domenica 9 febbraio 2020

SEBASTIÃO SALGADO Exodus. In cammino sulle strade delle migrazioni


Pistoia, Palazzo Buontalenti / Antico Palazzo dei Vescovi
8 febbraio – 14 giugno 2020
a cura di Lélia Wanick Salgado
Dall’8 febbraio al 14 giugno 2020 Fondazione Pistoia Musei in collaborazione con Pistoia – Dialoghi sull’uomo, festival di antropologia del contemporaneo, e Contrasto, casa editrice leader nella realizzazione di libri fotografici, presenta Exodus. In cammino sulle strade delle migrazioni, mostra personale del grande fotoreporter Sebastião Salgado.
La mostra, a cura di Lélia Wanick Salgado e composta da un corpus di 180 fotografie, racconta la storia del nostro tempo attraverso i momenti drammatici ed eroici di singoli individui. Per anni infatti il fotografo brasiliano ha documentato le migrazioni di massa restituendo con i suoi scatti la condizione esistenziale di milioni di uomini che sono stati capaci di spezzare i legami con le proprie radici, cercando loro stessi in un viaggio verso altri luoghi.
È ormai passata quasi una generazione da quando queste fotografie sono state esposte per la prima volta, eppure per molti aspetti il mondo che ritraggono non è cambiato.I profughi di oggi sono solo le vittime più visibili di un processo globale che dimostra quanto tutto ciò che accade sulla Terra sia collegato, dal crescente divario tra ricchi e poveri alla crescita demografica, dalla meccanizzazione dell’agricoltura alla distruzione dell’ambiente, dai cambiamenti climatici al fanatismo sfruttato a fini politici.
Exodus. In cammino sulle strade delle migrazioni racconta la condizione di profugo, l’istinto di sopravvivenza, i momenti di esodo, i disordini urbani e le tragedie di continenti ormai alla deriva, racconta la paura e la povertà così come la volontà, la dignità e il coraggio.
La mostra è realizzata da Fondazione Pistoia Musei in collaborazione con Pistoia – Dialoghi sull’uomo, Contrasto, Fondazione Caript e Comune di Pistoia e con il contributo della Camera di Commercio di Pistoia.
Sabato 8 febbraio – domenica 14 giugno 2020
Pistoia Palazzo Buontalenti, via de’ Rossi 7
Antico Palazzo dei Vescovi, piazza Duomo 3

Orari:
Dal giovedì alla domenica ore 10-18
Lunedì e martedì ore 10-14
Mercoledì chiuso

Info:

0573 974267

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Letizia Gatti

ZIPARTY | "Z.I.P. Zone Interdisciplinar Projects”, il progetto di innovazione urbana e sociale vincitore del Creative Living Lab del MIBACT



ZIPARTY
COMUNICATO STAMPA

Sabato 15 febbraio al GOS di Barletta, una giornata intera tra videoproiezioni, incontri pubblici, dj set, per tirare le somme di "Z.I.P. Zone Interdisciplinar Projects”, il progetto di innovazione urbana e sociale vincitore del Creative Living Lab del MIBACT
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Ci eravamo lasciati con queste domande: il termine “bellezza” ha un valore nelle politiche per le città? Il verde cittadino è un bene da tutelare e valorizzare al pari di un bene culturale? La street art è arte pubblica o decoro urbano?   Domande che riproponiamo il 15 febbraio per la giornata di sintesi del progetto “ZIPARTY - incontri, confronti, resoconti”, in due momenti dedicati sia alla rigenerazione urbana che alle pratiche artistiche e ricreative.

La mattina alle 11.00, presso il GOS/Distillerie Culturali di Barletta, con le scuole e alle ore 15.30 con i volontari e i cittadini per “La città Felice”, insieme a Cristina Pistoletto, pioniera degli orti urbani e nostra esperta, partiremo dallo spazio vivo che ZIP lascerà in eredità alla comunità che se n’è presa cura: l’orto-mezzaluna, nato come un’aiuola scuola, che oggi produce verdura biologica. Accanto, frutto dei laboratori di autocostruzione, si inaugureranno il semenzario e la compostiera, realizzati il 9 febbraio con l’aiuto di Antonio Corraro e Fabrizio Amicone, ortisti esperti; quindi si affronterà l’ipotesi delle arnie di città. L’iniziativa così articolata sarà un invito a farsi “seme” per il quartiere, grazie alla collaborazione di Bar.S.A. spa, ipotizzando nuove aiuole nel viale intitolato ad Alfredo Reichlin, da accudire all’esterno dal recinto del GOS.

Dalle ore 19.30, un rendez-vous per rivivere tutte le tappe di ZIP e i suoi protagonisti, con un focus sul progetto artistico “RESISTANT A STATE OF MIND” di Sergio Racanati e l’incontro con gli street artist, per chiudere con una festa collettiva, indirizzata ai target più giovani.

Il contributo che l’artista Sergio Racanati offrirà alla cittadinanza per “RESISTANT A STATE OF MIND” sarà una lecture sulla sua pratica artistica, in conversazione con Angelo Bianco della Fondazione Southeritage di Matera; contemporaneamente, sarà allestita una installazione ambientale, con testimonianze delle attività svolte, raccolte in due audio/video, definiti dall’artista “APPUNTI del laboratorio”. Per ZIP,  Sergio Racanati ha attivato la sua pratica legata all’incontro, al dialogo e all’avvicinarsi a tutte le dimensioni storiche-sociali-politiche cosiddette marginali, attraverso diverse modalità di ascolto ed empatia col territorio di Barletta. Una sorta di ritratti, percorsi tra antropologia, storia contemporanea e scienze sociali, che ha composto, scomposto, ricompattato e restituito alla città stessa. Un processo coerente con la propria ricerca, pervasa dall’interrogativo sulla responsabilità dell’artista e sulla necessità di costruire un legame sociale tra arte e comunità. La restituzione in forma di installazione audio/video sarà fruibile, come mostra aperta alla cittadinanza, dal 15 febbraio al 5 marzo, secondo gli orari di apertura osservati dal GOS.

A margine di questo momento centrale, ritorneremo sull’interrogativo “Quale mission per la Street Art?” con Niko Skolp e il Collettivo Wallness Club, Raffaele Fiorella, Rizek, Daniele Geniale, Alessando Suzzi, forti delle loro esperienze sul territorio; sarà possibile assistere alla proiezione in loop della video-performance ispirata a “L’Histoire des larmes” (2013) di Jan Fabre, a cura de La Compagnia delle Formiche/Teatro dei Borgia e “*Fuck in Lulu* performance per una massaia e due galline” (2012) di e con Sergio Recanati, opere realizzate entrambe in luoghi marginali della città.

Dopo le 22.00, il dj set di KINKI VON BERLINKI, che - tra sonorità pop sint, electro e grandi classici da dance floor - creerà atmosfere per una rigenerazione energetica, in un contesto che vedrà i ruderi dell’ex Distillleria rianimarsi di atmosfere psichedeliche.

Alle attività di chiusura del progetto prenderanno parte la responsabile scientifica Giusy Caroppo, il presidente di Eclettica e coordinatore dei laboratori di autocostruizone e di disegno Stefano Faccini, agli esperti delle attività: l’ingegnere e architetto del paesaggio Maria Cristina Petralla, Cristina Pistoletto, Sergio Racanati, Badr Fakhouri, Carla Masciandaro, Pasquale Pio Ferrara (Paky), Giusy Gissi, i referenti delle istituzioni e associazioni coinvolte, i partecipanti ai laboratori, con un invito a tutti i cittadini di Barletta.

