giovedì 10 aprile 2025

PALOSCIA La pittura negli occhi

 


PALOSCIA 

La pittura negli occhi

Dal 12 al 30 Aprile 2025

Centro d'arte Michelangiolo di Trani

Galleria d'arte via Giovanni Bovio 186, Trani, 76125 (BT)

Michele Paloscia è pittore della luce, maestro innamorato della natura, che osserva con uno  sguardo attento alle emozioni più che alla pura resa realistica.

Questa mostra offre un’immersione totale nei paesaggi, nei cieli e nei mari: un viaggio sensoriale in quel legame profondo tra terra e cielo da cui l’essere umano non può sottrarsi. In questo contesto, il colore non è soltanto strumento descrittivo, ma si fa veicolo di emozioni, linguaggio dell’anima.

La serie dedicata al mare e al cielo racconta una fusione cromatica intensamente emotiva, che non rinuncia mai a una solida struttura compositiva. La visione di Paloscia è semplice e armoniosa, spesso essenziale, ma sempre rigorosa.

Questa rara capacità di sintesi, sostenuta da una profonda padronanza tecnica, porta l’artista a rappresentare non la natura, ma la sua verità più intima, colta attraverso l’osservazione diretta della realtà e un’instancabile ricerca della luce e della sua vibrazione nei colori.

È proprio attraverso queste scelte che Paloscia riesce a evocare la trascendenza, la sacralità del rapporto tra l’uomo e la natura, e al contempo la fragilità dell’esistenza umana. I suoi paesaggi diventano allora paesaggi dell’anima, luoghi sospesi dove l’uomo si perde — e si ritrova — nel tempo stesso.

Antonio Ladogana 

 

Inaugurazione: 12 aprile  ore 18,30
La mostra si terrà dal 12 al 26 Aprile  in forma totalmente gratuita.

Di seguito i nostri contatti:
tel: +39 340 154 1925
c.d.artemichelangiolo@gmail.com
https://galleriamichelangiolo.it/
https://www.facebook.com/CentrodArteMichelangiolo


martedì 8 aprile 2025

“EXTRACELESTE” Il Monumento al Robot tra Tecnologia, Scienza, Arte, Designer

 


Milano Design Week – FuoriSalone25 - Interni "Cre-Action"

Cortile d’Onore Università degli Studi di Milano - 7-17 aprile 2025

orari 10/24 tutti i giorni

 

INAUGURA

 

“EXTRACELESTE”

Il Monumento al Robot tra Tecnologia, Scienza, Arte, Designer

Un progetto di 

MARCO NEREO ROTELLI

con

RICCARDO VALENTINI, scienziato Nature 4.0

  

Con il Patrocinio di "Fondazione A.P.G. Amadeo Peter Giannini Impresa Sociale ETS”. La fondazione supporta interventi di sostenibilità ambientale, di valorizzazione del patrimonio culturale, l’istruzione e la ricerca scientifica.

 

Nell’ambito della imminente manifestazione Milano Design Week al FuoriSalone25 Interni "Cre-Action" spiccherà l’imponente installazione “EXTRACELESTE” che segnerà un momento iconico per l’arte, il design, la tecnologia, la scienza. Dal 7 al 17 aprile 2025 il Cortile d’Onore dell’Università degli Studi di Milano (Via Festa del Perdono, 7 – Milano) ospiterà quest’opera inedita alta quasi 4 mt che, che inaugura grazie alla fusione di più discipline che affascinerà il visitatore grazie alle connessioni emotive di dialogo “virtuale-spirituale” affiancate all’ A.I. In un mondo sempre più connesso e interdipendente, si fa portavoce di un messaggio universale: la tecnologia è il progresso ma anche veicolo di arte e bellezza.

EXTRACELESTE, definito “monumento al robot”, è un progetto ideato dall’artista, architetto e maestro della luce Marco Nereo Rotelli, con la collaborazione dello scienziato e Premio Nobel per la Pace Riccardo Valentini (Nature 4.0). L’opera nasce dalla sinergia tra arte e scienza, incarnando il desiderio di celebrare l’intelligenza artificiale e il suo ruolo emergente nel nostro tempo.

L’iniziativa è prodotta da Ever in Art® e Elital Space and Defence, due aziende che integrano innovazione e sostenibilità nel panorama industriale e culturale. Si avvale del collaborazione di Valerio Coppola (fisico Nature 4.0), Luca Andrea Marazzini (kreativo digitale), Gala Rotelli (designer), e Antonio Alfano (visual designer), con il coordinamento dell’architetto Elena Lombardi a cura di Maurizio Gregorini. L’iniziativa gode del patrocinio della Fondazione A.P.G. Amadeo Peter Giannini Impresa Sociale ETS, che promuove progetti di sostenibilità ambientale, valorizzazione del patrimonio culturale e innovazione scientifica.

Extraceleste è il riconoscimento di un nuovo mondo, un mondo dove l’artificiale è nel naturale come un cuore pensante. Un’opera spaziale, concettuale e pop, un robot-Angelus, che annuncia agli umani la necessità dell’amore. Scriveva il poeta Alexander Pope che gli uomini saranno “angeli meccanici”. Questo progetto ci porta nel futuro: rappresenta una figura ipnotizzante, una figura attiva, un femminile che è forza, energia e mutamento.

 

Costruita nell’azienda Elital impiegando il sistema di movimentazione e inseguimento di satelliti di un’antenna utilizzata proprio per connessioni spaziali. Lo Spazio è un ambito di ricerca e scientifica e industriale ed è un luogo dove astronauti americani, europei, arabi, cinesi e russi collaborano a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Aziende e agenzie spaziali sono popolate da personale proveniente da ogni dove. Il campo spaziale è stato il primo al mondo a superare le barriere culturali date da differenze somatiche e religiose. Le prime missioni spaziali furono compiute grazie ai calcoli di una matematica afroamericana Katherine Johnson che tutti ricordano per il libro e film “Il diritto di contare”. Richiama il messaggio interplanetario inviato dalla sonda Voyager, in cui il presidente Jimmy Carter auspicava una “civiltà galattica” fondata sulla pace e sull’unità tra i popoli. Il monumento al robot è tributo un tutto questo.

