lunedì 1 maggio 2023

CAVEA MARINI apre a Milano con le opere di Francesca Piovesan tra pietra e fotografia



Arte, design e architettura protagonisti di CAVEA MARINI, il primo spazio dedicato al Ceppo di Gré®

Con le inedite opere "ECO" di Francesca Piovesan ha aperto a Milano il nuovo spazio CAVEA Marini (via Alberico Albricci 1 - Missori) per l'arte, il design e l'architettura. Sotto la direzione artistica di Sabino Maria Frassà e la collaborazione con CRAMUM la Marini Marmi porta nel cuore di Milano, a pochi passi dal Duomo, le pietre - Ceppo di Gré® e Nuvolato di Gré - della storica cava di famiglia, fondata nel 1897 alle pendici del Monte Clemo sulla sponda nord-occidentale del lago d'Iseo in provincia di Bergamo. Per l'apertura dello spazio, disegnato dall'architetto Giorgio Rava, Sabino Maria Frassà ha concepito BLOCCO, un'installazione artistica multisensoriale e pluridisciplinare fatta di arte, design e cioccolato: al fianco delle opere - tra fotografia e pietra - di Francesca Piovesan, sarà infatti presentato CAV(E)A, un portacandela a edizione limitata in Ceppo di Gré, e la pralina BLOCCO del pluripremiato maître chocolatier Guido Castagna.

Come spiega il curatore Frassà "l'installazione Blocco dà forma alla tensione in continuo divenire verso sempre nuovi equilibri tra esteriorità e interiorità, fulcro stesso del nostro vivere. L'idea è nata dall'analogia tra le pietre della Marini Marmi e l'epidermide umana impiegata nel lavoro di Francesca Piovesan. Il Ceppo di Gré è una pietra naturale di colore grigio-azzurro, formatasi 600.000 anni fa, che si trova nella parte più esterna della montagna. All'interno, nel cuore della terra, si trova il pregiato Nuvolato di Gré, antichissima pietra "madre" compatta formatasi 200 milioni di anni fa. Allo stesso modo Francesca Piovesan intende la pelle come contenitore e contenuto, come ciò che ci separa, unisce e protegge dall'altro da sé". 

Giulio Marini, Amministratore Delegato della Marini Marmi spiega così il progetto: "La Lombardia è stato il primo mercato della nostra cava. Milano racconta ed è raccontata dal Ceppo di Gré. Apriamo questo spazio a Milano con l'idea di creare cultura con e attraverso la pietra: da una collezione di opere d'arte realizzate ad hoc, al cibo, all'architettura. Oggi più che mai è importante creare contenuti di qualità e noi vogliamo fare la nostra parte in dialogo con la città".


L'arte di Francesca Piovesan
I lavori di Francesca Piovesan non rappresentano mai la realtà, ma sono essi stessi scorci di realtà. Nelle sue opere c’è letteralmente il suo corpo: i grassi e i sali minerali dell’epidermide, reagendo con i sali d’argento, danno così vita a opere fotografiche (off-camera, ovvero senza l’ausilio della macchina fotografica). Le opere di Piovesan sono così fotografie fatte di realtà, in cui la pelle, catturata e scomposta, ci porta a riflettere più che sulla forma - il corpo - sul contenuto - l'essenza stessa e l'interiorità. Tutto nel nostro mondo ha una forma contenuta in qualcos'altro. Ogni cosa esiste in quanto ha una propria individualità, ovvero è separata dall'altro da sé. Il termine "blocco" indica così sia una grande massa uniforme (di pietra o di legno) che sembra inamovibile, sia l'atto forzato di fermare o essere imprigionato. Per tale ragione in mostra sono presentate opere inedite del ciclo ECO, che raccontano questi due aspetti dell'essere solo a prima vista antitetici. Alle pareti della Cavea Marini sono posizionate due lavori - i più grandi mai realizzati - del ciclo "Aniconico", ciclo presentato per la prima volta al Gaggenau di Roma nel 2021. A prima vista i due lavori bidimensionali sembrano mosaiciin pietra. In realtà i tasselli sono frammenti di impronta del corpo dell'artista, che misura e registra con la propria epidermide il mondo esterno.