"Z.I.P. Zone Interdisciplinar Projects” è progetto vincitore del Bando  CREATIVE LIVING LAB, intervento promosso e sostenuto dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea e Rigenerazione Urbana del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Turismo.

ECLETTICA_CULTURA DELL’ARTE
giusy gissi (segreteria organizzativa): m. 3294669092

giovedì 6 febbraio 2020

OMAGGIO A CHIARA FUMAI


A due anni dalla prematura scomparsa di Chiara Fumai (Roma 1978 – Bari 2017) la Regione Puglia e il Comune di Bari, insieme al Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Circuito del Contemporaneo con organizzazione dell’associazione culturale Dafna, rendono pubblico omaggio all’artista barese nel Teatro Margherita, dall’8 febbraio al 6 marzo 2020.

Una mostra molto attesa, che presenta la complessità del pensiero dell’artista e della sua opera nella formula dell’Omaggio a Chiara Fumai ideata da Anna Fresa e Paola Marino con la curatela di Antonella Marino e la consulenza scientifica di Francesco Urbano Ragazzi, direttore di The Church of Chiara Fumai, associazione presieduta da Liliana Chiari, madre dell’artista, che ne preserva l’opera.
Il pubblico omaggio di Bari a Chiara Fumai rende evidente l’attenzione delle istituzioni culturali pugliesi nel riconoscimento di un’eccellenza assoluta nel panorama dell’arte contemporanea.
Nella breve ma intensa carriera Chiara Fumai si è imposta all’attenzione del sistema dell’arte internazionale per il carattere innovativo della sua pratica performativa, che analizza il rapporto tra potere, linguaggio e sovversione attraversando con estrema libertà diversi saperi e ambiti disciplinari. Con una gamma di conoscenze ampissima: dalla musica sperimentale al femminismo radicale, dal pensiero anarchico a studi occultistici, tra teosofia, spiritismo, stregoneria.

Nelle sue azioni l’artista ha dato corpo e voce a numerose figure soprattutto femminili, personaggi ai margini del sistema patriarcale e appartenenti ai diversi ambiti della contro-cultura come fenomeni da baraccone, protagoniste da freak show di fine ‘800, medium, scrittrici, donne criminali.
Nel foyer sarà mostrato un compendio di questo particolare percorso artistico, dopo la Biennale di Venezia e prima della grande retrospettiva che dalla primavera 2020 partirà dal Centre d’Art Contemporain di Ginevra per un tour europeo, che in Italia farà tappa al Centro Pecci di Prato. Bari diventa così l’avamposto di questo momento di attenzione e riconoscimento internazionale. La mostra è stata appositamente disegnata per il Teatro Margherita, in un percorso espositivo immersivo ed esperienziale che propone un affondo nell'universo creativo dell'artista. Il teatro è popolato da una nuova iconografia femminista: figure paradigmatiche eppur marginalizzate della storia come Zalumma Agra, Eusapia Palladino, Annie Jones, Ulrike Meinhof, vengono portate alla ribalta sulla scena.
Lo spazio d’ingresso, totalmente oscurato, è trasfigurato dalla presenza monumentale della video performance Shut Up Actually Talk in cui Zalumma Agra, personaggio del Circo Barnum già evocato da Chiara Fumai nell’opera Moral Exhibition House (Kassel 2012), legge il Secondo Manifesto di Rivolta femminile “Io dico Io”, scritto da Carla Lonzi nel 1970. Al centro, sul pavimento, è collocato un grande sigillo con una stella a sette punte, simbolo di riconoscimento dell'artista per la prima volta esposto in una versione installativa. L’area sinistra del foyer accoglie invece la video-installazione The Book of Evil Spirits, presentata alla Contour Biennale nel 2016 (e vincitrice della VII edizione del Premio Fondazione VAF), dove Chiara Fumai riunisce in una seduta spiritica diverse figure incarnate nelle sue performance. Sul fondo del teatro torna poi in nuova versione l’installazione La donna delinquente, concepita proprio per il Teatro Margherita in occasione del Premio Lum nel 2011, che ha per protagonista la figura della medium di origini pugliesi Eusapia Palladino. Mentre nell’unica zona luminosa è ricostruita un’ambientazione inedita: The Church of Chiara Fumai, l’archivio che raccoglie quadri, manifesti, dischi, video, oggetti di scena, mobili appartenuti all’artista e riuniti a Bari presso la sede dell’omonima associazione. Tra i documenti esposti è presente un focus su Nicola Fumai, padre dell’artista recentemente scomparso. A lui è ispirata la serie di lavori Chiara Fumai Presents Nico Fumai, tema della sua prima apparizione pubblica alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino nel 2010.

NOTE BIOGRAFICHE/IL RAPPORTO CON BARI
Chiara Fumai ha vinto premi prestigiosi come il Premio Furla per l’Arte Contemporanea (2013) e il New York Prize (2017) e partecipato a numerose mostre all’estero e in Italia. Le sue performance sono state presentate in istituzioni importanti come la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, il Museion di Bolzano, la Fondazione Querini Stampalia a Venezia, David Roberts Foundation di Londra, Maison Rouge di Parigi, ISCP di New York. Nel 2011 ha partecipato alla XIII edizione di Documenta a Kassel, su invito della direttrice Carolyn Christov-Bakargiev, e nel 2019 alla 58° Biennale Arte di Venezia, tra i tre artisti scelti per il Padiglione Italia. Chiara Fumai ha vissuto a Bari sino al conseguimento del diploma liceale. Si è trasferita poi a Milano, dove si è laureata in architettura al Politecnico. Ha in seguito frequentato il XV Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti di Como e ha studiato Teoria dell'Arte al Dutch Art Institute di Arnhem. Nonostante i riscontri internazionali il legame dell’artista con Bari resta costante. A Bari hanno sempre vissuto i suoi genitori, la madre attrice Liliana Chiari, da cui sembra aver ereditato l’attitudine performativa, e il padre Nicola Fumai.
Nella sua città ha esposto per la prima volta nel 2010, con una performance nella vetrina di Palazzo Mincuzzi per la rassegna nazionale “Gemine Muse”. Nel 2011 ha partecipato alla II edizione del Premio Lum, dentro il Teatro Margherita. Nello stesso anno ha tenuto la personale Valerie Solanas non è nata ieri presso la galleria Murat centoventidue.
La ricerca complessa e originale di Chiara Fumai ha però tanti aspetti ancora da approfondire. Al fine di tutelarla The Church of Chiara Fumai, diretta da Francesco Urbano Ragazzi, ha riunito e catalogato tutti i materiali per la costituzione di un archivio che è in parte custodito dal CRRI – Centro di Ricerca Castello di Rivoli. La mostra barese, oltre a costituire un primo e doveroso riconoscimento alla talentuosa artista nella sua città, segna dunque un primo e necessario momento di approfondimento e di riflessione sulla sua significativa e originale ricerca visiva.

