simboli. Nella loro cavità, le sculture sembrano in effetti contenere qualcosa che non resta, ponendosi in questo senso in contrasto con lo spirito che caratterizza ogni Museo, che invece contiene qualcosa affinché resti. Ecco che dal ventre della terra, le reliquie dei banchetti si spogliano della loro sacralità e si rivestono di una visceralità che può dirsi ora pienamente umana”.


NOTA BIOGRAFICA:
Sabino de Nichilo è nato a Molfetta (Bari) nel 1972 e vive a Roma. Inizia il suo percorso espositivo nel 2009 presentando un’installazione nella mostra collettiva “Altrove” negli spazi del centro culturale Rialtosantambrogio di Roma. Attivo per lungo tempo nella scena musicale notturna come dj e nel campo delle arti come curatore di mostre e organizzatore di eventi culturali, si avvicina alla pratica della scultura sotto la guida di Riccardo Monachesi. “Viscere” è il titolo della sua prima mostra personale. Tra le collettive più recenti a cui è stato invitato si segnalano, nel 2018, le mostre “Domestica” nel sito archeologico delle Case Romane del Celio a Roma curata da Francesco Paolo Del Re e “Trèsors d’un monastére” organizzata da Yannick Guerniou-Laviolette nel Convento dei Domenicani di Muro Leccese (Lecce) e nel 2017 “In Crypta” nel Convento dei Cappuccini di Grottaglie (Taranto) e “Le muse del Quadraro” a Casa Vuota a Roma. Nel 2018 ha inoltre esposto i suoi lavori alla fiera “Roma d’Arte Expo” nell’ambito del progetto “BACC - Biennale Arte Ceramica Contemporanea”.


VISCERE
Mostra personale di Sabino de Nichilo
A cura di Bianca Sorrentino

MUSEO ARCHEOLOGICO FONDAZIONE DEPALO-UNGARO
Bitonto (Bari), via Giuseppe Mazzini 44
1-30 dicembre 2018
Inaugurazione 1 dicembre 2018, ore 18:30
con una lettura di poesie di Silvana Kuhtz

INGRESSO GRATUITO
ORARI DI APERTURA: Orari: 9:00-13:00 ~ 17:00-19:00 tutti i giorni; sabato e domenica su prenotazioni
INFORMAZIONI: telefono 080.3715402

Lucio e Peppe Perone. Senza titolo. Segni e visioni di via Varco in Irpinia


In mostra dal 29 novembre 2018 al 19 gennaio 2019 alla Other Size Gallery di Milano, la doppia personale di Lucio e Peppe Perone, “Senza titolo. Segni e visioni di via Varco in Irpinia” segna il quarto e ultimo appuntamento della programmazione 2018 destinata alla presentazione di linguaggi artistici contemporanei che animano le realtà culturali “di periferia” in Italia.
La curatrice Maria Savarese sceglie Lucio e Peppe Perone come interpreti di un humus culturale che rappresenta una vera e propria eccellenza in Italia, in parte ancora da valorizzare: quello dell’Irpinia, territorio ricco di cultura, storia, tradizioni e contraddizioni.
I gemelli scultori lavorano a due percorsi artistici indipendenti ma condividono una tendenza all’ironia e insistono sul non-sense di paradossi visivi.
Le dieci opere esposte – di piccole e medie dimensioni, realizzate con media differenti – combinano quotidianità, fantasia, natura e gioco a una sperimentazione creativa di tecniche e linguaggi: dal legno all’acciaio inox, dalla plastica alle vernici industriali.
Dopo aver proposto all’attenzione del pubblico milanese il lavoro di Christian Leperino per SMMAVE – centro indipendente per l’arte contemporanea nel borgo dei Vergini a Napoli, la parabola creativa di Casa Sponge nelle Marche e un progetto collettivo trans-mediale, quello di Ramdom, dedicato al territorio pugliese di Leuca, la curiosità curatoriale di Maria Savarese si concentra sulla ricerca creativa di Lucio e Peppe Perone (Napoli, 1972) che si svolge a Rotondi, paese in provincia di Avellino.
Il loro studio sorge su via Varco, strada extracittadina cui si arriva dalla statale Appia: percorrendo questo piccolo segmento della Valle Caudina, diviso a metà tra montagna e pianura, si scopre un nodo nevralgico dell’arte contemporanea in Campania, un vero e proprio unicum, essendo presenti, un po’ per caso, un po’ per scelta, gli studi degli artisti Eugenio Giliberti, Umberto Manzo, Perino e Vele, oltre ad aver dato Rotondi i natali a Lugi Mainolfi, da decenni di base a Torino, ma sempre presente nella realtà locale irpina.