ANICONICO: UN MOSAICO DI CORPO
(nelle parole del curatore Frassà)

La fisionomia umana nelle opere di ANICONICO non è mai riconoscibile nella sua soggettività: riusciamo a scorgere nell’opera frammenti di una figura umana, ma non comprendiamo chi sia. Ci troviamo di fronte a geometrici “mosaici di corpo”, che a prima vista sembrano fatti di pietra simile al travertino. I tasselli in realtà derivano dalla mappatura del corpo realizzata dall’artista attraverso il contatto tra la propria pelle e il nastro adesivo. Il corpo sembra quasi scomparire, così scomposto in frammenti. Solo l’orecchio, l’organo con cui ci mettiamo in contatto con gli altri, rimane sempre riconoscibile e in evidenza. I due nuovi grandi lavori presentati rappresentano un importante punto di arrivo della ricerca artistica di Piovesan, che cattura "in" e "attraverso" di essi la propria figura intera. Appare evidente in queste opere una forma di rielaborazione laica della geometria sacra - trasversale ai più importanti culti monoteisti; da sempre è la geometria a narrare la perfezione del “creato” qualora non si possa o voglia ricorrere a immagini figurative. In questi mosaici le ri-composizioni geometriche sono fatte di un corpo "universale" non (più) riconoscibile che richiama e tende a un nuovo ordine trascendente. È la straordinarietà di questa artista che riesce a impiegare l'epidermide umana per raccontare l’universalità a cui tendiamo. In fondo siamo tutti figli delle stelle. Siamo anche noi le stelle. Siamo noi con il nostro corpo l’opera d’arte.

ECO, LE INEDITE "SCULTURE FOTOGRAFICHE" IN CEPPO DI GRE'® 
(nelle parole del curatore Frassà)

A contraltare dell'infinitezza in noi racchiusa, "Blocco" ospita anche le inedite opere scultoree "Eco" di Francesca Piovesan, realizzate con la pietra Ceppo di Grè spazzolata. L'artista ha scelto di impiegare questa pietra perché costituisce lo strato esterno della montagna, che custodisce, come lo fa la nostra pelle, un contenuto prezioso: il Ceppo è così inteso come la pelle della montagna, quel "sottile" strato che unisce il mondo esterno alle viscere della Terra, al Nuvolato di Grè. Non a caso la finitura scelta è stata la pietra spazzolata, che rende il ceppo poroso, come se fosse segnato da rughe e pieghe epidermiche. Il nuovo ciclo di opere parte dalla celebre serie “Specchianti” con cui l'artista catturava le impronte del proprio corpo su vetri che venivano poi specchiati. In "Eco" l’attenzione è posta su un altro aspetto della pelle, quello di essere strumento di "difesa" e forma di contenimento nei confronti di un mondo esterno, che molte volte non si comprende (più) pienamente. Il corpo si fa oggi pietra al fine di proteggersi. Tutto diventa stasi e quiete nell'immobilità.Queste nuove opere sono ispirate al mito della Ninfa Eco che si consumò per l'amore non corrisposto nei confronti del bellissimo Narciso. Tale fu il dolore che di lei rimasero solamente la voce e le ossa pietrificate. Gli specchi, impressi del corpo di Francesca, sono posti all’interno del guscio-corazza realizzato in ceppo di Grè, dando forma a un'eco infinita di caleidoscopici riflessi. Enigmatico, come sempre lo è il lavoro di Francesca Piovesan, Eco risulta un corpo in cui il dramma umano viene sublimato e regna il più totale silenzio. Di quell'amore così lontano rimane solo un ancestrale memoria, un bisbiglio infinito - sempre presente - in cui ci si perde. L'opera si presta a infinite interpretazioni e suggestioni: innanzi tutto l'impiego dello specchio e dell'immagine riflessa portano alla mente l'innamoramento mortale di Narciso per la propria immagine riflessa, ma anche la profezia di Tiresia sul fatto che sempre Narciso sarebbe vissuto a lungo "se non avesse mai conosciuto se stesso". Allo stesso tempo queste opere si mettono in chiaro dialogo con le sculture marmoree del Bernini: non solo e non tanto il corpo del Ratto di Proserpina quanto il capolavoro Apollo e Dafne realizzato dal Bernini nel 1625. Il corpo della Ninfa Dafne si trasforma in alloro, e quindi in pietra nelle mani dello scultore, per evitare di cadere vittima dell'amore non ricambiato per Apollo. Di nuovo il tema dell'amore sofferto, della difficoltà del dialogo con l'altro, onnipresente nella ricerca di Piovesan. L'opera del Bernini fu tra l'altro completata da un cartiglio moraleggiante che citava: «colui che ama e insegue i gaudi della bellezza fugace, colma la mano di fronde e coglie amare bacche».

 

L'installazione Blocco, intesa nella sua totalità, è l'occasione per conoscere e ri-comporre il complesso apparato di senso e contenuto della ricerca artistica di Francesca Piovesan: se il corpo è il fulcro e punto di partenza di ogni suo gesto artistico, il dialogo con la propria interiorità e con il mondo esterno sono il forte fil-rouge che negli anni ha accompagnato l'evoluzione - non solo personale - dell'artista. Il corpo nella sua individualità viene negato: esiste "soltanto" una materia universale, di cui siamo tutti fatti e in cui non possiamo che riconoscerci, ma esiste anche un'impalpabile individualità sofferta, profonda, difficile da scoprire e condividere con gli altri. Le opere di Francesca Piovesan finiscono così per essere fonte continua di riflessione per ricongiungere e cicatrizzare queste ferite interiori, ma non sono né vogliono essere risolutive. Del resto, l'arte è intesa dall’artista quale strumento per misurarsi e conoscersi meglio... un viaggio al di là del "blocco" che non ha mai fine, ma che non possiamo che continuare a percorrere.