INFO
Teatro Margherita - Piazza IV Novembre, 70122 Bari
Aperto tutti i giorni dalle 10.30 alle 21.30. Chiuso il 23 febbraio - Ingresso libero

REFERENTE PER LA DIDATTICA
Virginia G.I.Magoga, UniBa virginia.magoga@gmail.com

UFFICIO STAMPA
MANUAL comunicazione informazione immaginazione
T.3393449512 paola.manual@gmail.com

ALLESTIMENTI Romano Exhibit
SPONSOR TECNICO Storm events
PROGETTO GRAFICO Giulia Bellipario

SPONSOR GVM Care&Research

OMAGGIO A CHIARA FUMAI
Bari - Teatro Margherita
8 febbraio - 6 marzo 2020
Inaugurazione: 8 febbraio ore 18.30

A cura di: Antonella Marino e The Church of Chiara Fumai
Direzione progetto: Anna Fresa - Paola Marino
In collaborazione con: DAFNA Napoli





mercoledì 5 febbraio 2020

SCULPTURAL TRAINING

Joseph Beuys, The sense of hearing, 1974, fotolitografia, 23,5 x 30 cm


L’idea di indagare una concezione di scultura in termini più ampi e complessi di quelli che la semplice produzione di un manufatto tridimensionale presuppone è alla base di questo primo progetto espositivo che il Museo Temporale Navile propone per il 2020. Lo stesso museo, fin dal principio delle sue attività, è stato concepito come una forma scultorea e più in generale come un’opera d’arte immateriale. Da questo punto di vista non è un caso che gli ideatori del museo siano due artisti. 

Quella di allargare i confini tradizionalmente intesi dell’opera d’arte e della sua funzione nella società, è uno dei centri di interessi di mtn, insieme alla messa a punto di una nuova idea di museo d’arte contemporanea. La necessità di volere uscire dal campo specialistico dell’arte per intrecciarla all’intero percorso evolutivo della società è il primo parametro con cui gli artisti della mostra “Sculptural Training” si sono confrontati, sviluppando quanto Joseph Beuys, a sua volta ispirato dal pensiero antroposofico di Rudolf Steiner, negli anni 70 poneva come base della cosiddetta scultura sociale. 

L’addestramento cui fa riferimento il titolo della mostra è legato all’esercitasi nel mettere a punto un tipo di pensiero di natura scultorea, perché capace di disincantare il mutismo della fredda materialità terrestre, investendola di forza calorica. Così l’oggetto dell’attività scultorea non è più, o non solo, la creazione di manufatti, bensì l’intero ordine del reale. 

I percorsi creativi in mostra sono frutto di questa rinnovata vitalità, di un nuovo rapporto stabilito con la realtà che, superate la parzialità di concezioni astratte ed equivoche, viene sperimentata come il risultato di tutte le attività di pensiero degli esseri umani. Ogni artista più che un’opera presenta un percorso conoscitivo e, insieme a questo, offre alcuni strumenti a cui tutti possono accedere, e in seguito utilizzare, per agire plasticamente sul rapporto enigmatico tra l’essere umano e il mondo nel quale è inserito. Fotografia, video, performance, installazione, incontri pubblici sono i dispositivi utilizzati in questo progetto per esplorare la pratica del pensiero scultoreo. La partecipazione attiva del “pubblico” è essenziale per il funzionamento del processo creativo. Un documentario racconterà tutte le fasi di “Sculptural Training”.

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SCULPTURAL TRAINING
Alcuni appunti sul progetto espositivo di Marcello Tedesco

Il pensiero scultoreo
La base del pensiero scultoreo, di cui questa mostra è espressione, consiste nel distinguere il Pensiero come forza vitale dai contenuti che questa forza può o meno ospitare. Come dire che i pensieri non sono affatto il Pensiero, così come i vestiti che qualcuno indossa non sono di fatto quella persona. Esercitarsi in questa distinzione permette di conoscere l’energia pre-dialettica inerente al Pensiero, che diventa dunque una vera e propria forza in grado di agire e determinare plasticamente la realtà. In quest’ottica, la scultura oggi non è solo la capacità di creare dei manufatti tridimensionali, bensì l’avere addestrato e dinamicizzato il Pensiero fino a farlo diventare una forza creativa in rapporto alla realtà. Oggi intravediamo la necessità di considerare il processo creativo come un fatto a cui tutti indistintamente sono chiamati.

La materia, dissolto l’enigma della mineralità, è il tempo
La scultura, così come la vita degli uomini, sembra essere avvinta fatalmente alla densità muta della mineralità. Il labirinto della materia sembra davvero impenetrabile e tuttavia ci si aspetta dal suo mutismo una qualche direzione e orientamento. L’uomo che usa il pensiero scultoreo inverte questo rapporto, investendo la fredda mineralità di quella forza calorica, vale a dire di vita, con la quale la densità spaziale della materia si dissolve in una ampia e salutare dimensione temporale, una sconosciuta durata musicale inerente all’interiorità dell’uomo. Un esempio di questo processo può essere tratto dal mondo naturale: il nero carbone investito da calore e pressione millenaria si metamorfizza in diamante, manifestazione stessa del tempo e superamento della densità materica.

Pensiero scultoreo e cultura
Così come si tende a identificare, erroneamente, gli abiti che qualcuno indossa con la persona stessa, così anche si è progressivamente affermata la credenza che la discorsività culturale coincida con la creazione artistica. Con cultura si intende neutralmente identificare quanto è stato in qualche modo già codificato, e in una qualche misura si pone come fenomeno irreversibile. Intuitivo è il comprendere la profonda stasi che un tale fatto comporta. Anche se potrebbe risultare molto radicale da sostenere, tuttavia in questa ottica la cultura è una forza anti-creativa. Si rischia, senza accorgersene, di avere una poderosa quanto effimera attività culturale, senza di fatto averne nessuna creativa, ovvero dinamica, allineata con l’attuale processo evolutivo dell’essere umano. Il pensiero scultoreo si pone diversamente in un territorio sconosciuto, inesplorato: dalla zona celebrale si è coscientemente spostato in quella ritmica, cardiaca. E da qui ha imparato a disincantare con forza le superstizioni, mascherate di adamantina oggettività, del pensiero dialettico/speculativo. Ottenendo così una profonda intuizione di ciò che è possibile ma tuttavia ancora irrealizzato. Il pensiero scultoreo sente che l’uomo non è veramente ancora mai stato e da qui parte per le sue esplorazioni.

Le forze scultoree del pensiero: immaginazione, ispirazione, intuizione
Uscendo dall’ingenuo realismo di un pensiero avvinto alla mineralità, si incontrano tre forze capaci di ridestare il pensiero alla sua attività principale: la creazione. Immaginazione, ispirazione e intuizione sono i fondamenti che permettono la nascita di una nuova teoria della conoscenza basata sui parametri di una riconquistata libertà, ovvero di un nuovo e bilanciato rapporto tra l’uomo e la realtà che, per il momento inconsciamente, egli crea.

Infine l’umorismo
Nell’ottica di lavorare con delle forze vive e non con delle esangui astrazioni, la funzione dell’umorismo è fondamentale per riportare ad azione ritmica quanto si è necroticamente irrigidito sino a divenire luogo comune privo di contenuto. L’esercizio e l’addestramento all’umorismo permette di afferrare e metamorfizzare la tetraggine delle forze anti scultoree. Umoristico è scolpire il muto blocco di marmo, sottraendo da esso tutto ciò che è in eccesso, che blocca l’attività ritmica, che occulta la verità, la quale, come è noto, ama ridere.


