sabato 17 maggio 2025

Rovers Malaj, velluto rosa

Velluto rosa, 80 x 100 cm, acrilico su tela, 2024

NAMI gallery è lieta di presentare la mostra personale di Rovers Malaj dal titolo velluto rosa, a cura di Massimiliano Maglione, che inaugurerà giovedì 22 Maggio alle ore 17, alla presenza dell' artista. 

Le opere in mostra di Rovers Malaj rappresentano attraverso un linguaggio pittorico fluido tutto ciò che ruota attorno alla storia, ritraendone i frammenti e le appendici che la caratterizzano , usando le sfumature e il rosa vellutato /velato che giocano a sublimare la realtà, epurandola e rendendola delicatamente malinconica. 

La leggerezza è solo apparente, i volti e i tratti sgrammaticati enfatizzano se stessi , in una veste onirica e mai marcata. Il risultato sono immagini rarefatte ma intrise di un immaginario potente che instaura un dialogo armonioso tra memoria, realtà e immaginazione.

L'artista si muove tra storia e fantasia con uno sguardo visionario, ironico al contempo, ma attento alla "luminosa" realtà, in una fusione con quell'immaginario privo di regole logiche, senza rigorosi modelli di riferimento. Se è vero che Rovers molto si concentra su frammenti di storia dimenticati, mescolando immagini storiche e invenzioni curiose del passato come nel dipinto Reparto speciale - dedicato ai piccioni viaggiatori e all’invenzione di Julius Neubronner - non tralascia però le espressioni più vere dell'amicizia partecipata e della condivisione come ad esempio in Bloody mary.

In questo delicato intreccio tra realtà e immaginazione, l'artista invita 'delicatamente' a riflettere sull’ingegno umano, sui valori , sulla possibilità di 'brevettare' sulla scia del passato nuovi congegni immaginari. Come Le Macchine di Munari –invenzioni tanto precise quanto impossibili, descritte e illustrate nei minimi particolari, che si ribellano all’obbligo di dover servire a qualcosa – osserviamo nei dipinti di Rovers atmosfere, espressioni, e atteggiamenti immaginari, deliberatamente complessi ma nati per eseguire operazioni semplici o sardonicamente trascurabili.

Mr Opening, così spavaldo e imponente, ritratto in Arriva Mr Opening, con disincanto fa da guida in questo percorso espositivo visionario, rosa e impalpabile

La mostra sarà visitabile fino al 19 giugno, su appuntamento.

BIOGRAFIA 
Nato in Albania e cresciuto in Italia, Rovers Malaj è un pittore residente a Bruxelles la cui pratica artistica si interroga sulla mediazione visiva e tecnologica della realtà. Dopo aver conseguito la laurea triennale e magistrale in Pittura all'Accademia di Belle Arti di Venezia, ha sviluppato un approccio distintivo che definisce "impressionismo digitale", in cui decostruisce immagini d'archivio di tecnologie obsolete. I suoi dipinti enfatizzano il contrasto cromatico e la definizione erosa, presentando visioni "iporealistiche" che confondono il confine tra passato e futuri speculativi. Le opere di Malaj esplorano la memoria, il fallimento e l'estetica sorpassata dell'innovazione, confrontandosi con le dimensioni assurde e malinconiche dell'obsolescenza tecnologica. I suoi progetti nel 2025 lo vedranno lavorare tra Napoli, il Giappone e Bruxelles.

NAMI gallery
Via Carlo Poerio 9 
80121 Napoli 
+39 371 186 6842
info@namigallery.com

mercoledì 14 maggio 2025

Alessandra Cecchini e Riccardo D’Avola-Corte. Dato un muro, che cosa succede dietro?

Riccardo D’Avola-Corte, Arabesco/uragano, vortice, soglia, 2025, spray painting, oil on canvas - I’ve never been/ I’m yours, ongoing series, 1: monstera dried flowers, polyurethane, spray paint, chains 2: agave dried leaves, polyurethane, spray painting, chains, photo by Francesco Leonardi

 



In corso da Struttura il duo-show di Alessandra Cecchini e Riccardo D’Avola-Corte, “Dato un muro, che cosa succede dietro?”*.

L’intervento proposto ha come riferimento imprescindibile l’Étant donnés di M. Duchamp così come alcuni dipinti, fotografie e dunque immagini nelle quali da piccoli dettagli di oggetti riflettenti si rivela una parte al di là del muro aprendo la superficie a nuovi spazi e a nuove possibilità.