Le opere di Lucio Perone nascono da soggetti come matite, frutta, uova, pesci, spazzole, barattoli, sedie e tavoli: secondo un procedimento che affonda le radici nella Pop Art, l’artista aumenta la scala delle dimensioni naturali degli oggetti, di primo acchito familiari, realizzandoli con colori sgargianti e combinandoli insieme in maniera straniante.

Le sculture di Peppe Perrone non assurgono a mera rappresentazione della realtà ma costituiscono metafore, simboli capaci di investigare la società contemporanea. Al valore concettuale dei significanti artistici – amplificato in molteplici direzioni di significato dall’assenza di titoli – si fondono il gioco, l’artigianalità e l’attenzione verso gli equilibri formali ed estetici.


Senza titolo. Segni e visioni di via Varco in Irpinia
A cura di Maria Savarese

Artisti Lucio e Peppe Perone
Sede Other Size Gallery Via Maffei 1, 20135 Milano
Date 30 novembre 2018 – 19 gennaio 2019
Inaugurazione giovedì 29 novembre 2018, ore 18
Orari dal lunedì al venerdì, h.11 – 20. Sabato h. 18 – 22. Domenica chiuso.
Ingresso libero

Info al pubblico Other Size Gallery | t. 02.70006800
direzione@othersizegallery.it| othersizegallery@workness.it|

Ufficio stampa NORA comunicazione - Via Cesare Battisti 21, Milano
info@noracomunicazione.it – 339.8959372

mercoledì 21 novembre 2018

Rosso è… Dodici artisti alle prese con un colore molto speciale

Giuseppe Ciracì, RL 190001r (dal ciclo A Windsor), 2013. Disegno a matita, pennarello, fogli di acetato, nastro adesivo, stampa su carta, cm 70 x 50


Il 7 dicembre alle ore 19 si inaugura presso la Galleria Cattedrale di Conversano la mostra intitolata Rosso è…Dodici artisti alle prese con un colore molto speciale, curata da Lia De Venere.

In mostra le opere di: Dario Agrimi, Mariantonietta Bagliato, Giuseppe Ciracì, Salvo D’Avila, Giuseppe De Mattia, DePalma&Pinto, Nicola Genco, Pierpaolo Miccolis, Marco Neri, Rossella Petronelli, Massimo Ruiu, Enzo Tempesta.