BLOCCO
Francesca Piovesan
a cura di Sabino Maria Frassà
In collaborazione con CRAMUM
presso: CAVEA MARINI, via Alberico Albricci, 1
17 aprile - 31 luglio
Visite su appuntamento da lunedì a venerdì


domenica 30 aprile 2023

La Visione del Tempo di Danilo Fiorucci

Danilo Fiorucci, Da Altana, parte del progetto Lo Spazio Assente, 2023

L’Associazione culturale TRAleVOLTE è lieta di invitarvi venerdì 12 maggio 2023 alle ore 18:00 all’inaugurazione dell’esposizione personale di Danilo Fiorucci dal titolo “La Visione del Tempo”, a cura di Aldo Iori, con testi in catalogo di Maila Buglioni e Aldo Iori.

La mostra “La Visione del Tempo” di Danilo Fiorucci è una riflessione sul Tempo e sul suo fluire nell’espressione artistica come nella vita. L’artista umbro in questa occasione presenta opere pittoriche e scultoree che suggeriscono una riflessione sul concetto spaziotemporale e, soprattutto, sulla dimensione temporale che da tempo è tema centrale della sua ricerca. Una meditazione ove 'equilibrio’ e ‘statica’ divengono il fulcro per la messa in opera della nozione temporale e della condizione esistenziale imprescindibile dell’essere umano. La mostra è ospitata nella sede dell’Associazione culturale TRAleVOLTE, il cui fine è favorire il dialogo tra artisti e architetti e costruire relazioni fra arte e architettura.

L’Associazione culturale TRAleVOLTE partecipa, con l’esposizione La Visione del Tempo, alla XI edizione di OPEN HOUSE (20-28 maggio 2023), evento annuale che apre gratuitamente al pubblico centinaia di edifici della Capitale, notevoli per le loro caratteristiche architettoniche e proposte artistiche. In tale occasione, sabato 20 maggio alle h17:30, sarà presentato il catalogo della mostra, edito da freemocco, con immagini delle opere di Danilo Fiorucci ed i testi di Maila Buglioni e Aldo Iori.

Notizie biografiche:
Danilo Fiorucci, è nato a Perugia dove vive e lavora.
Si diploma presso l'Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia nel 1989 con i docenti Nuvolo, Antonio Gatto, Bruno Corà ed Aldo Iori. Nel 1989 fonda l'Associazione Arti Visive Trebisonda insieme a Moreno Barboni, Lucilla Ragni e Robert Lang. Partecipa come curatore al workshop "La seduzione del Caos" tenutosi in Bosnia e che porterà ad una mostra, in occasione della Biennale dei giovani Artisti del Mediterraneo, a Sarajevo. Intraprende una intensa attività espositiva ed organizzativa con mostre e scambi in Italia, Germania, Stati Uniti, Israele tra cui: Premio del Golfo 2006 Biennale Europea Arti Visive Camec La Spezia; XV Quadriennale di Roma Palazzo delle Esposizioni Roma; Stemperando Biennale di pittura su carta Biblioteca Nazionale di Roma. Padiglione Italia Biennale di Venezia, Sala Nervi, Torino. Collabora attualmente alla realizzazione di numerose esposizioni curate dall'associazione Trebisonda presso l'omonimo centro per l'arte contemporanea. 

danilart@libero.it fioruccidanilo.blogspot.com
h t t p s : / / w w w . fa c e b o o k . c o m / t r e b i s o n d a p g /
h t t p s : / / w w w . fa c e b o o k . c o m / A t l a n t e - D i s p e r s o

La Visione del Tempo di Danilo Fiorucci
A cura di Aldo Iori, testi di Maila Buglioni e Aldo Iori. 
Data inaugurazione: venerdì 12 maggio 2023 h18:30-20:30 
Date mostra: dal 12 al 31 maggio
Orario mostra: dal lunedì al venerdì dalle h16:00 alle h19:00 
Luogo: Associazione culturale TRAleVOLTE
Indirizzo: Piazza di Porta San Giovanni, 10 - 00185 Roma Ingresso libero
Presentazione del catalogo: sabato 20 maggio h17:30
Catalogo della mostra con testi di Maila Buglioni e Aldo Iori. Edizioni freemocco

Per ulteriori informazioni:
Associazione Culturale TRAleVOLTE Direzione: Francesco Pezzini
Piazza di Porta San Giovanni, 10 - 00185 Roma dal lunedì al venerdì ore 16,00-19,00 tralevolte@gmail.com
www.tralevolte.org

Maila Buglioni
Tel: +39 339.2974840
email: maila.buglioni@gmail.com

Open House | Casale del Giglio | Freemocco


sabato 29 aprile 2023

Raphaela Simon | Blaue Nacht


Mercoledì 10 maggio 2023 inaugurerà in Fondazione Giuliani ‘Blaue Nacht’, mostra personale di Raphaela Simon. Si tratta della prima mostra istituzionale in Italia dell’artista. 

