giovedì 11 gennaio 2018

WHAT WE ONCE WERE


MURATCENTOVENTIDUE ARTECONTEMPORANEA

WHAT WE ONCE WERE
Rita Casdia, Cristiano De Gaetano, Elisabetta Di Sopra, Lello Gelao, Kaia Hugin, Kaja Lejon, Cristina Pavesi

La mostra propone un originale confronto fra opere che attraverso linguaggi diversi, affrontano un tema comune, quello dell’infanzia, rappresentando lo spirito, la vulnerabilità, la giocosità, l'imprevedibilità, l'irrequietezza e la dignità dei bambini.
Gli artisti, di diversa nazionalità, sono Rita Casdia, Cristiano De Gaetano, Elisabetta Di Sopra, Lello Gelao, Kaia Hugin, Kaja Lejon, Cristina Pavesi.
Rita Casdia indaga, attraverso diversi mezzi espressivi come la video animazione, ma anche il disegno e la scultura, mondi emozionali a metà tra sogno e realtà, rivolgendo la sua attenzione principalmente ai meccanismi elementari dei sentimenti umani, con uno sguardo attento alle dinamiche generate dai legami affettivi e dalla sessualità.
La messa in scena di questi mondi emozionali si snoda attraverso una struttura narrativa spezzata e disinibita, dove si condensano riferimenti all’iconografia classica, elementi casuali, quotidianità spicciola, vissuto personale, produzione onirica.
L’artista presenta una serie di disegni, realizzati con inchiostro al gel su carta estremamente sintetici, essenziali nelle linee e nel contenuto in cui compaiono elementi tratti dall'immaginario infantile, di facile lettura eppure dalle molteplici stratificazioni di significato.
La ricerca artistica di Elisabetta Di Sopra si esprime in particolar modo attraverso l’uso del linguaggio video per indagare sulle dinamiche più sensibili della quotidianità e delle sue microstorie inespresse, dove il corpo femminile assume spesso un ruolo centrale perché custode di una memoria e di un suo linguaggio espressivo. Ci sono due nuclei fondamentali all'interno della sua pratica, uno incentrato sul rapporto tra corpo e materia, l'altro su corpo e memoria, corrispondenti rispettivamente alla sua prima e seconda produzione video.
Il video “FUNNY SHOW”, del 2009, che mostra dei bambini che osservano il mondo dall’alto e sorridono, è una riflessione sul mondo degli adulti incapaci di mostrarsi come modelli validi da imitare.
E’ presente in mostra un lavoro di Cristiano De Gaetano, uno dei talenti più interessanti delle nuove generazioni di artisti pugliesi, purtroppo precocemente scomparso nel 2013, cui il museo Pascali ha reso recentemente un omaggio attraverso una mostra antologica.
La sua vasta produzione ha spaziato in molteplici campi dalla scultura alla fotografia, dalla pittura al video. Dal 2006 aveva cominciato a produrre, partendo dall’utilizzo di foto tratte da album di famiglia, e di persone a lui care, ritratti di bambini e giovani uomini e donne su sagome di legno eseguiti con cere pongo colorate, modellate come pennellate e schiacciate e accostate con effetti da divisionismo plastico. In mostra è presente un intenso ritratto di bambino del 2009 intitolato Kid.
La ricerca di Lello Gelao insiste da qualche anno sul tema del ritratto attraverso una figurazione essenziale e intensa, grazie anche alla sua attenzione ai mass media e alla fotografia.
Le sue figure, stagliate su fondali anonimi, impercettibili, set senza tempo né spazio, sono immagini nitide, luminose, dagli intensissimi piani di colore, rese in una particolare prospettiva bidimensionale e private di ogni connotazione sentimentale, ma che riescono a comunicare una profonda risonanza psicologica.
Nei suoi quadri solitamente l’artista inserisce un unico personaggio, come nell’opera proposta in questa mostra “ CHILD”, solo e distaccato fisicamente e psicologicamente, riuscendo a cogliere un momento particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma e tutto appare immobile, silenzioso. Il suo lavoro si caratterizza attraverso atmosfere vuote e ambienti rarefatti e parla di solitudine, di malinconia e di tempo sospeso.