SCULPTURAL TRAINING
MTN I MUSEO TEMPORANEO NAVILE
via John Cage 11/a-13/a, Bologna

JOSEPH BEUYS | DOMENICO BRANCALE | DANIELE D’ACQUISTO | NICCOLÒ MORGAN GANDOLFI ALBERTO SCODRO | MARCELLO TEDESCO | MOE YOSHIDA

Fino al 7 marzo 2020
Orari: martedì, giovedì, sabato dalle 15 alle 19 o su appuntamento

pubblica: 

Dancing at the Edge of the World


‘...when women speak truly, they speak subversively -- they can't help it: if you're underneath, if you're kept down, you break out, you subvert. We are volcanoes. When we women offer our experience as our truth, as human truth, all the maps change. There are new mountains’.
- Ursula K. Le Guin [Bryn Mawr Commencement Address (1986) in Dancing at the Edge of the World (1989)]

To make a new world you start with an old one, certainly.
To find a world, maybe you have to have lost one. Maybe you have to be lost. This dance of renewal, the dance that made the world, was always danced here at the edge of things, on the brink, on the foggy coast.
- Ursula K. Le Guin [World-Making (1981) in Dancing at the Edge of the World (1989)]


Prendendo in prestito il titolo dalla raccolta di saggi di Ursula K. Le Guin del 1989, Dancing at the Edge of the World, questa mostra collettiva mette in scena un mondo futuristico e alternativo in cui l'umanità parla attraverso quella che Le Guin chiama la "lingua madre", ovvero un linguaggio che incoraggia le relazioni , le connessioni e gli scambi, al posto di una "lingua paterna" biforcuta – ossia il linguaggio del potere parlato dall’ “Uomo Civilizzato” che guarda al resto della società da un’ottica dicotomica contesa tra termini oppositivi come soggetto / oggetto, sé / altro, maschio / femmina, mente / corpo, attivo / passivo, Uomo / Natura, dominante / sottomesso. La mostra stessa sarà un centro di attività femminista sovversiva in cui il corpo – fatto di carne, spesso permeabile e talvolta desideroso - è onnipresente ma mai separato dalla mente. Le artiste in questa mostra invadono la propria privacy per esplorare l'incarnazione e la rappresentazione attraverso una strategia anarchica e auto-realizzante di legittimazione. Ci saranno opere d'arte che possiedono una sensazione eruttiva in grado di riecheggiare gli universi dei romanzi di Le Guin, desiderosi di un'utopia femminista o non binaria - una sorta di nuovo universalismo, privo di disuguaglianze, dominio e sfruttamento e pieno di piacere femminile. Al centro di questa mostra, alla stregua di un 'disegno nello spazio', ci sarà un letto a baldacchino di grandi dimensioni, completo di corona regale, realizzato da Charlotte Colbert, che verrà “attivato” durante le performance di mercoledì 26 febbraio 2020. Florence Peake ed Eve Stainton si esibiranno in un duetto esplosivo, impiegando l'intimità della loro relazione poliamorosa lesbica per elevare l'affetto, la sessualità, il potere e l'energia marginalizzati di un corpo queer sensuale e viscerale. Lo sfondo di questo spazio performativo sarà un gigantesco murale prodotto appositamente per la mostra da Saelia Aparicio. Un'altra performance si svolgerà nella serata di apertura quando Proudick (duo di artiste e impresa artistica collaborativa fondata da Lindsey Mendick e Paloma Proudfoot) si trasformeranno nelle commesse di un negozio di scarpe di design - paradiso per eccellenza cui aspira il desiderio femminile. In questa mostra, per citare Le Guin un'ultima volta, queste dieci artiste "ballano [] ... al limite delle cose" per liberare il vecchio mondo dalla sua tendenza populista e patriarcale, che persiste nell'oppressione e nell’esclusione delle alterità, di quegli esseri umani che si trovano al di fuori di un ristretto gruppo demografico che si identifica con il potere e il genio, per costruire invece un nuovo mondo in cui le comunità emarginate non sono sempre sul punto di divenire, ma sono diventate comunità di individui pienamente realizzati, con tutti i diritti e i privilegi dell' “Uomo Civilizzato”.

Biografie delle artiste
Saelia Aparicio (1982, Spagna) è un'artista spagnola con base a Londra che ha completato il suo Master in Scultura presso il Royal College of Art nel 2015. Il suo lavoro multidisciplinare si basa sul concetto di organico, stabilendo analogie tra meccanismi corporei e sociali. Il corpo è una fonte malleabile di meraviglia e orrore nella pratica di Aparacio, che spazia dai dipinti murali su larga scala alle sculture che spesso presentano oggetti, trovati e modificati, e vetro soffiato. L'umorismo e un’estetica ispirata ai fumetti e ai cartoni animati contraddicono la preoccupazione per l'impatto fisico della vita quotidiana, dell'ambiente, del male e dell'età. Nel 2019, Aparicio ha vinto Generaciones 2019, uno dei premi più prestigiosi per artisti emergenti in Europa, ed è stata incaricata dalla Serpentine Gallery di realizzare il film "Green Shoots" per il simposio e progetto di ricerca General Ecology, dal titolo ‘The Shape of a Circle in the Mind of a Fish with Plants’ a Londra. Tra le mostre personali: ‘Protesis para invertebrados’, La Casa Encendida, Madrid, Spagna (2019); ‘Smudging Gooey Airs’, Sarabande Foundation, Londra (2018); ‘Cadena Atrofica’, Murcia, Spagna in collaborazione con il designer Attua Aparicio di Silo Studio (2018); ‘Your Consequences Have Actions’, The Tetley, Leeds (2017); ‘Peaks & Troughs’, TURF Projects, Londra (2017); ‘Burning With Joy’, ASC Gallery, Londra (2016); e ‘Espeleologia epidermica’, Domus Artium, Salamanca, Spagna (2015). Tra le collettive: ‘Retour Sur Mulholland Drive’ (curate da Nicolas Bourriaud), La Panacée, Montpellier, Francia (2017); ‘Bloomberg New Contemporaries’, The Bluecoat, Liverpool, and The ICA, Londra (2016), e ‘A Mysterical Day’ (curata da Tai Shani), Serpentine Gallery public programme, Londra (2016). Aparicio ha partecipato alle seguenti residenze: FIBRA Platform, Messico (2019); The Bluecoat, Liverpool, UK (2019); New Contemporaries Studio Bursary with Sarabande: The Lee Alexander Mcqueen Foundation (2017); Sema Nanji Residency, Seoul Museum of Art, Sud Corea (2016); Salzamt Aterlierhaus, Linz, Austria (2014); e Joan Miró Foundation, Palma de Mallorca, Spagna (2012).