Raphaela Simon è nota per i suoi dipinti dalla forma ingannevolmente semplice e indistinta su fondali scuri e monocromatici. Per realizzarli, l’artista lavora in diverse fasi, sovrapponendo e modificando gli elementi in un processo lento e continuo. Simon genera forme di palinsesto con colori che traspaiono dai diversi strati, aggiungendo sfumature alle composizioni. Spesso evocando ritratti, le opere di Simon prendono il titolo da oggetti e motivi ordinari, suggerendo così un potenziale figurativo latente; attraverso questa azione, l’artista gioca con il desiderio dello spettatore di conferire un significato alle forme astratte.

Il lavoro di Simon gioca generosamente con una lettura contemporanea della Pop Art, dotando le sue tele di immagini sproporzionate di piatti di pasta, coni gelato, salvagenti o singoli capi di abbigliamento. Recentemente, i suoi dipinti hanno assunto anche un tono più cupo, con fantasmagorie enigmatiche e inquietanti di teste umane irregolari e immagini di elementi di opposizione – muri, grate, recinzioni. Simon ha anche iniziato a creare elaborati oggetti scultorei e figure in tessuto che, se allestiti sapientemente nello spazio espositivo, sviluppano una propria narrazione e un dialogo con le opere su tela.

Per la prima mostra di Raphaela Simon in Italia, l’artista presenterà sia opere degli ultimi due anni, sia nuovi pezzi prodotti appositamente in occasione della mostra. Queste opere comprenderanno sia i suoi dipinti su tela che un nuovo corpus di sculture.

FONDAZIONE GIULIANI
Via Gustavo Bianchi, 1
00153 Roma, Italia

A Bologna i “Corpi. Sospesi & Imperfetti” di Serafina Figliuzzi ed Emanuele Giannelli


Quando sono i corpi ad unire e a fare da trait d’union nonostante le differenze di genere.

La mostra di Serafina Figliuzzi ed Emanuele Giannelli, “Corpi. Sospesi & Imperfetti” in apertura dal 2 maggio, presso la Basilica di Santo Stefano a Bologna, è impaginata secondo lo schema dello scardinamento di regole e schemi prestabiliti. 

È il corpo il tema, in una delle sue infinite varianti e accezioni storiche. Il corpo che racchiude il significato cristiano di tempio divino, e il corpo sociale nella sostanziale differenza tra quello femminile e quello maschile.

Se i “sospesi” di Giannelli, le sculture maschili si liberano nello spazio, pur sostanziandosi in forma di embrioni, nelle foto di Figliuzzi, il corpo femminile, i suoi “Imperfetti” maturano la pluridimensionalità della loro natura. Non sono corpi decisi dalla storia o dal costume ma dalla donna e fotografa Figliuzzi, nata a Catanzaro ma di casa a Venezia, mentre, i corpi di Giannelli, romano d’origine, solo apparentemente più slegati, flettendosi in muscolature più radicali, stanno dentro alla forma classica della scultura.

Sono quindi due processi e modi d’intendere l’arte e la propria fisicità completamente differenti, quelli tra Figliuzzi e Giannelli, eppure entrambi rispondono alla stessa domanda cruciale: cosa significa essere donna o uomo? Come possiamo definirci ben oltre la storia, il significato religioso e soprattutto al di là della natura biologica?

La riflessione artistica che nasce dalla mostra bolognese apre alla riflessione filosofica e antropologica, e fa da apripista verso un’indagine più approfondita sul corpo, anche nella sua accezione di voce. Non a caso, il performer Lorenzo Zuffi si accorda con le vibrazioni della sua voce alla musicalità dei corpi fisicamente intesi di Giannelli e Figliuzzi.

La Redazione


dal comunicato stampa:
Dio si è incarnato, si è fatto uomo. È così che è diventato Cristo, con un corpo, una forma, il sangue che scorre tra le vene. Da spirito si è fatto carne per fare l’esperienza umana attraverso la Passione e tornare di nuovo spirito nella sua natura divina.

Passione, forma, corpo, questo il nucleo concettuale della mostra “Corpi. Sospesi & Imperfetti”di Serafina Figliuzzi ed Emanuele Giannelli nel Complesso delle Sette Chiese, la Basilica di Santo Stefano a Bologna.