Con i suoi video e le sue fotografie, l’artista norvegese Kaja Leijon mette in discussione la nostra percezione del mondo reale, ed esplora il confine tra realtà e immaginazione. L’artista riflette su come concezioni preconcette possano influenzare il nostro modo di vedere e interpretare ciò che ci circonda.
Nel video in mostra Turning Trick cita il cortometraggio di François Truffaut del 1957 Les Mistons, basato su una novella di Maurice Pons. E’ la storia di cinque ragazzi che trascorrono un'intera estate spiando e inseguendo due amanti. Il film di Truffaut affrontava il tema dell’infanzia e della scoperta del desiderio sessuale nei ragazzi mentre il lavoro di Kaja Leijon ignora la trama del cortometraggio originale per concentrarsi esclusivamente su una sequenza in cui i ragazzi s’inseguono a vicenda, si arrestano improvvisamente e fingono una sparatoria. Riprende questa scena nel proprio film, ma con una differenza molto semplice: i suoi protagonisti sono femmine. Un'atmosfera tesa permea l'intero film, una dopo l'altra, le ragazze cadono e rimangono immobili sul terreno. L'artista pone il ruolo delle donne proprio al centro: l'oggetto passivo dell'osservazione nell'originale francese diventa nel suo video, il soggetto attivo.
Kaia Hugin, esplorando in maniera trasversale la danza, la performance e la video arte, lavora dal 2008 a una serie di video intitolata “Motholic Mobbles”, una riflessione su temi esistenziali attraverso l’esplorazione del movimento e dello spazio. Nelle sue performance, la Hugin cerca di comprendere quelle esperienze corporee che facciamo nei nostri sogni, non nel senso di voler narrare un sogno, ma piuttosto di indagare situazioni che si pongono al confine fra razionale e irrazionale.
I suoi video, in cui gioca un ruolo fondamentale, il registro dell’humour e l’utilizzo dell’estetica del genere horror, ricordano i film d’avanguardia di una pioniera del cinema, Maya Deren, che a metà del secolo scorso ha sperimentato combinazioni di film, coreografia e movimento con effetti surreali e molto personali. Angry boy / Happy Boy (Motholic Mobble parte 10) fa parte di questa serie di video performance surreali di Kaia Hugin. In questo breve video, vediamo il bambino dell’artista di appena dieci mesi - sospeso su un basamento, come un’opera d’arte vivente - che sembra dimostrare una forza fisica incredibile.
I video di Cristina Pavesi fanno riferimento alla storia dell'arte, ai generi classici del paesaggio e della natura morta, con l'aggiunta del senso di ciclicità inevitabile della vita. Il procedimento è filosofico, perché ricerca la conoscenza di se stessi e del mondo attraverso corte metafore visive, brevi riflessioni di pensiero del quale l'immagine si fa interprete. La natura morta costruita in studio si ricollega alla pittura antica. Questo genere era usato per esprimere al meglio il concetto di Vanitas. Così nelle sue video-nature morte rivive il genere esaltato dal fattore tempo e dal movimento, esprimendo così indeterminatezza e inquietudine. In questa nuova interpretazione emerge un senso di precarietà e di continua evoluzione del mutamento che contrastano l'aspirazione illusoria allo status quo tipica del genere della natura morta tradizionale.
Nel video in mostra CAN CAN vediamo un carillon, simbolo della spensieratezza dell’infanzia, che è preso a martellate finché non smette di suonare e non è completamente distrutto; il tutto sulle note del Don Giovanni di Mozart che invoca pietà. In “Ore 13” è l’ora di pranzo, una bambola sorridente e educatamente si appresta a consumare il suo pranzo fatto di piccoli soldatini. Metafora della guerra? Non solo, è l’inevitabile che con leggerezza sovrasta anche chi si sente forte e battagliero.

Muratcentoventidue-Artecontemporanea
Via G. Murat 122/b – Bari

Inaugurazione
Sabato 27 gennaio 2018, ore 19.00

Periodo
27 gennaio – 10 marzo 2018

Orario di apertura
dal martedì al sabato, dalle 17 alle 20
Info 3348714094 – 392.5985840
http://info@muratcentoventidue.com