Charlotte Colbert (1985, New York, USA) è un'artista multimediale di origine franco-britannica che vive e lavora a Londra. Ha completato il suo MFA alla London Film School nel 2009. Linguaggio, psicoanalisi e costruzioni sociopolitiche di genere e identità sono al centro della pratica di Colbert. La recente serie di ceramiche prosegue il suo gioco con l'inversione e la sovversione di interno ed esterno. Le funzioni corporee e gli organi riproduttivi vengono reimmaginati attraverso piccole sculture in ceramica laccata e floccata rosa raffiguranti cellule virali, seni e stomaci. Tra le mostre personali: ‘Guests: A Day at Home’, V&A Museum of Childhood, Londra (2018); ‘Ordinary Madness’, Gazelli Art House, Londra (2016) e ‘In and Out of Space’ (una commissione pubblica al 90 Piccadilly) Londra (2015). Tra le collettive:‘Fibra Residency Show’, Von Goetz Art, Londra (2019); ‘Mademoiselle (37 Women Artists)’, CRAC Centre Regional d Art Contemporain Occitanie, Sete, Francia (2018); ‘From Selfie to SelfExpression’, Saatchi Gallery, Londra (2017) e ‘Daydreaming with Stanley Kubrick’ (curate da James Lavelle e James Putnam), Somerset House, Londra, (2016). Colbert ha tenuto presentazioni ad Art Basel Hong Kong, alla Istanbul Art Fair, ad Art Basel Miami e Photo London.

Monika Grabuschnigg (1987, Austria) è una scultrice e artista multimediale con sede a Berlino che ha completato il suo Master in Belle Arti all'Accademia di Belle Arti di Vienna e ha studiato come exchange student all'Accademia di Belle Arti e Design di Bezalel a Gerusalemme e a Santiago all'Universidad Católica de Chile. Impiegando l'argilla come mezzo principale, Grabuschnigg si concentra nella sua pratica artistica sulla sensazione di accelerazione prodotta da un ambiente alienante sempre più crescente, vettore di ansia e mercificato. Il suo lavoro indaga, frammenta e riassembla fenomeni culturali di vario tipo: i simboli (tecnologici) vengono distorti e ricostruiti in nuove narrazioni, l'evidenza della ricerca di un'epistemologia in un mondo contemporaneo in cui i nostri desideri fisici e le nostre convinzioni guida sono diretti e dettati da algoritmi maligni. Nel 2018, Grabuschnigg ha vinto il Berlin Art Prize e, nel 2016, ha ricevuto lo Young Artist Award dal governo federale del Vorarlberg in Austria. Tra le recenti personali si ricordano quella presso Studioraum 45 cbm - Staatliche Kunsthalle Baden-Baden, Germania (2019); quella alla REITER Galerie, Leipzig, Germania (2019) e presso Carbon12, Dubai, UAE (2018). Tra le collettive, Grabuschnigg ha di recente partecipato a ‘The Garden Bridge’, Brücke Museum, Berlino, Germania (2019); ‘Nightshades’, Polansky Gallery, Brno, Repubblica Ceca (2019); ‘Berlin Art Prize Nominees Exhibition’, The Shelf, Berlino (2018); ‘What satisfaction could you possibly have’, Carbon12, Dubai (2018); ‘A Strong Desire’, PS120, Berlino (2018); e ‘Haptic House’, Horse and Pony Fine Arts, Berlino (2018).

Zsófia Keresztes (1985, Budapest, Ungheria) è un'artista con sede a Budapest che ha completato i suoi studi di belle arti nel 2010 presso l'Università ungherese di Belle Arti di Budapest. Realizza sculture che speculano su come il mondo reale si estenda alla virtualità, seguendo sia una comprensione tecnologica che una comprensione della virtualità mutuata da Marcel Proust: la memoria come "reale ma non attuale, ideale ma non astratta". Keresztes tratta il virtuale come qualcosa che è "come se" fosse reale, stabilendo teorie del gioco e scenari ipotetici su come si incarna l'infestazione digitale, come algoritmi e avatar digitali si manifestano nel mondo e cannibalizzano sensazione e percezione. Tra le personali e bi-personali si ricordano quella presso Gianni Manhattan, Vienna (2018); presso Karlin Studios, Prague (2018); presso Prague City Gallery, Prague (con Anna Hulačová) (2018); e presso Labor, Budapest (2016). Tra le recenti collettive: 15th Lyon Biennale, Lyon, Francia (2019); ‘Stone Telling’, Kunstraum Niederösterreich, Vienna, Austria (2019); ‘Love Data’, 16th Alios Biennale, La Teste de Buch, Francia (2019); ‘Liquid Bodies’, Philara Collection, Düsseldorf, Germania (2019); ‘Streamlines of the Jungle’, MAGMA, Sf. Gheorge, Romania (2019); ‘Sunbaked Thirst with Love’, ENA Viewing Space, Budapest (2019); ‘Orient’, Galeria Bunkier Sztuki, Cracovia, Polonia (2018); ‘Jutro’, Castor Projects, Londra (2018); ‘Orient, Kim?’, Riga, Latvia (2018); ‘Somewhere in between’, BOZAR, Brussels (2018); ‘Haptic House’, Horse and Pony, Berlino (2018); ‘Abstract Hungary’, Künstlerhaus- Halle für Kunst und Medien, Graz (2017); ‘Endless Backup’, Futurdome, Milano (2017); ‘Textour’, Künstlerforum, Bonn (2017).

Alexi Marshall (1995, Londra, Regno Unito) è un'artista londinese che si è laureata alla Slade School of Art nel 2018. Lavora con la stampa, il tessuto, il disegno e il ricamo, affrontando temi legati alla spiritualità, alla sessualità e alla femminilità. La stampa Linocut è un mezzo ricorrente nella pratica di Marshall. Le sue stampe e i suoi disegni trasmettono un’idea di temporalità, mentre linee, corpi e mondi si mescolano l'uno nell'altro per creare tableaux teatrali e giochi morali, popolati da santi e peccatori. Un certo tipo di violenza viene proiettato nel momento in cui le immagini vengono graffiate e scolpite mediante intagli dettagliati e intensi. Marshall ha esibito il suo lavoro in una personale alla Public Gallery di Londra nel 2019 e in alcune mostre collettive tra cui: ‘We Always Dance Here’, Flatland Projects, Hastings, UK (2019); ‘Pareidolia’, Space Station Gallery and Daniel Benjamin Gallery, Londra (2019); ‘Inaugural Exhibition’, Guts Gallery, Londra (2019); ‘Young Gods’, Charlie Smith, Londra (2019); ‘Figurative NOW’, Daniel Benjamin Gallery, Londra (2018); e Bloomberg New Contemporaries 2018, Liverpool John Moores University, Liverpool and South London Gallery, Londra (2018).