La parete, concepita come elemento strumentale, funzionale di un avvenimento e dunque di un presente mutevole, dinamico e incerto. Il muoversi nello spazio è pensato come un muoversi dall’esterno verso l’interno, dal basso verso l’alto (e viceversa), senza mai poter essere certi di dove si è, di cosa si è visto. Ogni elemento in mostra è concepito come parte di una narrazione che non può essere ricondotta a una sola decodifica ma si fa esperienza allucinata di qualcosa che potenzialmente non appartiene al mondo fisico, tangibile. Gli elementi costitutivi che racchiudono o aprono lo spazio non sono intesi come superfici, quindi, ma come elementi architettonici essenziali, atti a contenere, racchiudere un’altra porzione di realtà (o una sua contraddizione), un interstizio tra mondi. Uno spazio che pretende di essere in connessione diretta con chi guarda, come uno scenario composto da potenziali indizi e ipotetiche trappole. Non vi è spiegazione univoca di cosa si è visto, di cosa sia realmente accaduto o delle interferenze inevitabili dell’immaginazione.

* Il titolo fa riferimento a una frase di Jean Tardieu, cit. in: G. Perec, Specie di Spazi, Bollati Boringhieri, 2018, Dodicesima ristampaDato un muro, stringere qualcosa tra le mani di Caterina Taurelli Salimbeni

Testo di Caterina Taurelli Salimbeni
Una stanza chiusa, una rampa di scale, un graffio sulla parete. La mostra di Alessandra Cecchini e Riccardo D’Avola-Corte si apre come una scena già accaduta. Un viaggio percettivo che si snoda attraverso una serie di indizi e che disseziona limiti e aspetti dell’attività umana più banale e assoluta: l’osservazione.

Il titolo è il primo indizio. Dato un muro, che cosa succede dietro? è una citazione di Jean Tardieu che campeggia in alto sulla pagina in cui George Perec in Specie di Spazi 1 scrive:

Metto un quadro su un muro. Poi dimentico che c’è un muro. Non so più che cosa c’è dietro il muro, non so più che c’è un muro, non so più che questo muro è un muro, non so più che cos’è un muro. Non so più che nel mio appartamento ci sono dei muri, e che se non ci fossero muri, non ci sarebbe l’appartamento. Il muro non è più ciò che delimita e definisce il luogo in cui vivo, ciò che lo separa dagli altri luoghi in cui gli altri vivono, non è più che un supporto per il quadro. Ma dimentico anche il quadro, non lo guardo più, non lo so guardare. 

Teniamolo un attimo da parte. L’ambiente è circoscritto da pareti incontaminate. La parete speculare all’ingresso, però, è stata violata: incisioni profonde e irregolari spezzano l’intonaco a opera di una zampa antropomorfa, prima presenza svelata. La rampa di scale adiacente ostacola la vista di una narrazione che lentamente prende corpo al piano di sopra. Lo spazio è dato, come il muro, come la porta di quercia che Marcel Duchamp realizzò al Philadelphia Art Museum nel 1969 per una delle sue opere più celebri: Étant donnés: 1. La chute d’eau, 2. Le gaz d’éclairage. Dopo qualche tempo, i curatori del museo furono costretti a indicare di osservare attraverso i fori realizzati nella porta, di fronte alla negligenza del pubblico che passava oltre senza sbirciare.

Cecchini e D’Avola-Corte giocano con la natura domestica dello spazio di Struttura, sovvertendo il rapporto tra pubblico e privato, interno ed esterno, collocando lo spettatore nella posizione dell’intruso che valica il confine della dimensione intima. Il corpo diventa visibile e ingombrante, e un automatismo insito nel desiderio di incedere oltre lo spinge lungo le scale. È in questo cortocircuito tra attrazione e repulsione che si costruisce l’architettura emotiva della mostra. La relazione tra Étant donnés e Dato un muro, che cosa succede dietro? non è solo un omaggio formale, ma una riflessione condivisa sul gesto del “dare” e sul modo in cui questo gesto interroga la percezione. In entrambe le opere, ciò che è dato non è mai interamente visibile, ma sempre parziale, condizionato, filtrato. Il dato non implica una piena disponibilità, ma piuttosto un’apertura enigmatica: qualcosa ci è offerto, ma nel momento stesso in cui si mostra, si sottrae. In questo caso è l’ambiente stesso ad agire come ostacolo e interstizio, mentre le opere si configurano come presenze sospese che contribuiscono narrativamente all’ambiguità di ciò che rappresentano.