 

L’opera sarà in contatto con i visitatori che vorranno attivare il sistema di arterie luminose che la intarsia. Toccando l’Extraceleste con la propria mano,  la statua rileverà  il battito cardiaco della persona regolando l’intensità delle arterie luminose che avvolgono la struttura.

 

Si tratta di un sistema di sensori brevettati da Nature 4.0, la newco dello scienziato e Premio Nobel per la Pace il prof Riccardo Valentini. 

Ed è attraverso questo contatto tra due mondi, grazie alla tecnologia, che emerge il tema cruciale del progetto per il FuoriSalone25: la creazione di nuove connessioni, componendo linguaggi differenti. Creare, in greco antico κραίνω (kraino), significa fare, compiere, realizzare, l’impensabile.

 

Al centro di quello che per gli umani è il petto vi sarà un cuore con un video dedicato alle stelle realizzato da Antonio Alfano, giovane visual designer. Quest’elemento simbolico richiama la dimensione cosmica del progetto e rafforza il dialogo tra arte, scienza e spiritualità.

 

Il design incontra la parola. Oltre all’elemento visivo e interattivo, EXTRACELESTE si distingue per un affascinante connubio tra tecnologia e poesia. Attraverso un iPad o un QR code, i visitatori potranno ricevere poesie generate dall’intelligenza artificiale grazie alla collaborazione del creativo digitale Luca Andrea Marazzini.

Come un “poeta spaziale”, il robot terrà inoltre tra le mani dei delicati “fiori poetici” in vetro, ideati dalla designer Gala Rotelli. Questi fiori simbolici, realizzati in materiale fragile e prezioso, rappresentano un omaggio poetico alla fragilità umana e al valore della creatività.

Un’esperienza che invita a riflettere sulle potenzialità della tecnologia e sull’importanza di esaltare il contatto umano in ogni innovazione futura.

 

Nell’ambito della manifestazione ven 11/04 ci sarà anche un convegno sulle stesse tematiche aperto al pubblico (vedi allegato) alle ore 17 poiché nasce il Progetto «ICT, AI & Robotics” dove interverranno personalità di spicco del mondo della sostenibilità, delle nuove tecnologie.

 

 

Prodotto da

ELITAL e EVER IN ART®

(www.everinart.com), società benefit che si occupa di integrare le tematiche ESG nelle strategie aziendali e che sostiene l’Arte quale eco potente per valorizzare le azioni virtuose promosse da imprese, istituzioni pubbliche, associazioni e privati, con la quale il maestro Rotelli collabora da anni creando progetti artistici vocati all’innovazione ed alla sostenibilità, e ELITAL Space and Defence (www.elital.com), azienda che si occupa di design e fabbricazione di sistemi e satelliti per le piccole missioni Spaziale.

 

 

PROFILI:

Marco Nereo Rotelli è un artista di fama internazionale nato a Venezia, dove si è laureato in architettura per poi formarsi seguendo all’Accademia di Belle Arti, seguendo i corsi di Emilio Vedova. A metà degli anni ‘80 si è trasferito a Milano, iniziando una ricerca sulla luce e sulla dimensione poetica che lo ha portato ad esporre nelle capitali del mondo. Il suo lavoro da sempre mira ad un’opera totale, con performance immersive, dove le sue installazioni luminose coinvolgono artigiani, filosofi, musicisti, poeti, fotografi, registi, ma principalmente il suo rapporto è con la poesia che, con il tempo, è divenuta un riferimento costante per il suo lavoro. Nel 2000 ha fondato il gruppo Art Project, oggi diretto da Elena Lombardi e composto da giovani artisti ed architetti, con il quale realizza numerosi interventi e progetti di installazione urbana. Questo suo impegno gli è valso la partecipazione a nove edizioni della Biennale di Venezia, oltre a numerose mostre personali e collettive. È stato invitato dalla Northwestern University (Chicago) come artist-in residence (inverno 2013, è stato 22 volte sull’Isola di Pasqua per opere scultore e pittoriche. E poi in Giappone, Cina, USA. Spagna, Francia…). Le sue opere, presenti in musei internazionali e collezioni private, hanno sempre di più assunto una dimensione etica rivolta a una riflessione sui temi ambientali e sociali. Di lui hanno scritto alcuni tra i più importanti critici d’arte.

Riccardo Valentini | Laureato all'Università di Roma "La Sapienza" in Fisica con specializzazione in Biofisica. Dopo un periodo di ricerca svolto presso l’Università di Stanford e il Joint Research Center della Commissione Europea ad Ispra, diventa professore ordinario dell’Università della Tuscia, dove oggi insegna il corso di Biologia ed Ecologia Forestale e Digital Technologies for Climate Smart Forestry per la laurea magistrale internazionale. È stato uno dei pionieri della ricerca sul ruolo delle foreste nell’assorbimento della anidride carbonica svolgendo spedizioni scientifiche in diversi ecosistemi del Pianeta dalle foreste boreali in Canada e Siberia a quelle tropicali dell’Amazzonia e del bacino del Congo passando per Europa, Australia, Cina, e Giappone. È stato membro del comitato scientifico del Global Carbon Project e Presidente del programma delle Nazioni Unite GTOS (Global Terrestrial Observation System). È stato autore principale e coordinatore del terzo e quinto rapporto dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) sugli impatti climatici e l'adattamento ed autore del rapporto speciale IPCC “Land and Climate”.  I recenti riconoscimenti includono: Premio internazionale Norbert Gerbier-Mumm 2004 Zayed International Prize for the Environment, Laurea Honoris Causa Facultè Universitaire des Sciences Agronomiques de Gembloux, Belgio, Premio Nobel per la Pace 2007 come membro del consiglio dell'IPCC, Premio Thomson Reuters che riconosce l'1% degli scienziati più citati al mondo, Premio Ernst Heckel della Federazione delle Società Ecologiche Europee, Laurea Honoris Causa Russian State Agricultural University - Timiryazev Academy, Mosca, Russia. Vincitore National Geographic Explorer Award. Presidente della Società Italiana delle Scienze del Clima 2021-22. Membro della European Academy of Sciences e Medaglia della Accademia delle Scienze dei “XL” per la Fisica e le Scienze Naturali. Il Prof. Valentini ha pubblicato 261 articoli su riviste internazionali peer-review, con 36142 citazioni e un H index di 75. Ha creato e brevettato un nuovo sensore per il monitoraggio della salute degli alberi (TreeTalker) che è usato ora in più di 4000 alberi in diverse località del mondo (Italia, Spagna, Russia, Canada, Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito, Corea del Sud, Cina).