Lindsey Mendick (1987, Londra, Regno Unito) è un'artista londinese che ha conseguito un Master in Scultura al Royal College of Art di Londra nel 2017. La pratica di Mendick si basa sulla sua abile opera in ceramica, che l’artista descrive come attraente per via della sua natura tattile e per il desiderio che suscita di essere manipolata dal produttore. La sua pratica è autobiografica ed abbraccia inoltre la pittura su striscioni, il cucito, la lavorazione dei metalli, la produzione di mobili e il suono. Combinando giocosamente l'iconografia della cultura bassa e i metodi di costruzione della cultura alta, Mendick crea installazioni umoristicamente decadenti ed elaborate che consentono allo spettatore di esplorare la propria storia personale in modo catartico. Oltre alla sua pratica scultorea solista, Mendick è co-fondatrice della piattaforma Proudick, che è allo stesso tempo una collettività di artisti, uno spazio di progetto e un luogo per lo scambio di idee e l'apprendimento della ceramica. Recenti mostre personali e come duo artistico includono: ‘Regrets, I’ve Had a Few’, SPACE, Ilford, Regno Unito (2019-2020); ‘Of all the things I’ve lost’ (con Paloma Proudfoot), Ballon Rouge Club, Bruxelles (2019); ‘The Ex Files’, Castor Projects, Londra (2019); ‘The Turnpike Pottery’, The Turnpike, Leigh (2018); ‘Perfectly Ripe’, collezione Zabludowicz, Londra (2018); ‘PROUDICK’ (con Paloma Proudfoot), Hannah Barry Gallery, Londra (2018); ‘Jamie Fitzpatrick and Lindsey Mendick’, Vitrine, Basilea (2018); e ‘She’s Really Nice When You Get To Know Her’, Visual Arts Center, Austin, Texas (2016). Le mostre collettive selezionate includono: ‘Survey’, Jerwood Space, Londra (2018); ‘Something Else’, Triumph Gallery, Mosca (2018); ‘Rhapsodies’, Ping Pong, Bruxelles (2018); ‘If You Can’t Stand the Heat’, Roaming Projects, Londra (2018); ‘Flipside’, Fold Gallery, Londra (2018); ‘You See Me Like a UFO’, Marcelle Joseph Projects, Ascot (2017); ‘Herland’, Bosse & Baum, Londra (2017); ‘In Dark Times’, Castlefield Gallery, Manchester (2017); ‘You Were High When I Was Doomed’, IMT Gallery, Londra (2017); e ‘Sell Yourself’, Patrick Studios, Leeds (2017).

Florence Peake è un'artista londinese che lavora dal 1995. La sua pratica di performance si basa su disegno, pittura e scultura combinati con oggetti trovati e fabbricati messi in relazione con il corpo in movimento. Sito e pubblico, testo dal vivo e registrato, arguzia e candore sono le chiavi del suo lavoro, che è stato presentato a livello internazionale e in tutto il Regno Unito. Ha ricevuto il Jerwood Choreographic Research Award nel 2016 e realizza lavori di performance da solista e di gruppo intrecciati con una vasta pratica di arti visive. Una selezione di mostre recenti include: ‘Apparition Apparition’ (con Eve Stainton) in ‘Meetings on Art’, 58° Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia (2019); ‘Empathy Hole’, Bosse and Baum, Londra (2019); ‘RITE: On This Pliant Body We Slip Our Wow!’, De La Warr Pavilion, Bexhill on Sea, Regno Unito (2018); ‘DO DISTURB Festival’, Palais de Tokyo, Parigi, Francia (2018); ‘Andromedan Sad Girl’ (una mostra collaborativa con Tai Shani), Wysing Arts Centre, Cambridge, Regno Unito (2017), ‘RITE’, Studio Leigh, Londra (2017), ‘We perform I am in love with my body’, Bosse and Baum, Londra (2017); ‘Walled Gardens in an Insane Eden’, Sara Zanin Gallery, Roma (2017); ‘The Keeners’, SPACE, Londra (2016); ‘Voicings’, Serpentine Gallery Offsite Project, Londra (2016); ‘Lay me down’, NoTT Dance Festival, Nottingham, Regno Unito e Modern Art Oxford, Oxford, Regno Unito (2015); ‘Swell the Thickening Surface of’, Hayward Gallery, Londra (2014); ‘MAKE’, BALTIC, Gateshead, Regno Unito (2013) e Yorkshire Sculpture Park, Yorkshire, Regno Unito (2012); ‘REMAKE’, Baltic 39, Gateshead, Regno Unito (2012) e Lanchester Gallery, Coventry, Regno Unito (2012); e ‘Paper Portraits’, National Portrait Gallery, Londra (2010).

Paloma Proudfoot (1992, Londra, Regno Unito) è un artista londinese che ha conseguito un Master in Scultura al Royal College of Art di Londra nel 2017 dopo aver studiato all'Edinburgh College of Art. La pratica di Proudfoot include una varietà di media, che vanno dalla scultura alla performance. Tessuto e materia organica, come l'argilla, sono materiali comuni che compaiono nel suo corpus di lavori, apparentemente giocosi ma che allo stesso tempo riflettono e approfondiscono argomenti contemporanei propri della sua generazione. Oltre alla pratica scultorea solista, Proudfoot è condirettore del gruppo performativo Stasis e co-fondatore della piattaforma Proudick, che è contemporaneamente un collettivo di artisti, uno spazio di progetto e un luogo per lo scambio di idee e l'apprendimento della ceramica. Le mostre personali e come duo artistico includono: ‘CURING’, Sans Titre, Parigi (2019); ‘A History of Scissors’, Soy Capitan, Berlino (2019); ‘A Quick Descent’ Art Berlin Fair con Soy Capitan, Berlino (2018); ‘The Detachable Head Serves as a Cup’, Cob Gallery, Londra (2018); ‘PROUDICK’ (con Lindsey Mendick), Hannah Barry Gallery, Londra (2018); ‘The Clean Carcass of the Host’ (con George Rouy per Condo Mexico), Marso Galeria, Mexico City (2018); ‘The Thinking Business’ (con Rebecca Ounstead), The Royal Standard, Liverpool (2017); e ‘There’s One Missing From Your Bunch’, May Projects, Londra (2016). Le mostre collettive selezionate includono: ‘Cet élixir’, Moly Sabata, Sablons, Francia (2019); ‘SM’, Sans Titre, Marsiglia (2018); ‘Something Else’, Triumph Gallery, Mosca (2018); ‘Rhapsodies’, Ping Pong, Bruxelles (2018); ‘Becoming Plant’, Tenderpixel, Londra (2018); ‘Towards a Theory of Powerful Things’, Rod Barton, Londra (2018); ‘Chambre Dix’, Sans Titre, Parigi (2018); ‘Terra’, Lamb Arts, Londra (2018); ‘Ripe’, Kingsgate Workshops, Londra (2018); ‘If You Can’t Stand the Heat’, Roaming Projects, Londra (2018); ‘Doing it in Public’, Beaconsfield Gallery, Londra (2017); and ‘Herland’, Bosse and Baum, Londra (2017). Proudfoot ha partecipato alla Thun Ceramic Residency (2018), alla Moly Sabata – Albert Gleizes Foundation Residency (2019) e all’Irish Museum of Modern Art Residency (con il suo collettivo, Stasis).