Al piano superiore, una creatura dai tratti mostruosi giace su un tappeto di velluto che richiama, secondo un gioco linguistico delicato e ironico, la forma vegetale della Monstera. La ricerca di Alessandra Cecchini, incentrata sul rapporto tra identità e memoria e quella di Riccardo D’Avola-Corte, che si insinua nelle fenditure del reale tra sentire collettivo e intimità, si incontrano in questo contatto. Un’incomunicabilità tra mondi che nascono distanti e che momentaneamente coabitano. L’alterità prende forma nella mostruosità e nelle beautiful things wrapped in darkness, per dirla con David Lynch, altro riferimento esplicito del progetto. Pensiamo alla scena di Blue Velvet (1986) in cui Jeffrey nascosto nell’armadio, spia attraverso le due ante l’oggetto del suo desiderio e diventa testimone involontario di una delle sequenze più violente e disturbanti della storia del cinema. Ciò che si staglia all’altezza della nostra vista qui è altro. La narrazione espositiva culmina in un dipinto bicromo che galleggia nello spazio: la cornice rossa perimetra un viola profondo dal quale si stagliano pennellate curve, una spirale che sembra avere attratto, o forse originato, tutti gli elementi che compongono l’ambiente. Dal soffitto pendono due sculture dalla forma cangiante che riflettono lo stesso movimento rotatorio. Sul pavimento gli oggetti appaiono come svuotati della loro essenza e prosciugati, esoscheletri di creature primitive. Le mura dello spazio racchiudono un mistero. Di questa esperienza ciò che sopravvive è la percezione, mentre l’oggetto della vista resta incerto. Maurice Merleau-Ponty esprime perfettamente questa dinamica, ne La fenomenologia della percezione 2: Vedere significa entrare in un universo di esseri che si mostrano, ed essi non si mostrerebbero se non potessero essere nascosti gli uni dietro gli altri, o dietro a me.

L’oggetto si manifesta solo nell’orizzonte del possibile, nell’incontro con il corpo e lo sguardo che lo accoglie. In questo senso, l’intero impianto espositivo della mostra è una messa in scena fenomenologica: non si tratta di decifrare un significato nascosto, ma di abitare una soglia, un campo percettivo in cui ogni elemento è un dato sensibile che si completa solo nell’esperienza incarnata dello spettatore. È infatti il corpo, e non l’oggetto, a costituire la costante della percezione, il suo orizzonte latente. Il corpo è riconoscibile a sé stesso non da uno sguardo esterno, ma proprio grazie alla reversibilità della percezione: attraverso le “sensazioni doppie”, come quando una mano tocca l’altra e al tempo stesso si sente toccata, o quando le due gambe, le due braccia, si percepiscono in reciproca presenza.

La mostra si muove così tra più livelli semantici e linguaggi, non necessariamente contrapposti ma continuamente rimescolati: tra scultura, pittura e installazione, ma anche tra il piano della narrazione e della sua evocazione, tra ciò che è visibile e ciò che non lo è. I dati disseminati nello spazio, non raccontano, ma suggeriscono, sono indizi in attesa. Dato un muro, che cosa succede dietro? è visitabile da due persone alla volta. L’altro, ci permetterà di avere cognizione del proprio corpo, o meglio, della presenza del proprio corpo nello spazio. La mostra si compone infatti nella mente di chi osserva, come un’indagine senza soluzione o un sogno che resta addosso. E, un po’ come in Inception (2010) di Christopher Nolan, dove i personaggi che viaggiano nei sogni portano con sé un talismano per ancorarsi alla realtà, anche qui potrebbe essere utile stringere qualcosa tra le mani, e non perdere d’occhio il compagno o la compagna con cui si esplora il luogo. Forse è questo lo spazio generativo dell’immaginazione: ciò che non vediamo, ciò che supponiamo dietro un muro.

1 G. Perec, Specie di Spazi (1989), tr. It. R. Delbono, Bollati Boringhieri, Torino 2018.
2 M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione (1945), tr. it. A. Bonomi, Bompiani, Milano 2003.