 

Ever in Art è una società benefit nata con l’obiettivo di utilizzare l’arte come mezzo concreto per nobilitare e valorizzare le azioni virtuose promosse da privati, aziende e associazioni, con un forte impatto sociale o di salvaguardia ambientale, sensibilizzando il pubblico sul rispetto dei principi etici e civili. Le aziende sono sempre più impegnate socialmente. Ever in Art riunisce professionisti ed esperti di sostenibilità, marketing e comunicazione per rivoluzionare la fruizione e il ruolo dell’Arte grazie a nuovi strumenti di marketing concepiti per potenziare la comunicazione ed incrementare la brand reputation.

Uff. stampa & Promozione FREE TRADE Roma 

 

Bi-personale di Clara Garesio e Giuseppe Pirozzi GARESIO PIROZZI Rendez-vous

 



COMUNICATO STAMPA

Alla galleria Spazio Arte Petrecca di Isernia

la bi-personale di Clara Garesio e Giuseppe Pirozzi

GARESIO PIROZZI Rendez-vous

12 aprile - 31 maggio 2025

La bi-personale di Clara Garesio e Giuseppe Pirozzi dal titolo Rendez-vous, a cura di Carmen D’Antonino e Francesca Pirozzi, in programma a Isernia, alla galleria Spazio Arte Petrecca, diretta artisticamente da Gennaro Petrecca, dal 12 aprile al 31 maggio 2025, propone al pubblico un duplice itinerario attraverso l’ampia e variegata produzione espressa dai due maestri nel lunghissimo percorso della loro attività artistica. Come scrive Francesca Pirozzi: «il progetto della mostra prende spunto da un dato storico: l’incontro, nel 1958, all’Istituto Statale d’Arte G. Manuppella di Isernia, dei due giovani docenti artisti e, di lì a poco, l’inizio del loro progetto di vita insieme a partire da un’affinità umana, intellettuale e artistica, alimentata dai vivaci rapporti di amicizia e collaborazione creativa all’interno dell’Istituto, diretto in questi anni da Giorgio Saturni. A partire da questo momento i due artisti avviano un cammino personale condiviso al quale intrecciano i rispettivi percorsi artistici in una condizione di autonomia ma anche di complicità, contaminazione, compartecipazione. Entrambe queste traiettorie, quella familiare-sentimentale e quella artistica, perdurano oggi e la circostanza di una loro mostra bi-personale a Isernia rappresenta un’occasione per ripercorrere a grandi linee l’evoluzione pluridecennale dei loro linguaggi e allo stesso tempo per risvegliare l’attenzione su un contesto interessante eppure poco indagato dalla storia dell’arte contemporanea nel nostro Paese, quello determinatosi in seguito al convergere a Isernia nel secondo dopoguerra di una serie di giovani e promettenti artisti, provenienti da più parti d’Italia, accomunati dall’entusiasmo per la ricerca e dalla comune volontà di confronto reciproco».

La mostra, che s’inaugura sabato 12 aprile 2025, alle ore 18.00, ha il Patrocinio del Comune di Isernia. Al vernissage interverranno gli artisti, le curatrici e il direttore artistico dello Spazio Petrecca.

Clara Garesio espone una summa della propria ricerca artistica che, a partire dalla consapevolezza del patrimonio culturale e tecnico della grande tradizione ceramica italiana, l’ha condotta negli anni a sperimentare, con inesaurito slancio creativo, sempre nuove possibilità espressive dell’arte del fuoco. Il repertorio delle sue opere spazia dalla metà del secolo scorso ad oggi, includendo, accanto a varie tipologie ceramiche, disegni ed edicole che ospitano assemblaggi creativi di objet trouvé. Giuseppe Pirozzi presenta un corpus di sculture di media e piccola dimensione, a tutto tondo e ad

altorilievo, in terracotta ingobbiata e in bronzo fuso a cera persa, e una piccola selezione di gioielliscultura in argento e di disegni: tutti pezzi unici risalenti a diversi periodi del suo lungo percorso artistico. Per lo scultore la pratica del fare arte rappresenta una sorta di traduzione dell’esperienza emotiva del vissuto in linguaggio espressivo e uno strumento di comunicazione con l’altro. Come scrive Carmen D’Antonino: «Giuseppe Pirozzi e Clara Garesio hanno segnato in modo significativo l’evoluzione della scultura e della ceramica del Novecento, ampliando i confini della tradizione e portando queste forme d’arte a un livello di riflessione e sperimentazione che continua a influenzare gli artisti contemporanei. Con la loro opera, entrambi sono riusciti a dare nuova vita a materiali considerati tradizionali, dimostrando come la scultura e la ceramica possano essere linguaggi vitali e in continua evoluzione nel panorama dell’arte contemporanea.

La loro esposizione ad Isernia rappresenta una sorta di ritorno alle origini. Un tema, quest’ultimo, significativo nel percorso artistico dei due maestri, che in diverse fasi delle loro carriere hanno scelto di tornare a radici più profonde, riconnettendosi alla tradizione e alla terra.

Isernia, città storicamente legata alla cultura preromana e con una tradizione artigianale radicata, è stata per entrambi una fonte di ispirazione non solo per la ricerca formale, ma anche per un dialogo profondo con la memoria e con la storia. Questo legame con le origini si manifesta sovente nelle loro opere, che, nel ricorso a forme archetipiche che rimandano a significati esistenziali profondi, riflettono una dimensione primordiale e ancestrale, creando un ponte tra il passato e il presente».

Note biografiche

Clara Garesio nasce a Torino nel 1938 e qui frequenta la Civica Scuola d’Arte Ceramica. Prosegue

gli studi a Faenza, diplomandosi presso l’Istituto d’Arte per la Ceramica G. Ballardini. Da allora è

docente di discipline artistiche nella scuola pubblica e poi per la Società Umanitaria, mentre conduce

una personale e continua ricerca nel campo ceramico, pur praticando anche altri mezzi espressivi,

tra cui disegno, pittura e assemblage.