Un luogo di culto pagano che nei secoli ha cambiato volto e che, in origine e nelle intenzioni del suo fondatore, San Petronio, il patrono della città di Bologna, era stato rimodellato per evocare i luoghi della passione di Cristo. Oggi la natura divina della Basilica di Santo Stefano - che diventa il set delle opere fotografiche, “corpi imperfetti” di Serafina Figliuzzi, nonché delle opere scultoree di Emanuele Giannelli, “corpi sospesi” - si è fatta di nuovo corpo, carne, forma. L’assunto da cui origina il progetto espositivo è la domanda su cosa sia corpo. È un’entità soltanto ancorata alla sua dimensione terrena, o invece, si esprime nell’aspetto spirituale?

Nella ricerca poetica di Serafina Figliuzzi cosa è il corpo di una donna? Quanti fogli/volti/display ha? Il corpo, secondo la natura biologica, cambia nel tempo, e pertanto non può essere definito una volta per tutte. Quanti corpi abbiamo, dunque, e come esprimerli? Nel lavoro di Figliuzzi “il corpo agisce fotograficamente in uno spazio vuoto, stretto, solitario e, attraverso un atto performativo di clausura e ritorno alle origini, si fa luogo e spazio insieme, trova modalità in una prossemica della distanza/vicinanza agli altri esseri senzienti e in un contesto di presenza/assenza sociale e personale, come veicolo di ricerca e autoanalisi per andare contemporaneamente verso l’altro da sé”.

Quanto al corpo maschile nella poetica di Giannelli, come si libra nello spazio? Qual è il suo peso specifico nell’istanza di gravitàche i suoi “sospesi” esprimono? Corpi sospesi che gravitano, galleggiano nello spazio. Muscolature che cercano di rispondere alla precarietà della vita contemporanea. Il gruppo scultoreo “i sospesi” sono 4 figure a grandezza naturale che dal senso di caducità dell’esistenza si spingono fino alla dimensione spirituale: un concetto esistenziale questo, che accompagna da tempo immemore il sentiero della vita.

La mostra “Corpi, Sospesi & Imperfetti” così tesse a doppio filo un discorso sul corpo nella sua differenziazione di genere, nell’evocazione della libertàfemminilerispetto al maschile. Un tema questo che ripercorre una lunga tradizione nell’ambito non solo artistico e che si riallaccia a questioni fondamentali nel nostro tempo. 


Il vernissage del 2 maggio alle 19,00 sarà accompagnato da una pièce teatrale dell’attore Lorenzo Zuffi

La performance è un’esperienza multisensoriale che mette in scena elementi sacri e profani e realizza una sorta di santuario moderno, con un gioco di luci e ombre che sottolinea la plasticità dei corpi sospesi e imperfetti. Un rito collettivo che culmina in sinergia tra attori e astanti.

Il finissage del 14 maggio sarà impreziosito dal Coro “Ensamble Coelacanthus”.
Partner è l’ANT Bologna con una raccolta fondi a loro interamente devoluta.


INFO
“Corpi. Sospesi & Imperfetti”
02 -14 maggio 2023
Basilica di Santo Stefano, Bologna

Fotografa, Serafina Figliuzzi
Scultore, Emanuele Giannelli
Performer, Lorenzo Zuffi

Ufficio stampa Artpressagency di Anna de Fazio Siciliano:
e-mail annasicilianodefazio@gmail.com– mob. 349.1505237

venerdì 28 aprile 2023

Sabino de Nichilo e Dario Molinaro | Innen und Aussen

opera di Sabino De Nichilo

La Momart Gallery di Matera è lieta di annunciare Innen und Aussen, la doppia personale di Sabino de Nichiloe Dario Molinaro che sarà inaugurata il 30 aprile alle ore 18.

