lunedì 16 dicembre 2019

Lynda Benglis: Spettri

Lynda Benglis
Broken Favor I, 2015-2016
© Lynda Benglis. Courtesy the artist and Thomas Dane Gallery


‘Quanto posso andare lontano con l’illusione della materia? Quanto posso andare lontano esprimendo qualcosa che è dentro di me? Come posso far sì che funzioni visivamente? Sempre attraverso il disegno. Creando un’immagine che si muova.’
Lynda Benglis

Dagli anni Sessanta Lynda Benglis è stata una pioniera delle forme libere, estatiche nell’essere, allo stesso tempo giocose e viscerali, organiche e astratte. Inizia la sua carriera nella New York dowtown di fine anni Sessanta quando la scena artistica era a forte stampo maschilista, conquistandola con i suoi ‘fallen paintings’, realizzati attraverso colate in lattice, sconvolgendo l'egemonia del Pop e del Minimalismo, così come i generi della pittura e della scultura, con un’inimitabile provocazione e libertà.L'approccio performativo di Benglis alla scultura è profondamente originale nel modo in cui allontana sistematicamente le convenzioni e s’interessa al corpo, il suo corpo, come Benglis sottolinea: ‘lei (l’essere umano) è la forma’. Il suo lavoro - che abbraccia una varietà apparentemente illimitata di materiali, dalla cera d'api, al lattice, alla schiuma poliuretanica e alle successive innovazioni con metallo, gesso, oro, metallo vaporizzato, vetro, ceramica, carta - dimostra un continuo fascino per il processo, la forma e il movimento.

Nella mostra Spettri, la Galleria Thomas Dane di Napoli riunisce elementi raramente documentati della prolifica carriera di Benglis: leggerezza e luce. Le storiche opere ‘sparkles’di Benglis sono poste in relazione a sculture di carta e glitter più recenti, vasi luminosi enigmatici, rilievi fosforescenti e nodi scolpiti in marmo degli anni Ottanta raramente esposte. La mostra cerca di tracciare un viaggio attraverso gli innumerabili luoghi che la sua scultura evoca, a Napoli, dai fantasmi di Pompei al Gabinetto Segreto del Museo Archeologico, ma anche i luoghi in cui continua a vivere o a lavorare: New Mexico, New York, Grecia e India.

Lo spirito nomade di Benglis trova una florida realtà a Napoli, città che ospita complesse storie geologiche e culturali. Spettrinasce proprio dagli spettri di questa archeologia, ma anche dal suo personale repertorio e dai suoi ricordi: Benglis ricorda vividamente il suo primo viaggio in barca in Europa nel 1953, all'età di 11 anni; il suo arrivo in una Napoli buia, verso la sua Grecia ancestrale, e il suo errare che seguirà dopo. Quasi 70 anni dopo, collega nuovamente i punti del Mediterraneo, avendo appena aperto una memorabile retrospettiva del suo lavoro al Museo d'Arte Cicladica di Atene.Questo dialogo rivela una profonda riflessione sulla sua stessa pratica - la sua costante metamorfosi, accrescendone i suoi significati– data la coalescenza di molteplici geografie e l'allineamento di opere storiche e contemporanee. Attraverso la composizione, la forma e la figura, molte di queste sculture si appropriano di una natura animista, portando materiali e oggetti elementari ad avere un'essenza spirituale. 

Mentre la manipolazione del volume di Benglis può evocare artefatti o antiche reliquie, il suo utilizzo di sparkles,glitter e foglie d'oro suggerisce decorazione ed eccesso. L’utilizzo di Benglis degli effetti sulla superficie, di motivi e di abbellimenti dimostra la sua implicita critica alla categoria dell'artigianato di genere. Questa sovrabbondanza di decorazioni nella sua serie Lagniappee sculture di carta si fonde con l'atmosfera vivace di Napoli e il periodo festivo del martedì grasso nella sua nativa Louisiana. Con l’opera Lagniappe, Benglis ricorda la sua infanzia: ‘A New Orleans, lagniappe significa qualcosa in più. Quando c'è una parata, e lanciando i regali. Sono fatti di cotone e carta....Non hanno alcun valore, come le caramelle di cotone. È un fiocco, un regalo senza valore, un gesto, un oggetto’. 

La mostra Spettri attraversando i fantasmi di molteplici geografie e storie, includendo una vasta ricerca, presenta l'appassionata scoperta della scultura di Benglis attraverso una lente di delicatezza e luminosità. 