Dal 2021 è membro dell’IAC (International Academy of Ceramics). Tra gli altri riconoscimenti, nel

1956 vince il 1° Premio Faenza (sez. studenti), nel 2005 il 1° Premio Terra di Piemonte (sez. Arte

Ceramica), nel 2006 il Premio alla Carriera Viaggio attraverso la Ceramica, nel 2017 la Menzione

d’Onore al Concorso della Ceramica di Gualdo Tadino e la copertina del n. 296 della rivista La

Ceramica Moderna & Antica, nel 2019 la Cittadinanza Onoraria per meriti artistici del Comune di

Atrani, nel 2020 e 2022 è artista omaggiata alla biennale di scultura ceramica Keramikos.

Espone le sue opere in rassegne e mostre personali e realizza interventi per spazi pubblici e

collezioni museali in Italia e all’estero, tra l’altro: Palazzo dell’ONU di Ginevra, sede SEAE dell’UE a

Bruxelles, MIC di Faenza, MIAAO di Torino, Museo della Ceramica di Vietri sul Mare, Museu da

Marioneta di Lisbona e Museo M. Cargaleiro di Castelo Branco (Portogallo), Museo Duca di Martina

di Napoli, Museo della Ceramica di Castellamonte, Museo della Ceramica di Deruta, Museo d’Arte

Ceramica di Ascoli Piceno, Museo delle Arti Applicate di Villa de’ Ruggiero di Nocera Inferiore,

Museo della Ceramica di Grottaglie, Raccolta Internazionale d’Arte Ceramica Contemporanea di

Castelli, Museo Città Creativa di Ogliara Salerno, Museo della Ceramica di Cerreto Sannita, Comune

di Atrani, Museo Campano di Capua.

Di lei scrivono, tra gli altri, E. Alamaro, F. Bertoni, E. Biffi Gentili, M. Cargaleiro, G. Cefariello Grosso,

A. Cilento, L. Fiorucci, L. Hockemeyer, A. Morone, Muky, A. Pansera, F. Pirozzi, V. Sgarbi.

Giuseppe Pirozzi nasce nel 1934 a Casalnuovo di Napoli. Nel 1954, con la frequenza del corso di

Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli ha inizio la sua attività artistico-espositiva con opere

di scultura e grafica. Dal 1964 al 2001 è docente della stessa Accademia. Dal 2000 è Accademico

Scultore dell’Accademia Nazionale di San Luca.

Partecipa a numerosissime mostre, ottenendo prestigiosi premi e riconoscimenti della critica, tra le

altre: Premio Spoleto, Quadriennale d’Arte di Roma, 10 Nuovi Scultori Italiani a Lissone, Mostra

Internazionale di Scultura di Carrara, 6 Scultori Napoletani alla Due Mondi di Roma, Concorso

Internazionale del Bronzetto di Padova, Scultura del Mezzogiorno a Napoli, Alternative Attuali a

L’Aquila, Mostra Internazionale di Scultura a Legnano, Biennale del Fiorino di Firenze, Biennale

Nazionale d’Arte di Verona, Naples and its region a Boston, Naples Contemporaine a Salon de

Provence, Apologie del Logos a Firenze, Biennale Internaz. del Bronzetto Dantesco a Ravenna,

Napoli 50-59 a Ferrara, Made in borgo a Tokio e New York, Biennale di Venezia, Keramikos 2018,

2020 e 2022 a Viterbo, Napoli e Sutri, E la mia patria è dove l’erba trema, GNAM, Roma. Dal 1964

tiene moltissime personali, tra cui: Sala del Fiorino a Firenze, Galleria 2000 a Bologna, Il Girasole a

Roma, Galleria R.G. a Curaçao, Le Ore a Milano, Art Line a Los Angeles, Lo Spazio a Brescia, Ist.

Italiano di Cultura a Bruxelles, La Bussola a Torino, Agorà a Marsiglia, Spazio Linati a Milano,

FineArtStudio a Bruxelles, Castel Nuovo a Napoli, Villa Rufolo a Ravello, MANN a Napoli, Galleria

del Carbone a Ferrara, Castel Sant’Elmo-Museo Novecento a Napoli, Museo Campano a Capua,

Museo di Capodimonte a Napoli.

Sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero e, quale vincitore di concorsi

nazionali realizza numerose opere per spazi pubblici. Di lui hanno scritto tra gli altri: G. Appella, E.

Crispolti, L. Caramel, L. Carluccio, R. Causa, V. Corbi, G. Di Genova, F. Menna, V. Sgarbi, L.

Vergine.

SCHEDA INFO

Titolo mostra Garesio Pirozzi Rendez-vous

Luogo Spazio Arte Petrecca

Corso Marcelli 177, Isernia

Apertura al pubblico 12 aprile - 31 maggio 2025

Inaugurazione sabato 12 aprile, ore 18.00

Orari apertura martedì, giovedì e venerdì, ore 17.00-20.00

altri orari su appuntamento

A cura di Carmen D’Antonino, Francesca Pirozzi

Info mostra +39 345 5068036 info@artepetrecca.com

 


lunedì 31 marzo 2025

Anna Boghiguian - The Four Faces of A Man

Anna Boghiguian, The Four Faces of A Man, 2025. Courtesy l’artista, Galleria Franco Noero e Fondazione Henraux. Foto Nicola Gnesi
Anna Boghiguian, The Four Faces of A Man, 2025. Courtesy the artist, Galleria Franco Noero and Fondazione Henraux. Photo Nicola Gnesi

In occasione della Milano Art Week 2025, la Fondazione Henraux, in collaborazione con GAM – Galleria d’Arte Moderna, presenta The Four Faces of A Man [I quattro volti di un uomo], mostra dell’artista canadese ed egiziana di origine armena Anna Boghiguian (1946, Il Cairo). Il progetto espositivo, a cura di Edoardo Bonaspetti, sviluppa nelle sale del museo un dialogo tra le opere della collezione permanente e le produzioni recenti dell’artista tra cui una serie di sculture inedite in marmo, materiale con cui si è confrontata per la prima volta dopo il conferimento del premio Henraux Sculpture Commission a miart 2024. 