Così scrive in catalogo la curatrice: 
“Il rosso è un colore antico e usato da sempre per esprimere una molteplicità di emozioni, sentimenti e concetti, a volte contrastanti. Amore, passione, sesso, coraggio, dinamismo, rivoluzione, energia, aggressività, protezione, impulsività, eccitazione, pericolo, forza, bellezza, attrazione, repulsione, allarme, divieto, calore, distruzione, gioia, lutto, peccato, sacrificio, ricchezza, compassione, martirio, violenza. Il rosso è di volta in volta questo e molto altro ancora. Dagli inizi del Novecento diversi artisti hanno fatto ricorso all’uso del rosso per la sua capacità attrattiva e la sua ampia pregnanza simbolica, spesso con esiti di grande fascino, tra cui vanno certamente annoverati – tra gli altri – i dipinti di Emil Nolde e di Henri Matisse, molte opere di Lucio Fontana, il Grande rossodi Alberto Burri, i lavori di Mario Schifano, Mark Rohko e Keith Haring. Il rosso ha un ruolo di rilievo anche nelle installazioni luminose realizzate con il laser da Maurizio Mochetti, nelle articolate sculture ambientali di neon di Dan Flavin, nel mappamondo rovente di Mona Hatoum, nei truismi fissi e mobili di Jenny Holzer, negli affascinanti ambienti immersivi di James Turrell. In ognuna delle opere presenti in mostra il rosso ha un significato particolare. Se EnzoTempestachiude in una scatola di legnouna rosa rossa a significare il valore dell’amicizia, è Mariantonietta Bagliatoa compendiare in un drappo rosso marezzato la preziosità degli affetti famigliari. 

La sollecitazione a orientare lo sguardo in modo nuovo che giunge dalla sequenza di immagini di Giuseppe De Mattia, diventa un incitamento perentorio alla difesa della bellezza nel manipolo di uomini in marcia di Nicola Genco. 
E se il barbagianni vendicatore di Pierpaolo Miccolis ci ricorda l’urgenza di mobilitarci per preservare l’integrità della natura, d’altro canto Massimo Ruiu sfrutta la potenzialità segnaletica del rosso per avvertirci della pericolosità di una specie ittica. 
Un oggetto di culto, vera icona del Made in Italy, come la Ferrari ritratta da Rossella Petronelli, è l’emblema eloquente della velocità, mentre nel colore dell’impronta digitale di Leonardo sovrapposta a uno dei fogli della Raccolta Windsor, su cui Giuseppe Ciracì è intervenuto con discrezione, è palese il riferimento alla energia creativa del genio.  Se nell’impalpabile corolla di un papavero – una sorta di vanitas– Salvo D’Avilaha condensato la fragilità dell’esistenza umana, d’altra parte nella raccolta di bandiere di Marco Neriil rosso è di volta in volta simbolo di rivoluzione, coraggio, sangue versato per la libertà, richiamo a principi religiosi o a virtù civili, a elementi della natura, ma anche al calore vitale del sole. Quel sole che matura e conferisce sapore ai grappoli di pomodori della Regina, tipici della terra di Puglia, cui i designer De Palma&Pinto hanno regalato vita duratura tramite la ceramica. C’è un’opera, infine, in cui il rosso è assente. E’ quella di Dario Agrimi, che ci mostra ciò che percepisce al posto del rosso chi è affetto da acromatopsia, un raro disturbo genetico della vista che trasforma i molteplici colori della realtà in una triste scala di grigi”. 

Mostra: Rosso è… Dodici artisti alle prese con un colore molto speciale

Opere di: Dario Agrimi, Mariantonietta Bagliato, Giuseppe Ciracì, Salvo d’Avila, Giuseppe De Mattia, De Palma&Pinto, Nicola Genco, Pierpaolo Miccolis, Marco Neri, Rossella Petronelli, Massimo Ruiu, Enzo Tempesta
A cura di: Lia De Venere
Luogo: Galleria Cattedrale, Largo Cattedrale 9, Conversano (BA)
Inaugurazione: 7 dicembre 2018, ore 19
Durata: dal 7 dicembre al 19 gennaio 2019
Orari: martedì-domenica 17-20 e su appuntamento
Contatti: 339 3916903 - 080 9672994
Email: lucillatauro@hotmail.it
Catalogo in galleria