Sculture dalle volumetrie morbide e ricercate, dai colori brillanti e dal gusto prettamente pop che evocano strutture organiche, e pitture dalle atmosfere disarmanti, in cui figurano volti travolti da valanghe cromatiche che neutralizzano ogni posizione definita. Sono gli «Ossimori materici» dei due artisti pugliesi, lo scultore Sabino de Nichilo (Molfetta, 1972) e il pittore Dario Molinaro (Foggia, 1985) racchiusi nella mostra Innen un Aussen che sarà inaugurata a Matera il 30 aprile, negli spazi espositivi della Momart Gallery, diretta da Monica Palumbo. Curata da Antonello Tolve, la mostra si compone di opere in cui «la materia è trattata dagli artisti come conduttore di gesto mentale, di impronta, di Stimmung(tonalità emotiva), di primäre Entdeckung der Welt(rivelazione primaria del mondo)». Opere carnali di de Nichilo che si giustappongono in maniera del tutto naturale, alle figure in dissolvenza di Molinaro. Si compenetrano, si compensano come il pieno e il vuoto, il dentro e il fuori, diventando la scia emotiva di un’idea cristallizzata in una forma plastica, che si espande oltre la materia. Facendo proprio un orizzonte di pensiero sul corpo, metaforicamente aperto e ispezionato in tutta la sua vitale organicità, Sabino de Nichilo «sviluppa un discorso plastico che trasforma la materia carnosa in teorema visivo, in spazio di riflessione dove aperto e chiuso si bilanciano per disancorare l’anatomico dalla sua spietata topiae riarticolarlo, deformarlo, rinnovarlo fino a convertire la carne in argilla refrattaria o grès industriale, materie dure – culturalmente crude – su cui una serie di pigmenti vitrei si fanno squillante e argentina pulsazione cromatica, denso e apparentemente molle impasto, fluida e brillante messa in scena della paralisi. De Nichilo – spiega Tolve – sottrae il corpo a ogni vagolante precarietà del tempo e lo incanala in un processo linguistico che converte l’organo con funzioni vitali in oggetto scultoreo la cui forza formale non soggiace al racconto o alla rappresentazione, non descrive, stimola piuttosto a rivolgere lo sguardo verso un interno fantastico (ironicamente viscerale) dove gli organi, appunto, sono trattati come accenti o accenni, come incidenti, come strutture da cui partire per leggere l’intreccio e la trama di una potente autopsia immaginifica». Coratella(2017) dove Il cuore dissacrato si fa frattaglia, i Coralli golosi(2017-2019) del Muro di gioia(Coralli protesi per abbracci tentacolari), la meravigliosa installazione ¡Átame!(2022) che richiama alla memoria l’omonimo film di diretto da Pedro Almodóvar nel 1990, l’Affetto(2020), dei tranci di solitudini monoporzione con cui l’artista ha organizzato una spiazzante azione in un supermercato di via Tuscolana a Roma, gli ironici Anus (2018) che trasformano l’orifizio anale e parte dell’intestino crasso in preziose sculture trombiformi, gli stupefacenti Organi da asporto(2019-2021), croccanti Esperimenti per una carne libera dal corpo che prende vita propria o il più recente ciclo dedicato agli Ossimori sentimentali(Complici, 2020-2022) dove si intrecciano materiale organico e inorganico (Cavalcando l’onda del 2020 ha come base uno zoccolo di cavallo, Revenant dello stesso anno, è un incastro di grès, legno e canapa, Falerno del 2021 mostra della gomma colante), sono tutti terreni di sfogo estetico ma anche spazi di congiunzione e di rottura. «La mia poetica contempla la mutazione, la possibilità di una trasformazione costante della materia»- suggerisce l’artista. «Le mie sculture assomigliano a organi interni, Organi da Asporto. Non sono espressione di un’anatomia ortodossa, ma sono organi deformi, liberi da costrizioni corporali e culturali. Si sono staccati dalla carne, dalle terminazioni nervose, da vene e arterie che li legavano e si ribellano alla loro funzione originaria». 


opera di Dario Molinaro

Dalle frattaglie ironiche e visionarie di de Nichilo, alla pittura grumosa ed energicamente aggettante di Dario Molinaro che supera la soglia della superficie e si spinge oltre i bordi della tela per mostrare le cronache di una civiltà sepolta in una buia chiarezza. La forza e l’immediatezza del segno e del colore trasmettono energia vitale, neutralizzano ogni posizione definita – ogni nome, ogni cosa, ogni soggettività – per assecondare il riccio e il capriccio del pennello, per infilare il dito nella materia del mondo. «In certi momenti lavoro come uno scultore- sottolinea l’artista – mi piace la materia e mi diverte modellarla». Ricco di citazioni che spaziano dalla letteratura al cinema, dalla geografia alla storia dell’arte, dalla filosofia alla medicina alla cultura popolare italiana, «il suo vocabolario espressivo (troviamo accenni a Gauguin, a Bacon, a tutta una schiera di nomi legati all’espressionismo tedesco o al trash) – prosegue il curatore – azzera e risucchia nel vuoto della pausa tutta una serie di elementi che contengono al loro interno i riferimenti e le spurie coordinate di movimento, di rumore vitale tra la circostanza dell’esistenza e la dimensione infinita – quasi un infinito in scatola direi, liofilizzato sotto i colpi del colore – del tempo reale. Con la chiara idea di filtrare la torbida acqua della quotidianità per rigettare e riagitare il fondiglio fino a trasformare la baudelaireiana émotion réellein image troublante, in via d’uscita. Molinaro afferra il nulla come una preda: suggerisce, accenna a corpi, a volti e a oggetti mediante una pittura che stana e che genera un frammento dilatato del tempo per definire la nostalgia del presente dove esseri e cose vivono appunto la loro eterotopica sovrastoricità». Ne sono un esempio You cannot stay dressed(2022), The lady of flowers(2022), Nude with plant(2022), il pastoso Paint like a cat(2022), Man with hat and pipe(2022) e i Portraitdel 2020 (hungry boy, green, nice face, la linusiana little face), e alcune figure che popolano il suo universo, dove sembra quasi vigere la regola di «irrappresentare una rappresentazione» che si placa e flette e spinge «sull’indifferenza crudele e ideale del soggetto». 