Lynda Benglis è nata nel 1941 a Lake Charles in Louisiana. Tra le sue mostre personali in spazi istituzionali vi sono:In the Realm of the Senses, Museum of Cycladic Art, presentata da NEON, Athens, Greece (2019); Lynda Benglis: Face Off, Kistefos-Museet, Jevnaker, Norway (2018); Lynda Benglis: Secrets, Bergen Assembly, KODE Art Museums of Bergen, Norway (2016); Lynda Benglis, Aspen Art Museum, Aspen CO (2016); Lynda Benglis: Water Sources, Storm King Art Center, Mountainville, New York NY (2015); Lynda Benglis, The Hepworth Wakefield, West Yorkshire, England (2015); and Lynda Benglis: Figures, The SCAD Museum of Art, Savannah GA (2012), e molte altre. Le collezioni pubbliche in cui sono presenti le sue opere includono Tate, London, England; Dallas Museum of Art TX; Museum of Contemporary Art Chicago IL; Museum of Contemporary Art Los Angeles CA; The Museum of Modern Art, New York NY; Solomon R. Guggenheim Museum, New York NY; National Gallery of Victoria, Melbourne, Australia, e molte altre. Lynda Benglis è beneficiaria della Guggenheim Fellowship e di due National Endowment per le arti, che si aggiungono ad altri prestigiosi riconoscimenti. 

Lynda Benglis: Spettri
Private view: 14 Dicembre, 18.00 – 20.00
Date della mostra: 17 Dicembre 2019 – 14 Marzo 2020 

Via Francesco Crispi, 69 (I piano)- Napoli 
naples@thomasdanegallery.com
 
Orari di galleria:
Martedì – Venerdì 11.00 - 13.30 e 14:30 - 19.00
Sabato 12.00 – 19.00
O su appuntamento

pubblica: 
www.amaliadilanno.com         

Static-Dynamic of Koichi Yamamoto


RUFA – Rome University of Fine Arts presenta l’esposizione Static-Dynamic di Koichi Yamamoto, ospitata negli spazi della Fondazione Pastificio Cerere, Via degli Ausoni 7, a partire dal 17 dicembre fino al 16 gennaio.

L’inaugurazione della mostra, curata da Fabrizio Pizzuto, si terrà il 17 dicembre alle 18.00 e sarà preceduta, alle ore 10.00 della stessa giornata, da un’incontro formativo dell’artista con gli studenti del corso di Arti visive RUFA, curato dal docente Umberto Giovannini.

Il lavoro di Koichi Yamamoto si basa soprattutto sull’utilizzo della tecnica dell’incisione. Spazia con disinvoltura tra la tecnica del monotipo, del bulino e dell’acquaforte e in alcuni lavori è presente anche la chine collè. Le incisioni diventano tuttavia pretesto per un percorso tra le immagini. Appare un livello tridimensionale inaspettato: il lavoro si trasforma in oggetti, in particolare in aquiloni, adatti al volo.

Koichi Yamamoto è un artista che fonde tecniche tradizionali e contemporanee in modo da sviluppare approcci unici e innovativi al linguaggio della arti grafiche. Le sue stampe esplorano i temi del sublime, della memoria e dell’atmosfera. Ha lavorato su molte scale, dalle piccole lastre di rame meticolosamente incise ai grandi monotipi. Ha esposto in numerose mostre d’arte a livello internazionale. Ha insegnato alla Utah State University e all’Università del Delaware ed è attualmente professore associato all’Università del Tennessee, Knoxville.

L’incontro e la mostra nascono dall’iniziativa dei docenti Umberto Giovannini, Gianna Bentivenga e Maria Pina Bentivenga, Emiliano Coletta e Fabrizio Pizzuto.

Fondazione Pastificio Cerere
Static-Dynamic of Koichi Yamamoto
dal 17 dicembre 2019 al 16 gennaio 2020

Rome University of Fine Arts
Accademia di Belle Arti legalmente riconosciuta dal MIUR
via Benaco, 2 – Roma
T. +39 06 85865917

Orari di apertura della mostra: dal lunedì al sabato, ore 15.00 alle 19.00
Pausa natalizia: dal 21 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020 compresi

pubblica: 
www.amaliadilanno.com                                                             

sabato 14 dicembre 2019

Partiture illeggibili

opera di Nina Carini

Partiture illeggibili è un progetto tutto al femminile a cura di Angela Madesani che si compone di due mostre: la prima mette in dialogo Greta Schödl, Leila Mirzakhani e Nina Carini presso Labs Gallery (via Santo Stefano, 38) a Bologna dal 14 dicembre 2019 al 22 febbraio 2020; la seconda vede coinvolte Marcia Hafif, Max Cole ed Elena Modorati presso Arte Fiera Bologna dal 24 al 26 gennaio 2020 (Hall 18 Stand D38). Le due mostre presentano un dialogo sul segno attraverso i lavori di tre artiste storiche e tre contemporanee. Si tratta di artiste con percorsi assai diversi, riunite dalla curatrice in occasione della mostra sia da un punto di vista della tematica affrontata, che da quello della procedura dell’operare, intesa come esercizio quotidiano che coinvolge mente e corpo.