Alessandra Cecchini (Rieti, 1990). Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Perugia e all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 2019 entra a far parte dell’artist-run space romano Spazio In Situ e dal 2020 è nella redazione di ISIT. La sua ricerca artistica prende avvio da riflessioni intorno ai concetti di identità e memoria e al rapporto di questi ultimi con l’immagine e le dinamiche attraverso le quali questa determina la nostra percezione del mondo. Quest’ultimo, frammentato e ricomposto, contrapposto e duale, appare come il territorio di incontro-scontro tra reale e virtuale, entro il quale l’artista ricerca degli elementi contraddittori e dei confini labili così come degli spazi di continuità.
Fra le ultime mostre: The Spanish Steps, a cura di Luca Caddia and Fulvio Chimento, in collaborazione con Ella Francesca Kilgallon e Carlotta Minarelli (Keats and Shelley House, Roma, 2025); Tsunami, a cura di Ludovica Tata (Liminal Space, Roma, 2025); Pit-stop (con un contributo di Cesare Pietroiusti, Spazio In Situ, Roma, 2025); The Voyage Out, a cura di Domenico De Chirico (A.MORE Gallery, Milano, 2024); Be the difference...with Art! (Museo Canova, Possagno, 2024); Name: Crungus Classification: unknown, a cura di Caterina Taurelli Salimbeni (Parentesi Tonde, Palermo, 2024); Just add water: something fishy (PrimaLinea Studio, Roma, 2024); Performa, a cura di Collettivo Ostiense (Università di Roma Tre, 2024); Solar Dogs, a cura di Caterina Taurelli Salimbeni (Spazio In Situ, 2023), Fotoelettrico, a cura di Davide Silvioli (duo show, MA PROJECT, Perugia, 2023), Mostra dei finalisti del Talent Prize 2022 (Museo delle Mura di Roma, 2022), Materia Nova, Nuove generazioni a confronto, a cura di Massimo Mininni (Galleria d’Arte Moderna di Roma, 2021), Contenere il cielo (Chippendale Studio, Milano, 2020).

Riccardo D’Avola a.k.a Riccardo D’Avola-Corte vive e lavora tra Roma dal 2021. Dal 2023 è parte di PrimaLinea Studio. Si è formato all’Accademia di belle arti di Brera, Milano sotto la guida di Gianni Caravaggio e Fabrizio Gazzarri. Ha esposto in vari spazi, gallerie e musei, tra cui, nel 2017, con il caffè internazionale di Palermo ha esposto al MAXXI per “the independent”. Nel 2019 ha realizzato la sua prima mostra personale negli Stati Uniti “You will never understand what your caresses leaving on me” curata da Ben Sang per Final Hot Desert (Bonneville Salt Flats, Utah, Stati Uniti) e per Hyperspace Lexicon volume 4 a cura di Nicholas Campbell (Los Angeles, California) nel 2021. Ha partecipato a Infinite-Scroll al TraumabarundKino di Berlino con I8I durante la Berlin Art Week 2021. Ha preso parte al progetto Falconer con il collettivo I8I. La ricerca di Riccardo D’Avola Corte si è articolata nel tempo su vari fronti ed immaginari, questi sempre in bilico tra un sentire comune e intimità. Il suo è uno sguardo diventato pratica che s’insedia nelle fenditure della realtà, nelle incomprensioni, nei conflitti, negli scontri, nelle tensioni di ciò che lo circonda e di ciò che vive. Incomprensioni, limiti, che diventano il punto di partenza per indagare, e comprendere ciò che emerge fino a trasfigurare tutto, senza mai alterarne l’essenza. Storie di residui che diventano arabeschi, storie di ripetizioni, ma soltanto per coglierne le differenze nella stratificazione del tempo. Velocità, erotismo, lentezza, profondità, coesistenza, tempo, naturale e artificiale, sono sempre state le fondamenta della sua pratica, le tracce su cui poter comparare e far scontrare i vari livelli di realtà, di presente che trasmigrano nel suo lavoro. L’idea è quella di voler costruire una visione senza immagine, di creare uno scavalcamento per superare “lo schermo” che si pone davanti al testimone dell’opera. Minare un equilibrio, ferirsi ed accarezzarsi con la pittura. Configurare un corpo nudo e tagliente, ma anche candido e sensuale, sempre in attesa di sfuggire o di sprofondare nel confine in cui noi tutti siamo.

Caterina Taurelli Salimbeni (Roma, 1992) è curatrice e scrittrice. La sua pratica si sviluppa attraverso progetti editoriali, mostre e programmi pubblici, concentrandosi sul potenziale narrativo del reale. È stata direttrice artistica di Manifattura Tabacchi a Firenze e ha collaborato con istituzioni a Parigi, Milano, Roma, Firenze, Cape Town e Venezia. Attualmente lavora presso il MACRO - Museo d’Arte Contemporanea di Roma.

Struttura esplora il divario tra realtà e rappresentazione, indagando come il mezzo — nella sua qualità sensibile e percettiva — influenzi e modifichi la comunicazione. L’interazione tra contenuto e forma, una ricerca sul modo in cui il mezzo stesso modula l’esperienza e il significato di ciò che trasmette.