Boghiguian utilizza numerosi linguaggi espressivi, dal disegno alla pittura, dalla scrittura all’installazione, per affrontare temi legati alla storia, alla politica, al colonialismo e alla condizione umana, con una pratica stratificata che intreccia narrazione e critica sociale. L’artista riflette sulle interazioni tra fenomeni passati e presenti, mostrando come le medesime dinamiche di speranze, ambizioni e conflitti si riattivino costantemente attraverso la storia. Le sue produzioni diventano così percorsi espressivi interconnessi, aperti a ogni possibile rielaborazione, secondo una visione dell’esistenza e del tempo come continua metamorfosi. Per Boghiguian, è un destino inevitabile: tutto si muove incessantemente, un ciclo senza tregua, dove ogni fine si dissolve in un nuovo inizio. In questo scenario, le opere tardo-settecentesche e ottocentesche della collezione neoclassica della GAM, testimonianze di un preciso ordine simbolico del mondo e intrise di riferimenti all’arte antica greco-romana, dialogano con le creazioni contemporanee dell’artista. La stratificazione di riferimenti, l’intreccio di narrazioni e di temporalità la spingono anche a reinterpretare i soggetti delle sue opere, nei materiali e nelle forme, come a rilevare l’instabilità dell’essere. Le quattro sculture in marmo, quattro possibili volti di un uomo, sono variazioni di altrettante teste in argilla e queste a loro volta riprendono alcune opere precedenti raffiguranti persone in cammino, in corsa e una sfinge. La creatura mitologica – che in antico egiziano significa “immagine vivente” – torna anche in una serie di tre sculture in bronzo che sembrano custodire o sorvegliare le sale del museo, forse a proteggerci da una realtà oggi irrequieta e minacciosa. Nel flusso incessante e ripetitivo del tempo, segnato da contraddizioni e meccanismi di potere, la coscienza, la sensibilità e la poesia dell’artista connettono culture e luoghi lontani. Alla base vi è una profonda libertà e una sincera empatia verso l’essere umano e una concezione della vita come un viaggio senza sosta, fatto di cambiamenti e ostacoli. L’arte, dichiara Boghiguian, ci viene incontro come una fonte vitale di energia, un processo di guarigione per l’anima e una forza per alleviare i danni e i dolori dell’esistenza. 

MILANO ART W EEK Dal 1903 la Galleria d’Arte Moderna conserva le collezioni d’arte moderna del Comune di Milano, un patrimonio artistico di circa 3.500 opere, ospitate dal 1921 nella splendida sede della Villa Reale, nel cuore della città. 

Progettata tra il 1790 e il 1796 da Leopoldo Pollack (allievo di Giuseppe Piermarini) per il Conte Ludovico Barbiano di Belgiojoso, la Villa Reale divenne in seguito residenza del Vicerè Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone, che ne fece completare il sontuoso apparato decorativo: è fra gli esempi più alti di architettura neoclassica milanese e comprende anche un magnifico parco romantico all’inglese. 

Antonio Canova, Andrea Appiani, Francesco Hayez, Tranquillo Cremona, Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giovanni Boldini, Medardo Rosso, Gaetano Previati sono solo alcuni tra i nomi dei grandi artisti presenti nella collezione, protagonisti indiscussi della storia dell’arte milanese e italiana. Capolavori del XIX e del XX secolo che hanno arricchito il patrimonio artistico della Galleria grazie anche al collezionismo privato e alle donazioni di alcune importanti famiglie, tra cui i Grassi e i Vismara, includendo fra gli altri i lavori di artisti come Vincent Van Gogh, Paul Cézanne, Pablo Picasso, Amedeo Modigliani. 

Negli anni ’50 all’architetto Ignazio Gardella venne affidato l’allestimento della Collezione Grassi: il progetto rispecchia appieno l’idea – oggi acquisita ma all’epoca all’avanguardia – di museo inteso come organismo vivo e in costante trasformazione. Recentemente restaurato, l’allestimento di Gardella si configura come uno dei rari esempi di soluzione museografica capace di far convivere il rigore razionalista con il rispetto per le preesistenze, grazie a una gamma di soluzioni all’epoca inedite e innovative capaci di coniugare le necessità espressive dell’architetto, le esigenze della collezione e lo spazio espositivo. 

Oggi la Galleria d’Arte Moderna presenta un’attività espositiva che si apre al dialogo con l’arte applicata, ai linguaggi della contemporaneità e agli approfondimenti tematici di artisti presenti in collezione permanente. 

INFORMAZIONI GENERALI

ANNA BOGHIGUIAN
The Four Faces of A Man
2 aprile – 1 giugno 2025 
Inaugurazione 1 aprile, h. 19:30

Sede Via Palestro 16 - 20121 Milano 
Orari Martedì - domenica, 10.00 - 17.30 
Lunedì chiuso 
Ultimo accesso un’ora prima della chiusura 

Contatti 
GAM – Galleria d’Arte Moderna di Milano T. 02 884 45943 
c.gam@comune.milano.it www.gam-milano.com 

Ufficio stampa Comune di Milano 
comunicazione.ufficiostampa@comune.milano.it 

Ufficio stampa mostra:
Fondazione Henraux | info@fondazionehenraux.it | 0584 761217 

pubblica: 

SEI. ANTOLOGIA DEL SUFFICIENTE

Mattia Cleri Polidori, “Le Città Invisibili #30”, 2024, Silicone, pigmenti, magneti, cm 90x100, ph. Luigi Ieluzzo



Il 10 aprile, alle ore 18, in via Placido Zurla, 23, inaugura l’open studio SEI. ANTOLOGIA DEL SUFFICIENTE dell’Artist Run Space romano Rione Placido, con i lavori dei sei artisti fondatori Eleonora Bona, Alice Colacione, Tiziano Conte, Denise Montresor, Mattia Cleri Polidori e Paolo Vitale, e con la curatela e il testo critico di Laura Catini.

Rione Placido nasce nel 2022, nel quartiere del Pigneto, precipalmente negli spazi di un ex deposito dolciario, rinnovati dalla volontà dei suoi fondatori, il cui incontro e legame si sono manifestati durante il percorso di formazione accademica, in rispondenza alle loro dettagliate esigenze artistiche miranti a una ricerca estetica che, seppur singolare, fosse in grado di promuovere la contaminazione di idee e motore di sperimentazione continuativa e condivisibile. Il nome dell’Artist Run Space, infatti, indaga il legame con la storia di Roma, anzitutto nell’accezione di “rione”, scavando in quella suddivisione amministrativa della città che, durante i secoli, ha impresso l’identità caratterizzante dei quartieri romani, della loro vita comunitaria, con le conseguenti cultura e tradizione. Il rione assume così la significazione di punto di ritrovo e di scambio esperienziale, in cui esplorare quei prolungamenti di complessità che i lavori emanano nella realtà immediatamente circostante, effettuando un trasporto che erra dalla memoria alla stratificazione, attraverso procedimenti come l’attrazione dell’inconscio collettivo e individuale. 