La mostra sarà inaugurata il 30 aprile alle ore 18 e resterà aperta fino al 30 giugno.

Sabino de Nichilo / Dario Molinaro
Innen und Aussen
a cura di Antonello Tolve
dal 30 aprile al 30 giugno 2023

MOMART GALLERY
Piazza Madonna dell’Idris n. 5 e 7 |Matera - 75100
www.momartgallery.it- momartgallery57@gmail.com
direttore artistico Monica Palumbo
tel. +39 338 841431

Ufficio stampa
Carmela Cosentino +39 320 7934325

mercoledì 26 aprile 2023

Teresa Gargiulo | Centodieci tessere per un mosaico potenzialmente infinito

 

Teresa Gargiulo, Centodieci tessere per un mosaico potenzialmente infinito, 2023, performance

La Galleria Tiziana Di Caro ospita la seconda mostra nei suoi spazi di Teresa Gargiulo (Vico Equense, 1996) intitolata Centodieci tessere per un mosaico potenzialmente infinito.

A due anni di distanza dalla prima personale, intitolata Come disegnare un'isola, Teresa Gargiulo torna in galleria per presentare un nuovo corpus di opere concepito in esclusiva per questa mostra: disegni (della serie Embroidering Spaces, Erasing forms, di cui alcuni esemplari già presentati alla scorsa edizione di Artissima a Torino), opere tessili e un'edizione di “tarocchi”.

La pratica di Gargiulo si sviluppa attraverso la lingua (scritta e parlata) e la sua ricerca assume una deriva che potremmo definire “scientifica”: la distribuzione delle parole che popolano le sua opere, infatti, si basa su calcoli da cui derivano immagini mentali determinate da sequenze specifiche. Nulla nelle opere di Teresa Gargiulo è casuale.

Nell'arco degli ultimi mesi l'artista ha raccolto parole per poi disegnarle: ne mette insieme diverse con l'intento di smuoverne la quotidianità. Questa azione deriva dall'idea che sempre più spesso le parole vengono utilizzate senza pensarci, pertanto è necessario ricollocarle nella giusta posizione, abbinandole con criterio, con forza ed efficacia. Le lettere vengono scelte dai quaderni compilati dall'artista al tempo delle scuole elementari e sono selezionate in relazione alla loro forma, al loro aspetto, alla loro cifra estetica. Ognuna delle lettere è associata a un'altra per la sua forma e tra di esse è necessario che ci sia coerenza e armonia. La parola quindi si fa veicolo di un messaggio etico e al contempo estetico. 
Parole, frasi, idee non sono scritte bensì disegnate oppure, talvolta, cucite su stoffa. 
La bravura dell'incastro, Presagio di magia, La manipolazione dello splendore, Il pretesto per disfare sono solo alcune delle frasi, esclusive, predisposte e organizzate da Gargiulo per le sue opere. Si tratta di pensieri che lei raccoglie nell'ambito della sua quotidianità, partendo però da un presupposto: le parole sono polisemiche, per cui ognuno può sfumarne il significato a seconda delle proprie esigenze. Ogni parola conserva anche un proprio valore che rimane soggettivo, sebbene sia necessario pensare sempre al linguaggio come a un sistema libero, e al contempo consapevole.

Il titolo della mostra Centodieci tessere per un mosaico potenzialmente infinito, rimanda all'ultimo lavoro in mostra: un mazzo di carte in cui le iconografie tradizionali dei tarocchi sono soppiantate da parole, questa volta singole. E come nel mazzo tradizionale anche qui abbiamo quattordici avverbi, quattordici aggettivi, quattordici nomi comuni e quattordici verbi che corrispondono agli arcani minori, e ventidue nomi astratti che corrispondono agli arcani maggiori. Il tutto a coronare un'azione ludica, casuale, potenzialmente senza senso eppure attraversata da dimensione ultra - espositiva. La lettura di questi tarocchi sarà oggetto di una performance che l'artista terrà a partire dalle 20:00. La scelta dei tarocchi corrisponde alla selezione di parole, parole e ancora parole che messe insieme racconteranno qualcosa del presente o forse del futuro di coloro i quali si presteranno al gioco.

Ma sarà veramente un gioco?

Teresa Gargiulo è nata a Vico Equense (NA) nel 1996. Si è diplomata in pittura all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ed è la vincitrice del premio JaguArt 2020, organizzato da Artissima e Jaguar Land Rover e dedicato alla ricerca di giovani talenti.
Attualmente vive e lavora a Meta di Sorrento (NA). 