Alessandra Cecchini e Riccardo D’Avola-Corte . Dato un muro, che cosa succede dietro?
con un testo Caterina Taurelli Salimbeni

La visione delle opere è prevista per un pubblico di due persone alla volta
visite su appuntamento
Struttura, piazza Santi Apostoli, 81-Roma

Oltre il linguaggio: dove le parole diventano luogo


Nel contesto del progetto espositivo “La Materia dei Luoghi Immaginari”, la galleria Sabato Angiero Arte ospita l’evento conclusivo “Oltre il linguaggio: dove le parole diventano luogo”, un incontro dove l’arte si fa ponte tra pensiero e percezione, tra visibile e immaginario.

L’iniziativa, che coinvolge artisti e pensatori, esplora la parola come strumento generativo, capace di costruire  spazi che non seguono le leggi della geometria, ma quelle dell’immaginazione e della mente. Al centro del progetto, la parola non è solo mezzo di comunicazione, ma diventa materia viva, essenza creativa e veicolo di trasformazione.

Tra i protagonisti dell’evento:
Giuseppe Caccavale, artista e poeta, presenta “Lettera ad un amico napoletano”, un'opera intima e poetica in cui la parola scritta diventa disegno, spazio e presenza. Il testo, affidato alle mani del destinatario, prende  forma sulle pareti, trasformandosi in tessitura emotiva che unisce distanza e prossimità.
Il filosofo Giuseppe Ferraro accompagna il pubblico in un viaggio attraverso il linguaggio, vissuto non solo come strumento, ma come energia creativa. Il suo intervento si propone come riflessione profonda sulla parola come esperienza e costruzione di senso, oltre i confini del linguaggio convenzionale.
I giovani artisti Fatima Benedetto, Simone Luciano e Nicola Zucaro, propongono una riflessione sul silenzio e sull’assenza di parole con l’opera “No More Words”, una scritta in nastro adesivo, un testo e un video che denunciano la saturazione del linguaggio contemporaneo, invitando a una pausa significativa e a un ascolto del non detto. Il fotografo Peppe Maisto, offre un atto di resistenza poetica con un lavoro che attraversa il buio dell’esperienza umana, illuminato solo dalla torcia testarda della speranza. Un frammento scritto nel silenzio di una soffitta diventa eco universale. Giuseppe Cerrone, infine, chiude la serata con il monologo “Tenere un cece in bocca”, un invito a riflettere sul potere del silenzio, spesso dimenticato in una società logorroica e rumorosa.

“Oltre il linguaggio” è un invito ad abitare luoghi immaginari dove la parola crea mondi, disegna distanze e accorcia le assenze. È uno spazio dove arte, filosofia e poesia si intrecciano per generare nuove visioni del reale.



“Oltre il linguaggio: dove le parole diventano luogo”
Ultimo appuntamento del ciclo espositivo “La Materia dei Luoghi Immaginari”
visitabile fino ad agosto 2025


Sabato Angiero Arte, Saviano (NA)
Via Padre Girolamo Russo,9 Saviano (NA)

Per informazioni stampa e contatti:
studiocomunicazioni@gmail.com
wwwsabatoangierosabatoarte.com

domenica 11 maggio 2025

RUMORE BIANCO di Michele Attianese

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In corso presso la galleria Centometriquadri Arte Contemporanea di Santa Maria Capua Vetere la nuova mostra personale di Michele Attianese, dal titolo Rumore Bianco, a cura di Rita Alessandra Fusco.

Un gradito ritorno, quello di Attianese, dopo qualche anno di pausa dalla scena espositiva, che riassume il punto di vista attuale dell’artista, la sua visione del mondo, attraverso il dialogo tra opere nuove e del passato. Trait d’union del suo discorso, la costante sperimentazione dei linguaggi e dei materiali, l’intreccio emotivo tra i pensieri piú intimi e la realtà circostante, racchiusa in una ricercata metafisica delle emozioni.


RUMORE BIANCO di Michele Attianese
a cura di Rita Alessandra Fusco
fino al 5 giugno 2025

Centometriquadri arte contemporanea
Via Carlo Sant'agata, 14
Santa Maria Capua Vetere (Ce)

Orari di apertura su appuntamento
Sergio Gioielli +39 339 438 7214
gioser2005@libero.it

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Segni Celesti. Cenci - Marinaccio

Franco Cenci                          Michele Marinaccio


Da tempo i lavori di Franco Cenci e Michele Marinaccio si muovono intorno al tema degli uccelli, creature celesti, misteriose e lontane. Capaci di vincere la gravità e librarsi nell’aria, ambizione frustrata dei primi uomini, vinti e puniti come Icaro per il loro patetico desiderio. Sono mitici gli uccelli e incantano per la leggerezza del volo, la soavità del canto e la perizia dei loro ricoveri. Nel progetto presentato a La_Linea l’essere animato si sottrae alla vista e ne documentano la presenza solo elementi del corpo e prodotti del loro fare: le piume dal geometrico ordito che Marinaccio raccoglie e ridisegna e i nidi, costruzioni pazienti e complesse, che Cenci reinventa.