L’Artist Run Space dichiara: “… La contaminazione è vitale nella pratica estetica, la purezza invece è stagnante, conduce al suprematismo […]. È premura degli artisti di Rione Placido estendere questa pratica al di fuori delle proprie mura, al fine di resistere a tali pericolose ricorsività. Il Rione vuole diventare un crogiolo ipogeo da cui si sviluppi un rizoma di relazioni che raggiunga tutti gli operatori sulle molteplici frontiere della ricerca estetica contemporanea, per contribuire a formare un insieme che sia più della somma delle parti”. Risulta tempestivo, in tal senso, denominare l’open studio con il termine “ANTOLOGIA” che, nella sua espressione derivante dal greco “raccolta o scelta di fiori” rievoca la volontà di voler creare un insieme che sia raccolta della diversità delle parti. Non sfugge, inoltre, il contenuto di primo capitolo di una serie di esposizioni che scandiscono il tempo presente da quello futuro e dal futuro dell’arte stessa.

Come afferma la curatrice nel testo: “L’antologia del sufficiente è, dunque, florilegio dei SEI. Ad affiancare il termine “ANTOLOGIA” è la specificazione del sufficiente che si dirama nelle sue fondamenta fino a recuperare il pensiero schopenhaueriano di “Ragion sufficiente” (esplicitato nel trattato di laurea del filosofo tedesco Über die vierfache Wurzel des Satzes vom zureichenden Grunde, conseguita all’Università si Jena, nel 1813), come modo, in cui l’intelletto comprende il mondo, attraverso una radice quadrupla che immette, in sé, la casualità, lo spazio e il tempo, l’esistenza astratta e la motivazione”.

Tuttavia, il termine che apre il sipario dello spazio ricopre altri tre valori. In primis quello storico, poi il racconto dei diversi membri e anime del collettivo e, non in ultimo, la ricerca costante e incentrata su più livelli. L’etimo della ricerca, quello di ragion sufficiente, in tutte le sue forme, è il solo principio, il solo portatore di ogni e qualunque necessità. Tra le quattro forme di principio di ragione, vi è una quadruplice necessità. Sicuramente la quarta, la necessità morale, è da esaminare in quanto virtù, con cui ogni persona o animale, dopo che il motivo si è presentato, “deve” compiere l’azione che sola è conforme al suo carattere innato e immutabile. 

L’esporsi del fare artistico non riflette solo la cultura di una società ma acquisisce lo snodo esistenziale di espressione della natura più intrinseca dell’artista e del suo diritto di esistenza.

L’Open studio seguirà visite su appuntamento ogni giovedì dalle ore 16.00 alle ore 19.00 
da giovedì 10 aprile fino a domenica 18 maggio.


SEI. ANTOLOGIA DEL SUFFICIENTE

RIONE PLACIDO

ELEONORA BONA, ALICE COLACIONE, TIZIANO CONTE, DENISE MONTRESOR, MATTIA CLERI POLIDORI, PAOLO VITALE

OPEN STUDIO A CURA E CON TESTO CRITICO DI LAURA CATINI


Rione Placido
Via Placido Zurla 23 - Roma
Tel: +39 338 3786482

pubblica: 

martedì 25 marzo 2025

Federica Bartoli - Clorofilla e Salicornia


Venerdì 28 marzo 2025, dalle ore 18.00, Hyunnart Studio presenta la personale di Federica Bartoli, dal titolo “Clorofilla e Salicornia”, con un testo critico di Valeria De Siero. 

In mostra una selezione di opere su carta realizzate con tecnica mista e sculture in terracotta smaltata e legno, che denotano nell’artista un’oscillazione tra astrazione e concretezza.

La ricerca di Federica Bartoli è caratterizzata da un’interpretazione della realtà talvolta nitida, talvolta appena accennata, sempre filtrata dalla memoria, delle esperienze e dai ricordi. 

Nelle sue opere la Natura è la vera protagonista, anche se non immediatamente riconoscibile. “Le opere pittoriche suggeriscono atmosfere, senza appigliarsi ad elementi tangibili, configurandosi come astratte, frutto di sensazioni e reminiscenze. Eppure il fruitore, intuisce nel lavoro meticoloso, calibrato, protratto dell’artista la presenza, rasserenante, di paesaggi e ambienti che appaiono aperti, malgrado la determinazione del telaio o più semplicemente della carta”.

In mostra troviamo l’installazione “La memoria dell’acqua” (2024/2025), un mosaico di pitture su carta da lucido che va a creare una parete di forme dall’aspetto organico, conferendo all’insieme una certa materialità, che potremmo definire segnica. Nel percorso espositivo le opere più apertamente figurative sono le sculture, che rimangono sospese nello spazio, evocando l’immaginario di un bosco in apparenza animato. Infine, in “Sassi, reperti, composti” (2025), l’artista presenta una composizione frutto dell’intervento umano sull’insieme degli elementi naturali.

Crediti fotografici: ©Sebastiano Luciano

Federica Bartoli
Clorofilla e Salicornia
testo di Valeria De Siero
Dal 28 marzo al 10 maggio 2025

Inaugurazione venerdì 28 marzo 2025, ore 18.00

 

Hyunnart Studio
viale Manzoni 85-87, Roma 00185

orario settimanale: dal martedì al venerdì 16.00/18.30
per appuntamento: 3355477120, pdicapua57@gmail.com

martedì 18 marzo 2025

Giovanni Termini - Il sonno della pozzanghera

GiovanniTermini_Tappeto_ph. Michele Alberto Sereni

A due anni dalla sua ultima personale, Giovanni Termini torna a Pistoia con una nuova mostra dal titolo Il sonno della pozzanghera, che sarà ospitata alla Galleria ME Vannucci dal 9 marzo al 1 maggio. Questo nuovo progetto arriva dopo la partecipazione alla collettiva Senza mai sfiorire, presso la Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Collicola a Spoleto, e la personale La promessa del vuoto, tenutasi al Pastificio Cerere di Roma.