Megan Rooney (1985, Canada) è un'artista canadese con base a Londra che ha completato il suo Master in Belle Arti presso il Goldsmiths College di Londra nel 2011 dopo aver conseguito la laurea presso l'Università di Toronto in Canada ed essere cresciuta tra Sudafrica, Brasile e Canada. Rooney lavora su una varietà di media, tra cui pittura, scultura, installazione, performance e linguaggio. Con uno stile inconfondibile, l’artista sviluppa narrazioni enigmatiche e sempre intense. Trae i soggetti delle sue opere direttamente dalla sua vita personale e dall’ambiente che la circonda. Queste ispirazioni sono fantasiose e, in alcuni casi, esperienze quotidiane grottesche, a volte sono invece osservazioni umoristiche, che per prima cosa "annota" come disegni. Un elemento ricorrente nel lavoro di Rooney è il corpo umano, che può essere visto come il punto di partenza soggettivo e il "luogo" finale di sedimentazione per tutte queste esperienze. Rooney ha in programma mostre personali nel 2020 al Salzburger Kunstverein, Salisburgo, Austria; Drei, Colonia, Germania; e Museum of Contemporary Art, Toronto. Le mostre personali recenti includono quelle presso SALTS, Basilea (2019); Kunsthalle, Düsseldorf (2019); Drei, Colonia (2018); Tramway, Glasgow (2017); Cordova, Vienna (2017); Freymond Guth Fine Arts, Basilea (2017); Division Gallery, Toronto (2017); Seventeen, Londra (2016); ae Croy Nielsen, Berlino (2016). Le mostre collettive recenti includono: 15° Biennale di Lione, Francia (2019); ‘Paint, also known as Blood’, Museum of Modern Art, Varsavia, Polonia (2019); ‘Childhood. Another Banana Day for the Perfect Fish’, Palais de Tokyo, Parigi (2018); e ‘(X) A Fantasy’, David Roberts Art Foundation, Londra (2017). Le recenti performance includono: ‘Everywhere Been There, Kunsthalle Düsseldorf, Germania (2019); ‘Sun Down Moon Up’, Park Nights 2018, Serpentine Gallery, Londra (2018); ‘Others got wings for flying’, Tramway, Glasgow (2017); ‘Poor Memory, Without Poetry Nothing is Possible’, Biennale di Venezia, Salon Suisse, Venezia (2017); ‘f on your tongue’, Project 1049, LUMA Foundation, Glacier 3000 Tissot Peak Walk, Gstaad, Svizzera (2016); ‘Last Days. Last Days. Last Days’, Serpentine Galleries, Londra (2015); e ‘Poetry Sets’, Cell Project Space, Londra (2015).

Eve Stainton è un'artista del movimento ispirata alla complessità degli incontri queer, non codificabili e poetici. Ciò si manifesta attraverso pratiche di danza / collage digitale / connessione con la comunità / bordi inclinati. I suoi approcci al movimento sono informati da filosofie somatiche e favoriscono trame fantasiose rispetto a forme prescritte stratificate sul corpo. La pratica di Stainton prende spesso la forma di collaborazioni intime che esplorano il desiderio e la vulnerabilità come una tecnologia o forza contro costrutti normativi restrittivi. Dal 2016, Stainton collabora anche con l'artista Florence Peake, con il loro ultimo lavoro "Apparition Apparition" commissionato per la Biennale di Venezia del 2019. Alcune altre presentazioni importanti includono: Nottingham Contemporary (2019), Sadler’s Wells Lilian Baylis Theatre (2019), The Place Theatre, Londra (2018), Royal Academy of Art, Londra (2018), Tangente Theatre Montreal, Canada (2017), Siobhan Davies Dance, Londra (2018), Hayward 50th Anniversary event, Londra (2018), PS/Y’s ‘Hysteria’ programme, Londra (2018), e Adelaide Fringe, Australia (2017). Stainton è stata anche performer per i seguenti artisti: Anthea Hamilton alla Tate Britain, Londra (2018); Last Yearz Interesting Negro/Jamila Johnson-Small at the ICA, Londra (2017); e Compagnie ECO’s international tour (2016-17) ed è anche stata modella freelance nel settore della moda e commerciale per Vivienne Westwood, Dior, Londra / Parigi / Shanghai Fashion Week, Goldfrapp e Holly Blakey. Stainton conduce anche seminari sul movimento, recentemente alla Tate Britain come parte di "Queer & Now", usando la fantasia e il tatto come un modo per sperimentare il concetto di fiducia, il potere e la proprietà condivisi del corpo per far esplodere ed esporre il potenziale queer.


Il curatore
Marcelle Joseph è una curatrice e collezionista indipendente americana con sede a Londra. Nel 2011 Joseph ha fondato Marcelle Joseph Projects, una piattaforma nomade curatoriale che ha prodotto 36 mostre nel Regno Unito e nel resto d'Europa, con il lavoro di oltre 200 artisti internazionali. Il suo settore di competenza riguarda soprattutto giovani artisti del Regno Unito, in particolare artisti di identificazione femminile e non binari, e ha una specializzazione accademica nella pratica dell'arte femminista dopo aver completato un Master in Storia dell'Arte con lode presso Birkbeck, Università di Londra. Nel 2013 è stata curatrice esecutiva di Korean Art: The Power of Now (Thames & Hudson), un'indagine sulla scena artistica contemporanea in Corea del Sud. Inoltre, Joseph è fiduciaria della Matt's Gallery di Londra e ha prestato servizio nella giuria del Max Mara Art Prize for Women 2017-2019, in collaborazione con la Whitechapel Gallery, la Collezione Maramotti e il Mother Art Prize 2018. Colleziona anche opere di artisti di identificazione femminile nell'ambito della partnership collettiva la Collezione GIRLPOWER, e più in generale come parte della Collezione Marcelle Joseph. Per tutto il 2020, Joseph fungerà da consulente curatoriale per Lychee One, una galleria commerciale situata nella zona est di Londra. Curerà la sua prima mostra museale all'ICA LA di Los Angeles nel luglio 2020.

INFO
GROUP SHOW: Dancing at the Edge of the World
A CURA DI: Marcelle Joseph
DURATA: 7 febbraio > 31 marzo 2020
OPENING & PERFORMANCE: Venerdì 7 febbraio 2020, ore 19.00
ARTISTE IN MOSTRA: Saelia Aparicio, Charlotte Colbert, Monika Grabuschnigg, Zsófia Keresztes, Alexi Marshall, Florence Peake, Proudick (Lindsey Mendick and Paloma Proudfoot), Megan Rooney, Eve Stainton
LUOGO: z2o Sara Zanin Gallery Roma – Via della Vetrina 21, 00186 Roma



martedì 4 febbraio 2020

JIM DINE

Jim Dine, Putney Winter Heart (Crazy Leon), 1971-1972
Musée d’art moderne et contemporain de Saint-Étienne Métropole ©Y. Bresson/MAMC+


Il Palazzo delle Esposizioni presenta uno dei maggiori protagonisti dell’arte americana, il cui lavoro, radicale e innovativo, ha avuto un grande impatto sulla cultura visiva contemporanea, in particolare su quella italiana degli anni Sessanta. Nell'ampia mostra antologica dedicata a Jim Dine (Cincinnati, USA, 1935), realizzata in stretta collaborazione con l’artista e curata da Daniela Lancioni, sono esposte oltre 60 opere, datate dal 1959 al 2016, provenienti da collezioni pubbliche e private, europee e americane. 

Un esaustivo apparato iconografico restituisce la memoria visiva dei celebri happening, raccontati in mostra dalla voce dello stesso Jim Dine, e una selezione di video interviste, permette di familiarizzare con la figura dell'artista.  Nonostante la sua popolarità, Jim Dine rimane un artista difficilmente catalogabile in virtù soprattutto della sua volontà d’indipendenza e del suo rifiuto a identificarsi nelle categorie della critica, della storia dell’arte e del mercato. Sono esemplari l’autonomia e la libertà con le quali da sempre si rapporta al panorama dei valori accertati. Lo dimostrano le sue vicende biografiche e i suoi lavori tenacemente aderenti alle esperienze vissute, "ineducati" e "inquietanti", come talvolta sono stati definiti. Un nucleo importante della mostra è costituito dalle opere che Jim Dine ha donato nel 2017 al Musée national d’art moderne – Centre George Pompidou di Parigi e che l’istituzione francese ha reso generosamente disponibili per quest’occasione. Cospicui sono i prestiti delle opere storiche provenienti da collezioni europee, private e pubbliche, tra queste ultime il Museo di Ca’ Pesaro Venezia e il MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (entrambi questi musei prestano opere della collezione Sonnabend), il Louisiana Museum of Modern Art a Humlebaek in Danimarca, il Kunstmuseum Liechtenstein a Vaduz. Una selezione di opere viene dagli Stati Uniti, tra cui i due celebri dipinti degli anni Sessanta A Black Shovel. Number 2 (1962) e Long Island Landscape (1963), appartenenti alle collezioni del Whitney Museum di New York. Dalle collezioni americane arrivano anche Shoe del 1961 e The Studio (Landscape Painting) del 1963, presentati entrambi dall’artista alla Biennale di Venezia del 1964.