I due artisti espongono lavori di piccole dimensioni, disegni e collage su supporto cartaceo e collage e due piccole opere plastiche dedicate a piume e nidi. 

Un testo poetico di Gabriella Pace, servito da ispirazione ai lavori di Franco Cenci e Michele Marinaccio, sarà presentato e letto nel corso dell’inaugurazione.

Segni Celesti. Cenci - Marinaccio
a cura di Francesca Tuscano
dal 14 al 31 maggio 2025

testo poetico di Gabriella Pace

La Linea arte contemporanea
di Virginia Carbonelli
via San Martino ai Monti, 46, Roma





giovedì 8 maggio 2025

Megalomanie di CANEMORTO


La Fondazione Nicola Del Roscio presenta “Megalomanie” di CANEMORTO, progetto multiforme a cura di Davide Pellicciari e Carlotta Spinelli che si articola in un incontro aperto al pubblico, seguito dalla proiezione del film “La ricerca dell’opera assoluta”, in programma mercoledì 16 aprile, dalle 18.30 nell’Aula Magna di ABA – Accademia di Belle Arti di Roma, e una mostra presso gli spazi della Fondazione Nicola Del Roscio, visitabile gratuitamente da venerdì 9 maggio a venerdì 18 luglio. 

CANEMORTO è un trio di artisti italiani anonimi, attivo dal 2007. Indossano maschere, parlano una lingua sconosciuta e venerano una divinità canina chiamata Txakurra che concede loro il potere di dipingere come un'unica entità. Il trio diffonde il messaggio di questo misterioso culto attraverso progetti “a sei mani” che spaziano tra i media più disparati.

“Megalomanie” prevede l'anteprima italiana del film scritto e interpretato da CANEMORTO, diretto da Marco Proserpio, con audio e musiche di Matteo Pansana, prodotto in occasione della personale del trio artistico al Centre d’Art Contemporain di Villa Arson a Nizza. Il lungometraggio cerca di svelare il mistero dell’Œuvre Absolue, un'opera capace di piacere al pubblico di tutto il mondo e di cui, secondo il trio, solo Pierre-Joseph Arson conosceva il segreto. Per scoprirlo, i tre artisti hanno esplorato gli angoli più oscuri della Villa, profanato tombe e spinto l'alchimia ai suoi limiti estremi.

La visione del film, che avrà luogo presso l'ABA-Accademia di Belle Arti di Roma-Aula Magna, sarà introdotta da un talk con gli artisti durante il quale saranno affiancati da Giulia Gaibisso, traduttrice specializzata nel loro enigmatico idioma.

Il programma prosegue con la mostra “Megalomanie” che, ancora una volta, trasforma gli spazi della Fondazione Nicola Del Roscio in un vero e proprio laboratorio, in cui gli artisti avranno sempre la possibilità di intervenire. “Megalomanie” racconta la realizzazione delle stampe calcografiche più grandi al mondo, nate con l'obiettivo di entrare nel Guinness World Record e include un nuovo cortometraggio che racconta il processo di ingresso nella prestigiosa competizione del Guinness World Record.

#ProjectRoom è un format di Fondazione Nicola del Roscio, nato nel 2019 di pari passo con lo spazio, che si è sviluppato autonomamente o in concomitanza di altre mostre, attraverso una serie di appuntamenti di durata variabile, dislocati nel tempo, che non vogliono seguire il tradizionale assetto di una programmazione specifica. In origine, l’attività allestitiva era circoscritta a un unico ambiente della Fondazione, oggi si svincola dall’idea di un luogo specifico, per configurarsi come possibilità per l’artista di scegliere la sua area di intervento, creando rimandi e interazioni del tutto inaspettate. #ProjectRoom è un luogo a sé, distinto dalle eventuali mostre in corso, autonomo per riflessioni dell’autore, ma in simbiosi con lo spirito e gli obiettivi della Fondazione stessa: la promozione dell’arte in tutte le sue forme espressive. Il format si pone l’obiettivo di uscire dalla propria sede per entrare direttamente in contatto con lo spettatore, occupando luoghi fisici anche esterni alla Fondazione.