martedì 20 novembre 2018

Peter Belyi. Sorgente

Sorgente
Sorgente è la storia del congelamento dello scorrere del tempo. Il liquido – acqua? petrolio? – ha improvvisamente interrotto il suo movimento ed è diventato strati di truciolato. Fine. La sorgente si è prosciugata. Il “presente scorrevole” di un individuo privo di fede nel progresso, un progresso aperto ai flussi di informazioni, è divenuto una fonte secca. Nel lavoro dell’artista l’alienazione ha rimpiazzato l’esperienza sovietica e la nostalgia della modellatura commemorativa (La Biblioteca di Pinocchio, Galleria PACK, 2007). Sorgente si trova sul ciglio della transizione dalla critica di un ordine socialmente riconoscibile a una linea più astratta, come se l’artista avesse rivolto uno sguardo nuovo alle forme usuali, come un viaggiatore senza alcuna conoscenza pregressa della finalità degli artefatti di una qualche cultura materiale estranea.

Sorgente
La globalizzazione – la creazione di un’unica società internazionale, la negazione degli stati e delle differenze nazionali – non appare più come un sogno utopico. L’abbattimento delle barriere, la perdita dell’identità, le strategie coloniali – la globalizzazione si è rapidamente diffusa nel mondo, trasformando la vita quotidiana in una pozzanghera di compensato, strati di truciolato sgocciolati sul pavimento. Sorgente è una metafora della modernità, in cui l’universalizzazione a scorrimento veloce è stata arrestata dalla durezza del materiale, dal riconoscimento della crisi. La salvezza dal diluvio ha portato tuttavia a una nuova catastrofe, a una siccità che mette fine a tutti i movimenti. Distratta dall’idea di una società globale, l’umanità ha ignorato l’esaurimento delle risorse della terra e il danno ecologico provocato all’ambiente. Fuoriuscendo dai barili di petrolio, questa massa manca del dinamismo del liquido: stiamo guardando un paesaggio anti-utopico dell’era post-globale.

Peter Belyi: “Sorgente presenta sempre il carattere site-specific, assumendo la conformazione della galleria, e sembra conservare alcuni rimasugli di forma liquida, che scorrono verso il basso, si raccolgono negli angoli, cambiano forma in base allo spazio. Il truciolato di cui è fatto è essenzialmente spazzatura, di second’ordine, post-industriale. Lo spreco derivante da un tipo di produzione che rappresenta lo spreco di un altro, come se riflettesse all’infinito il mondo dei surrogati cui siamo così abituati.”

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Source
Source is the story of freezing the flowing of time. Liquid water? oil? – has suddenly stopped its movement and become sheets of chipboard. The end. The source has run dry. The ‘flowing present’ of an individual without faith in progress, one open to streams of information, has become a dried-up source. In the artist’s work alienation has replaced the Soviet experience and the nostalgia of memorial modelling (La Biblioteca di Pinocchio,Galleria PACK, 2007). Source stands on the edge of transition from criticism of a socially-recognisable order to a more abstracted stance, as if the artist had taken a new look at usual forms, like a traveller with no previous knowledge of the purpose of the artefacts of some alien material culture.

Source
Globalisation – the creation of a single international society, the negation of states and national differences – no longer seems a utopian dream. The breaking down of barriers, the loss of identity, colonial strategies – globalisation swept across the world, turning daily life into a plywood puddle, sheets of chipboard that have dribbled across the floor. Source is a metaphor for modernity, in which fast-flowing universalisation has been stopped by the hardness of the material, by the recognition of crisis. Salvation from the deluge has led to a new catastrophe, however, to a drought that puts an end to all movement. Taken with the idea of a global society, mankind ignored the exhaustion of the earth’s resources and the ecological damage wrought to the environment. Flowing from oil barrels, this mass lacks the dynamism of liquid: we see here an anti-utopian landscape of the post-global age.

Peter Belyi: “Source is always site-specific, taking on the form of the gallery, seeming to preserve some remnants of liquid form, flowing down stairs, gathering in corners, changing form according to the space. The chipboard from which it is made is basically rubbish, second-rate, post-industrial. The waste from one kind of production depicting the waste of another, as if endlessly reflecting the world of surrogates to which we are so used.”


Viale Sabotino 22
20135 Milan, Italy