Teresa Gargiulo | Centodieci tessere per un mosaico potenzialmente infinito
fino al 15 giugno 2023

Galleria Tiziana Di Caro
Piazzetta Nilo, 7
80134 Napoli - IT
ph. +39 081 552 5526

giovedì 20 aprile 2023

Cristina Iotti e Massimo Barlettani | The Power of Flowers


La seconda mostra che verrà ospitata nella nuova Project Room della Galleria Orizzonti Arte Contemporanea di Ostuni è quella di Cristina Iotti e Massimo Barlettani dal titolo The Power of Flowers. In questa bipersonale gli artisti si confrontano sull'importanza di tornare alla bellezza della semplicità, all’ascolto e osservazione della natura, al dipingere un fiore, attuando nella genuinità del gesto che ritrae il creato… la silente rivoluzione dei fiori.

Dinanzi la produzione artistica di Massimo Barlettani - Nature vive- è possibile un rischio, quello di fermarsi all’epifenomeno, al suadente fascino dei fiori o delle farfalle e, amabilmente, sentirsi sazi e non andare oltre. In realtà, quello che vediamo è solo e soltanto un tramite con ciò che l’artista vuole dirci che poi, a conti fatti, è di una chiarezza sia formale che, e soprattutto, di contenuto, esemplari (…) Barlettani dipinge fiori che non sono altro che stilemi di un linguaggio creato per raccontare il personale mondo, e tra un soffio di vento e un battito d’ali, con misura, offrire l’occasione e lo stimolo per una riflessione. Barlettani crea bellezza, e da questa muove per rappresentare visivamente alcuni concetti(...) I fiori, creature caduche che resistono al vento, e simboleggiano quell’eleganza che solo la natura è capace di donare. C’è in questo un emozionante rispetto per un fragile abitante del nostro mondo che nulla chiede in cambio di quanto offre. L’artista lo rappresenta nel suo habitat. Per accentuare l’impressione del movimento nel vento usa pigmenti metallici che variano l’impatto visivo a seconda della luce. In questi suoi fiori cosa è racchiuso? La risposta è di un’evidenza estrema: c’è la vita. La bellezza che spesso manca, ma non dobbiamo, non possiamo arrenderci e rinunciarvi - c’è la potenza della vita, il suo essere effimera, e c’è anche un monito a ricordare che traiamo il nostro nutrimento, fisico e non, dalla terra che abitiamo. Come un fiore. Un discorso intensamente spirituale, non religioso, semmai ideale...(...)

Estratto dal testo di Jacopo Chiostri


Diversamente, Cristina Iotti si è specializzata negli anni nell’uso delle matite colorate e ha fatto del disegno la sua cifra stilistica, trovando in questa tecnica il metodo espressivo a lei più congeniale tanto da ottenere diversi riconoscimenti, premi nazionali e internazionali. Negli ultimi anni si è avvicinata anche al mondo della fotografia, trasferendo la sua poetica in immagini fotografiche fine art. Affascinata poi dall’antica tecnica della cianotipia risalente alla metà dell'ottocento, ha iniziato a sperimentarla ed esplorarla, integrando e personalizzando i suoi cianotipi con acquerelli e matite colorate, lavori che l’artista presenta per la prima volta in mostra. Racconta cosi Cristina Iotti la sua esperienza artistica con questa nuova tecnica: «Sono stata subito affascinata dalla tecnica della cianotipia per la forte valenza poetica che conferisce alle immagini ottenute inizialmente da un mezzo attuale e moderno come la fotocamera digitale, ma la magia sta nel “ritorno al passato” con cui poi viene realizzata, con procedimenti completamente manuali, la stampa e lo sviluppo dell’opera su carta cotone. I lavori in cianotipia sono realizzati partendo da negativi ottenuti da mie fotografie ed esposti alla luce del sole, o sotto una lampada UV, mantenendo per cui tutta l'imprevedibilità, il fascino e la poesia delle cose antiche. Ogni cianotipo per cui è un pezzo unico, non ristampo mai lo stesso negativo e quasi sempre poi intervengo manualmente con matite, matite colorate e acquerelli, ottenendo un risultato finale che si pone tra la fotografia e il disegno».

Cristina Iotti – Massimo Barlettani
The Power of Flowers
La silente rivoluzione dei fiori
a cura di Maria Gabriella Damiani

Inaugurazione 3 maggio ore 18,00

dal 3 al 21 maggio 2023

GALLERIA ORIZZONTI ARTE CONTEMPORANEA
Piazzetta Cattedrale (centro storico)
72017 Ostuni (Br)
Tel. 0831.335373 – Cell. 348.8032506
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F: Orizzontiartecontemporanea

Communication Manager
Amalia Di Lanno
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