BIOGRAFIA
CANEMORTO è un trio di artisti italiani anonimi, fondato nel 2007. Il loro lavoro si basa sulla messa in scena di una macrostoria surreale in continua evoluzione, nella quale i confini tra realtà e finzione si confondono indistintamente. Ogni progetto del trio rappresenta un nuovo capitolo dell’universo narrativo di CANEMORTO, i cui protagonisti sono tre artisti mascherati che parlano un idioma sconosciuto e venerano una divinità canina chiamata Txakurra; essi rappresentano tre alter ego grotteschi ed esuberanti, perennemente contesi tra il desiderio di affermarsi nel mondo dell’arte e il dovere di assecondare le bizzarre volontà del proprio spirito guida. Per alimentare questo racconto fittizio, il trio CANEMORTO mantiene un totale anonimato e appare in pubblico solo ed esclusivamente nei panni dei personaggi in maschera. Tutte le opere del trio vengono integralmente ideate e realizzate “a sei mani”, sfruttando i linguaggi più disparati per diramare la propria saga narrativa, senza distinzioni o gerarchie: pittura, scultura, video, performance, editoria, moda, musica... L’apparente assurdità della macrostoria consente al trio di esplorare le tematiche più varie con un approccio ironico, ludico e paradossale, favorendo lo sviluppo di un pensiero critico che, pur nella sua complessità, resta accessibile a un pubblico ampio e variegato,

CANEMORTO ha esposto il proprio lavoro in mostre personali presso MATTA - Gratin (New York), Villa Arson (Nizza), Palazzo Vizzani (Bologna), Museo TAM (Matera), Spazio C21 (Reggio Emilia), Centre Culturel Jean-Cocteau (Parigi), Litografia Bulla (Roma), Studio Cromie (Grottaglie), Viafarini (Milano). Ha partecipato a esposizioni collettive, performance e proiezioni in gallerie e istituzioni tra cui MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma), MARCA (Museo delle Arti di Catanzaro), Triennale (Milano), <rotor> Centre for Contemporary Art (Graz), American Academy (Roma), Museo Etnografico del Friuli (Udine), Palazzo Fazzari (Catanzaro), Galleria Tommaso Calabro (Venezia), Encore (Bruxelles), USF Verftet (Bergen), Above Second Gallery (Hong Kong), V9 Gallery (Varsavia), Urban Spree (Berlin) e FIFTY24MX Gallery (Città del Messico).

Si ringrazia: Galleria MATTA, Milano


CANEMORTO
“Megalomanie”
A cura di Davide Pellicciari e Carlotta Spinelli

Mostra “Megalomanie”: 9 maggio 2025 – 18 luglio 2025
Opening: venerdì 9 maggio, ore 18.00 – 20.00

Ingresso libero
INFORMAZIONI AL PUBBLICO
Fondazione Nicola Del Roscio 
Via Francesco Crispi, 18, 00187, Rome
Instagram – @FondazioneNicolaDelRoscio

Orari di apertura:
9 maggio – 18 luglio, 2025
Da lunedì a venerdì: 11.00 – 17.30
Chiuso: Sabato - Domenica
Ingresso libero

CONTATTI PER LA STAMPA:
PCM Studio di Paola C. Manfredi
Via Farini 70, 20159 Milano | www.paolamanfredi.com
Federica Farci, federica@paolamanfredi.com | tel. + 39 342 0515787



Peter Schuyff. Available light / Luce disponibile



La Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare presenta, inaugurando il 30 maggio alle ore 19 (fino al 30 settembre 2025), Available Light / Luce Disponibile, la prima mostra personale di Peter Schuyff in un’istituzione italiana, a cura di Michele Spinelli. Il titolo, che fa intuire un riferimento alla luce naturale in fotografia, riflette sul processo creativo di Schuyff: un’arte che si nutre della luce come materia pittorica, come contesto di produzione, spazio e tempo, in un equilibrio tra metodo e istinto. La mostra gode del contributo di BPPB – Banca Popolare di Puglia e Basilicata.

Nato nei Paesi Bassi nel 1958 e cresciuto in Canada, Peter Schuyff si afferma negli anni ’80 a New York, all’interno dell’East Village Art Scene, un ambiente artistico radicale che lo vede protagonista insieme a figure come Philip Taaffe, George Condo o Donald Baechler. Successivamente entra in contatto con il gruppo Neo-Geo, che riflette con una pungente ironia sul minimalismo e sull’arte concettuale. In quel periodo, Schuyff lavora allo Studio 54, vive nell’ iconico Chelsea Hotel e posa per Andy Warhol che lo coinvolge nella sua Factory e lo introduce al circolo di autori legati alla Pop Art; vive la stessa scena underground di Keith Haring, Grace Jones e Nan Goldin, con cui condivide l’energia artistica del periodo. Vicino alla pittura astratta e alla Optical Art, il suo lavoro si distingue per l’uso ipnotico e psichedelico della geometria e del colore, capace di generare vibrazioni visive e giochi percettivi che sfidano la staticità della tela.