Accompagnata da un testo critico di Saverio Verini, Il sonno della pozzanghera prosegue l'esplorazione di Termini sulle relazioni e sul dialogo che le sue opere stabiliscono non solo tra loro, ma anche con l'ambiente circostante. Ogni creazione non esiste in isolamento, ma fa parte di un contesto che si estende ben oltre le mura della galleria.

Le opere orbitano intorno a un elemento centrale, il cuore pulsante della mostra. Quest'opera non è statica, ma si attiva attraverso l'interazione con il mondo esterno, generando un continuo scambio di energie. È proprio questa opera, capace di rispondere e adattarsi agli stimoli esterni, che ha ispirato il titolo della mostra. Il "sonno" simboleggia una condizione di attesa e quiete, ma non è mai passivo: si tratta di un sonno che si risveglia e si attiva non appena entra in relazione con ciò che la circonda, incarnando l'interconnessione che caratterizza l'intero progetto artistico.

Biografia
Giovanni Termini è nato ad Assoro (En) nel 1972, vive e lavora a Pesaro. Ha esposto in Italia e all’estero. 
Tra le mostre personali: La promessa del vuoto, presso il Pastificio Cerere di Roma; Da quale pulpito, Museo del Novecento e del Contemporaneo di Palazzo Fabroni, Pistoia; L’umanità degli oggetti, Jason Dodge - Giovanni Termini, Kappa Noun, San Lazzaro di Savena, Bologna; Come la metti sta, Palazzo Tiranni - Castracane, Cagli (PU); In fondo a destra, Palazzo Filippo Mezzopreti, Pescara; Visioni d’insieme, Mac Museo di Lissone; Disarmata, Fondazione Pescheria, Pesaro.

Tra le collettive: Senza mai sfiorire, presso la Galleria d'Arte Moderna, Palazzo Collicola di Spoleto, Another world is possible, Centrul de Interes 4th, Cluj Napoca, Romania; Rifrazioni, Accademia Nazionale di San Luca, Roma; Per via del tutto eccezionale, Fondazione Filiberto Menna, Roma; Upcycle, Residenza dell’Ambasciata d’Italia, Berna, Svizzera; The new abnormal, Straperetana, Pereto (AQ); La forma della terra, Fondazione Menegaz, Castelbasso; Arte e tecnologia, Museo di Lan Wan, Qingdao, Cina; DISIO - Nostalgia del futuro, Sala Tac, La Caja, Istituto Italiano di Cultura, Caracas, Venezuela; Rilevamenti #1, CAMUSAC, Cassino; Au Rendez-Vous des Amis, Palazzo Vitelli Fondazione Burri, Città di Castello; XV Quadriennale di Roma, Palazzo delle Esposizioni; I Premio Internazionale Giovani Scultori, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano.

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La bella inutilità.
Alcuni pensieri attorno all’opera di Giovanni Termini

Osservo ormai da un po' di tempo le opere di Giovanni Termini. L’incontro con i suoi lavori è sempre sorprendente: in ogni opera, Termini riesce a mettere a punto nuovi modi per ribaltare il punto di vista, per instillare un dubbio percettivo, per raccontare qualcosa sulla nostra fragile condizione di esseri umani. Nel fare ciò, l’artista ha messo a punto un linguaggio rigoroso e riconoscibile, non soltanto a livello formale, quanto nello sguardo, nel modo di pensare. Una sensibilità peculiare, quella di Termini, che lo porta a considerare gli oggetti e le cose che ci circondano non dico come delle persone, ma comunque come esseri dotati di una postura, di un carattere. Persino il più freddo degli elementi industriali, una volta passato attraverso il “filtro Termini” acquista una personalità, finendo per somigliare a qualcuno che conosciamo, a una situazione vissuta, a uno stato d’animo provato. Non è un caso che una recente mostra di Termini – una doppia personale con Jason Dodge allestita nel 2022 nello spazio Kappa-Nöun, alle porte di Bologna, a cura di Simone Ciglia – si intitolasse L’umanità degli oggetti. Gli oggetti sono il punto di partenza imprescindibile per l’artista: e più sono banali, algidi, seriali, più la loro trasfigurazione in opera risulta miracolosa. Può sembrare esagerato parlare di miracolo di fronte a un’opera d’arte. Eppure, trovo che nel caso di Termini non sia così inappropriato. Come un carpentiere in stato di grazia, l’artista fa compiere ai materiali che utilizza dei salti minimi e insieme radicali, stravolgendo la percezione che ne abbiamo abitualmente e caricandoli di un’umanità palpabile. La sua pratica procede per via di porre, attraverso assemblaggi, innesti e ibridazioni di elementi prelevati dalla realtà. Ad attrarlo sono per lo più contesti marginali e apparentemente privi di fascino: cantieri e aree periferiche, con le loro impalcature, cavalletti, catene, panchine, pezzi di legno; ma anche tappetini per fare ginnastica, porzioni di parquet e specchi fanno parte della popolazione di oggetti di cui si serve. Questi materiali, spogliati della loro funzionalità e combinati tra loro, creano dei cortocircuiti visivi e semantici, rivelando un’inaspettata dimensione poetica. Mi verrebbe da dire che le opere di Termini nascano sotto la dettatura di un sogno inquieto, conservando tuttavia la concretezza di un’area sottoposta a lavori in corso. Ruvidezza e poesia, malinconia e ironia, grottesco ed eleganza danzano assieme nelle sculture dell’artista, che mantengono una distanza di sicurezza da ogni forma di patetismo, a partire dai titoli, sempre asciutti e incisivi. È senza dubbio il caso de Il sonno della pozzanghera, quarta mostra di Termini alla galleria ME Vannucci di Pistoia. In questo caso è un’opera a dare il titolo all’intera esposizione. Ma cos’è la pozzanghera di cui ci parla Termini? Si sa, gli artisti vivono di ossessioni; e per lui, in questo caso, è stato un dettaglio minimo a trasformarsi in un chiodo fisso. Il pavimento della galleria – e dopo la visita a questa mostra sarà impossibile non notarlo – è segnato da alcune macchie: si tratta di chiazze di risalita che testimoniano la precedente vita dello spazio espositivo – un’officina –, tracce che il più delle volte il visitatore si limita a calpestare, passandoci sopra, in senso letterale e figurato. La storia, per Giovanni Termini, si ripete sotto forma di macchia che trasuda dal pavimento, sfidando il tempo. Un dettaglio interstiziale diventa una voragine nella quale tuffarsi, suggerendo immagini e storie; è così che l’artista ha generato una pozzanghera, attorno alla quale orbitano tutte le altre opere. Ma procediamo con ordine, seguendo le opere – tutte inedite – disseminate nello spazio della galleria, una popolazione garbatamente eccentrica. Combinazione è il primo incontro. L’opera è una summa della poetica di Termini, fondata sull’utilizzo di materiali industriali, sull’ironia dettata dal rivestimento in denim, sull’umanizzazione degli elementi. Ma soprattutto è un lavoro che mette in chiaro la sua idea di scultura: il procedere per assemblaggio di parti, l’equilibrio magico tra monumentalità e precarietà, la possibilità che l’opera possa avere una crescita/estensione modulare (idea totalmente brancusiana). Combinazione ci parla anche del luogo e della sua antica destinazione d’uso: un ambiente di lavoro, evocato dal rivestimento in jeans, tessuto storicamente associato alla working class. La zincatura dà all’opera una patina che si accorda anche ad altre opere presenti nella stanza, sottolineandone il carattere ruvidamente scintillante. La disfunzionalità di questo assemblaggio ne dichiara il fallimento come oggetto, decretandone l’ingresso nel mondo delle opere d’arte. Analogamente, il tappeto per esercizi ginnici arrotolato al cilindro in cemento perde ogni possibile utilità, suggerendo un rapporto sentimentale tra i due elementi. Materassino, questo il titolo, è l’abbraccio tra un colore acceso e uno cupo, tra un materiale morbido e uno duro, tra opposti che si incontrano e si riscaldano a vicenda, perdendo e acquistando qualcosa al tempo stesso: il tappeto prende la forma del cilindro, con quest’ultimo che viene a sua volta fatto brillare dal colore acceso del neoprene.