Palazzo delle Esposizioni
Via Nazionale, 194, 00184 Roma 

JIM DINE
11 febbraio > 2 giugno 2020
a cura di Daniela Lancioni

Mostra promossa da
Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale
Azienda Speciale Palaexpo

lunedì 3 febbraio 2020

The Milky Way - Una mostra di raccolta fondi

Eva Kot’átková
From the series Me and others, me from parts, 2018
Collage su carta, penna rossa
49,7 x 35 cm
Courtesy l’artista e Meyer Riegger, Berlin/Karlsruhe


Torna il 6 febbraio 2020 (dalle 12 alle 21) e il 7 febbraio (dalle 10 alle 16); preview per la stampa: il 5 febbraio dalle 12 alle 16; The Milky Way, una mostra di raccolta fondi di massimo tre giorni promossa da Pianoterra Onlus a cura di Damiana Leoni. Dopo le quattro tappe precedenti che si sono svolte a Napoli, città protagonista nell’anno 2014 presso la Galleria Lia Rumma; a Roma, presso la galleria Studio SALES per l’edizione 2015; a Milano da Giò Marconi nel 2016; The Milky Way Foto a Napoli di nuovo presso Lia Rumma nel 2018 con un progetto dedicato alla fotografia, The Milky Way approda a Torino presso la Galleria Franco Noero nella sede di Piazza Carignano 2, luogo evocativo con il suo cortile interno che richiama le atmosfere del progetto. La mostra si ispira infatti al tema Interno/Inner. Ma come è questo interno? “È comodo? Confortevole? Protettivo? Ricorda magari il primo “interno” conosciuto, il ventre materno. Suoni attutiti e rassicuranti, primo tra tutti il battito regolare di un cuore, quello del corpo che ci contiene. Un interno morbido, ovattato, niente sbalzi di temperatura, niente traumi, niente privazioni di cibo o acqua. Lo spazio giusto, né troppo grande né troppo piccolo, perfetto per farci crescere dentro un essere umano. O forse è stretto? Compresso? Contratto? Cosa succede in uno spazio così? Cosa succede in un interno che non protegge ma comprime, che non culla ma contrae? Se quell’interno non basta a far respirare, ad aprire e a sciogliere, ma al contrario irrigidisce, ostacola, spegne… cosa succede?”, spiega la curatrice Damiana Leoni.

A ragionare su questo tema saranno i tanti artisti che hanno scelto di sostenere Pianoterra Onlus: Isabel Barber, Pierre Bismuth, Manuele Cerutti, Claudia Comte, Matteo Cordero, Sara Enrico, Jason Dodge, Jos de Gruyter & Harald Thys, Nathalie Du Pasquier, Petra Feriancova, Francesca Ferreri, Shay Frisch, Naoki Fuku, Martino Gamper, Silvia Giambrone, Teresa Giannico, Rodrigo Hernández, Sebastiano Impellizzeri, Eva Kot’átková, KIKKO, Renato Leotta, Tamara MacArthur, Daniele Milvio, Ignasi Monreal, Lulù Nuti, Marco Palmieri, Pietro Pasolini, Federico Pietrella, Benedetto Pietromarchi, Caterina Pini, Andrea Respino, Lili Reynaud-Dewar, Yves Scherer, Enrico Tealdi, Rirkrit Tiravanija e Tomas Vu, Grazia Toderi, Giovanni Vetere, Peter Wächtler.

La missione di The Milky Way (dove la “Via Lattea” è anche metafora della pluralità di voci e di sguardi coinvolti) è da sempre quella di dare voce, con un grande progetto che privilegia la creatività contemporanea, ad una buona causa. Negli scorsi anni il ricavato della vendita delle opere è andato a favore delle famiglie più vulnerabili di Napoli, Roma e province per rispondere ai bisogni primari delle madri in difficoltà e per costruire con loro percorsi articolati di sostegno, ascolto, cura e formazione professionale. Acquistando un’opera della mostra The Milky Way si potrà fare parte di un percorso, aperto a tutti coloro che vorranno sostenere le attività di Pianoterra Onlus. La pubblicazione che racconta la mostra è realizzata da CURA.

Pianoterra Onlus interviene al fianco delle famiglie più vulnerabili nei quartieri più difficili, concentrandosi soprattutto sulle mamme e sui bambini, nella convinzione che migliorando le condizioni di partenza di una vita si possa spezzare quel circolo vizioso che vede il disagio trasmettersi da una generazione all'altra. Con i suoi progetti offre alle donne in gravidanza, alle neo-mamme e ai loro piccoli uno spazio di accoglienza, ascolto e sostegno, e costruisce con ciascuna persona un percorso di accompagnamento personalizzato, fatto di incontri con specialisti della salute materno-infantile, consulenze psico-educative, momenti ludico-ricreativi da trascorrere con altre mamme e con i bambini, bilanci di competenze e corsi professionalizzanti. L'obiettivo è sempre quello di lenire i bisogni più urgenti - quelli materiali, o le emergenze - e fare in modo che ciascuna possa ritrovare fiducia in se stessa e nelle proprie risorse, ed esprimere le proprie potenzialità e i propri talenti. Sul sito www.pianoterra.net maggiori informazioni sui tanti progetti che Pianoterra Onlus attua a Napoli e a Roma e che sarà possibile sostenere acquistando una delle opere in mostra.



Pianoterra Onlus festeggia la quinta edizione del progetto e ringrazia i quasi 200 artisti che vi hanno partecipato dal 2014 ad oggi

Preview per la stampa il 5 febbraio dalle 12 alle 16. Opening: 6 febbraio 2020 dalle 12 alle 21. La mostra resterà aperta venerdì 7 dalle 10 alle 16

Artisti a sostegno delle donne in gravidanza, delle neomamme, dei bimbi piccoli in contesti di marginalità e disagio. 

In una mostra di raccolta fondi a cura di Damiana Leoni

Quando: 6 febbraio 2020 (dalle 12 alle 21)- 7 febbraio (dalle 10 alle 16); preview per la stampa: 5 febbraio, dalle 12 alle 16

Dove:
Galleria Franco Noero
Piazza Carignano 2, Torino

Ingresso libero

A cura di Damiana Leoni
Promosso da Pianoterra Onlus

SPONSOR:
PoderNuovo a Palazzone

Mediapartner: CURA.

Info:
Pianoterra Onlus

Lorena Stamo: stamolorena@gmail.com
Damiana Leoni: damiana@damianaleoni.com

+39 06 64871120
+39 3400716353

Press: Santa Nastro media relations. + 39 3201122513 snastro@gmail.com