La mostra alla Fondazione Pino Pascali è composta da circa cinquanta opere, molte delle quali di medio e grande formato, realizzate ad acrilico e ad olio su tela; altre, di più intimo formato, sono preziosissimi acquerelli su carta. I lavori provengono direttamente dalla raccolta personale dello studio dell’artista, mentre molte altre opere arrivano da collezioni pubbliche e private, alcune delle quali individuate sul territorio pugliese, a ulteriore testimonianza del legame con il sistema dell’arte, anche grazie a importanti collaborazioni con gallerie italiane del Sud, come quelle di Marilena Bonomo e Lucio Amelio. Il percorso espositivo non viene affrontato come una retrospettiva, ma piuttosto come una selezione curatoriale consapevole, che mette in relazione diversi cicli pittorici e momenti chiave della sua produzione: opere iconiche degli anni ’80, segnate da pattern labirintici e illusioni ottiche, e una particolare attenzione ai lavori più recenti (2020-2025), realizzati tra il suo storico studio di Amsterdam e la sua nuova casa/studio a Bari. La scelta di stabilirsi in Puglia segna un momento significativo nel suo percorso, testimoniando un’ulteriore fase di ricerca in cui il rapporto con la luce e lo spazio si fa ancora più essenziale.

Attraverso Available Light / Luce Disponibile si offre un viaggio visivo tra struttura e fluidità, tra ordine e casualità, confermando il valore di una pittura che non smette mai di interrogare lo sguardo, la fruizione e lo spazio che la circonda. È la luce che illumina senza discriminare, in un'eco esistenzialista che dialoga con L’Étranger di Camus. La mostra di Peter Schuyff esplora questa dimensione di inevitabilità e ambiguità: la luce esiste. Così, le sue opere si offrono come spazi di percezione aperti, dove l’ordine geometrico e la ripetizione non impongono una verità, ma suggeriscono possibilità di significato sempre nuove e individuali.

Con la mostra Available light / Luce disponibile prosegue, inoltre, il ciclo di esposizioni ad approfondimento tematico su un gruppo di artisti che hanno scelto la Puglia, la sua terra, la luce e il “rispecchiamento” nel mare come luogo di lavoro e ricerca, cominciato nel 2024 con la mostra About Her di Marco Neri, a cura di Giuseppe Teofilo

Contemporaneamente inaugurerà presso Exchiesetta, la piccola cappella di Santo Stefano nel centro storico di Polignano a Mare, spazio project, sempre visibile dall’esterno e in connessione con la città, Peter Schuyff -Painted Boxes, con le opere realizzate esclusivamente nella casa studio sul mare di Schuyff a Bari durante il difficile secondo lockdown per il Covid-19. A quel tempo, ogni materiale era stato utilizzato, e all’artista non è rimasto che dipingere, in un perverso gioco di allenamento alla pittura, le scatole che precedentemente avevano contenuto i materiali di lavoro. Il risultato sono decine di torri policrome che lo hanno avvolto teneramente durante le giornate che scorrevano sempre nello stesso modo.

Peter Schuyff (1958, Baarn, Paesi Bassi) è un pittore, scultore e musicista. È stato un membro di spicco del movimento Neo-Geo durante gli anni '80 a New York, esponendo presso la Pat Hearn Gallery (1983), la Gagosian Gallery (1985) e la Leo Castelli Gallery (1987). Nel 2017, Le Consortium di Digione ha presentato Has Been, una retrospettiva delle opere di Schuyff realizzate tra il 1981 e il 1989. Tra le sue mostre pubbliche più recenti si annoverano la Whitney Biennial di New York (2014), il New Museum of Contemporary Art di New York (2005) e l'Aldrich Museum of Contemporary Art di Ridgefield, Stati Uniti (1996). Le opere di Schuyff fanno parte delle collezioni permanenti del MOMA di New York, del MOCA di Los Angeles, del Metropolitan Museum of Art di New York e della Fisher Landau Foundation di New York. Schuyff vive e lavora tra Amsterdam, Paesi Bassi, e Bari, Italia.

Peter Schuyff. Available light / Luce disponibile
a cura di Michele Spinelli
inaugurazione: 30 maggio ore 19
fino al 30 settembre 2025

Orari: dal mercoledì alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20.
Biglietto: 8 €, salvo avente diritto a riduzioni

Fondazione Pino Pascali

Via Parco del Lauro, 119 Polignano a Mare
tel: +39 080 424 9534

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