Al centro dello spazio, tra le due opere che accolgono il visitatore – e credo sia una scelta deliberata quella di affiancare il lavoro più grande a quello più piccolo della mostra, quasi a volerne mostrare le estremità opposte – appare Il sonno della pozzanghera, la title track dell’esposizione. L’opera presenta diverse anomalie: non solo è collocata di spalle, ma ci propone la più tipica delle distrazioni, un rubinetto lasciato aperto, con l’acqua che, gocciando, si deposita a terra. È questa la pozzanghera annunciata da Termini: un’interferenza, un malfunzionamento, una seccatura che diventa tuttavia espediente poetico, capace di unire l’esterno e l’interno della mostra (il tubo è collegato a un rubinetto in cortile), invitando l’osservatore ad avvicinarsi e a specchiarsi nella superficie riflettente. Peccato che, approcciandosi gradualmente, lo specchio restituisca forse l’immagine meno nobile del corpo – i piedi e i polpacci –, escludendo il resto e mortificando il Narciso che è in noi. L’opera, che ha precedenti nobili (su tutti 9 mq di pozzanghere di Pino Pascali, del 1967), è il manifesto della mostra e delle sue entusiasmanti disfunzionalità. Da questo punto di vista, non sono da meno gli altri lavori presentati per l’occasione, a partire da Porta. L’opera va ad aggiungere un varco nella lunga parete in cemento, ovviamente priva di aperture: una soglia inattraversabile, fittizia, incapace di stare in piedi e con un grazioso nodo dato dall’intreccio delle catene. Queste ultime richiamano le tendine di plastica allestite sull’uscio di casa, in particolar modo nel sud Italia: ho la sensazione che con questo intervento Termini voglia rendere omaggio alla sua terra d’origine, l’entroterra siciliano, e in qualche modo all’idea della provincia, alle sue tenere asprezze.
Panchina è l’ennesimo paradosso visivo de Il sonno della pozzanghera. L’elemento viene privato ancora una volta di ogni possibilità di utilizzo, verticalizzato e cinto da un foglio di legno multistrato curvabile – predisposto a piegarsi, ma non a spezzarsi. Come a volte capita nei lavori di Termini, la scultura lascia presupporre un movimento potenziale, una forza trattenuta in attesa di slancio: e se non fosse per le pinze che tengono fermo il legno – se una mano impertinente decidesse di rimuoverle, poniamo – chissà il foglio in multistrato in quale direzione si espanderebbe…

All’angolo della stanza, Segna limite è forse la presenza più drammatica della mostra. Lo suggeriscono lo sradicamento del paletto stradale e la sua torsione, che conservano memoria di un impatto violento; mi basta guardare quel pezzo per sentirmi trasportano sul ciglio di una strada poco illuminata. Attraverso la fusione in alluminio, l’elemento viene cristallizzato insieme alla sua precarietà, per una trasfigurazione che risulta elegante e insieme brutale.

Prima di uscire dalla mostra, il pubblico è posto di fronte a un elemento che di solito dà il benvenuto in un luogo, per un ultimo ribaltamento controintuitivo. Il Tappeto in gomma immaginato da Termini, incorniciato da un rettangolo di legno laccato, risulta inaccessibile; simile a un quadro steso a terra, il rigonfiamento che ne altera la superficie – causato da un rotolo di scotch incastonato al di sotto – è l’ultimo inciampo visivo che l’artista offre, un’estroflessione anomala che ricorda un’opera di Castellani, ma sotto forma di zerbino.

La mostra pensata da Giovanni Termini è un cantiere di lavori in corso sovversivi nella loro assenza di utilità. A volte mi chiedo se si tratti di oggetti travestiti da opere o viceversa. E in questo, le cose create da Termini tradiscono la loro umanità. Fingersi qualcosa di diverso da quello che si è, d’altra parte, è la più tipica e vanagloriosa delle attitudini umane.

Saverio Verini 

Giovanni Termini
Il sonno della pozzanghera
testo di Saverio Verini

Inaugurazione domenica 9 marzo 12:00 - 19:30

9 marzo - 1 maggio 2025

mercoledì - venerdì 17:00 -19:30 sabato 9:30 - 12:30 / 17:00-19:30
o su appuntamento tel. +39 0573 20066 +39 335 6745185

GALLERIA ME VANNUCCI Via Gorizia, 122 Pistoia, Italia
tel. +39 057320066 mob. +39 335 6745185