Marcia Hafif (Pomona, 1929; New York, 2018) ha utilizzato per le sue opere la grafite sulla carta da disegno perchè, come lei afferma "sono i materiali più elementari, che si usano per fare arte, sempre a portata di mano e che non richiedono tempi di preparazione". I segni leggeri nelle sue opere creano partiture, in cui tempo e spazio si confrontano, senza produrre significati di sorta.

Nelle opere su carta di Max Cole (Pittsburgh, 1937) il segno, ripetuto come in un mantra visivo, è protagonista assoluto. Spiega la curatrice nel testo in catalogo: "La sua è una sorta di disciplina segnica è il filo conduttore della ricerca dell’artista americana. Quelle che all’apparenza paiono linee nette, orizzontali nello spazio astratto, in realtà sono righe di diversa entità in cui brevi pulsioni verticali fanno da contrappunto in una dimensione ritmica".

Anche per Greta Schödl (Hollabrunn, 1929) la meditazione è un aspetto portante del lavoro. Per Angela Madesani, "nella ricerca dell’artista austriaca l’aspetto progettuale è assente. I suoi lavori, di diverse grandezze, sono al di là di una dimensione temporale precisa. Sono opere diacroniche che uniscono più momenti, in cui la datazione perde talvolta il suo senso". Nei suoi libri-opera, quasi tutti in copia unica, sono incollati frammenti di natura, pagine di antichi libri di soggetto sacro e parti d’oro.

"Scrittura come segno che istituisce il senso in un’accezione che rimanda agli archetipi, a una sorta di momento primario, in cui è il segno che graffia la terra e stabilisce delle coordinate rispetto alle quali è possibile orientarsi", così Elena Modorati (Milano, 1969) descrive il suo modo di vedere il segno. Nelle sue opere vi sono dei riferimenti alla pittura fiamminga, alla sua dimensione intima e nostalgica.

Le opere di Leila Mirzakhani (Teheran, 1978) sono realizzate con una tecnica essenziale, matita su carta così come era per Marcia Hafif. Nei suoi lavori il pensiero è dominante, mentre la tecnica è al suo servizio. La matita realizza il segno primitivo, archetipico, che riporta la mente al segno dell’uomo prima dell’avvento della storia. Quanto si vede è il frutto di un processo, che parte dall’artista stessa: le sue sono azioni, pensieri, rituali che affondano le radici nel zona più profonda del pensiero.

Di Nina Carini (Sicilia, anni Ottanta) sono in mostra opere installative. Al centro della luna è una lunga collana di sfere, grandi e piccole, che culminano nella luna, coperta da fili neri, che la collegano all’alto. La luna le tira i capelli, la trascina. L’indagine sul tempo, come per le altre artiste di Partiture leggibili, è un elemento essenziale della sua ricerca, così come l’indagine sui temi del linguaggio. In mostra è Je t’aime (2019) composta da 110 fogli stampati a mano con inchiostro e trasparina. A ogni foglio stampato, è stata aggiunta la trasparina in dosi minime, foglio dopo foglio. Così che nell’ultimo la frase Je t’aimesparisce. È un’opera performativa. La scelta della frase non è casuale: "L’ho scelta perché è una delle frasi più complesse del linguaggio umano".




Partiture illeggibili
a cura di Angela Madesani

Opening 14 dicembre, ore 18
Labs Gallery, Bologna
con Greta Schödl, Leila Mirzakhani, Nina Carini
dal 15 dicembre 2019 al 22 Febbraio 2020

Arte Fiera, Bologna
con Marcia Hafif, Max Cole, Elena Modorati
(Hall 18 Stand D38)
dal 24 al 26 Gennaio 2020

Contatti:
Via Santo Stefano, 38, 40125 - Bologna
Tel +39 051 3512448 | +39 348 932 5473


pubblica: 
www.amaliadilanno.com                                                             

venerdì 13 dicembre 2019

Renzo Marasca. O Mar Silente


La Fusion Art Gallery - Inaudita presenta O Mar Silente, mostra personale di Renzo Marasca a cura di Barbara Fragogna. La mostra è parte di NEsxT – independent art festival, e rientra nei circuiti di COLLA e ContemporaryArt Torino e Piemonte.


Esterno Ovest
di Barbara Fragogna

“Noi non abbiamo riguardi; non ne attendiamo da voi. Quando verrà il nostro turno, non abbelliremo il terrore.“ - Karl Marx

Nel silenzio in cui ogni cosa si schiude piano, nel bagliore di un albeggiare tenue diffuso sul mare, dal vuoto dell’aria fresca, gelida, umida, salata, densa, effimera, sabbiosa, azzurra, un’onda infrange il sogno, lo frastaglia, lo rifrange. Multiformi schizzi di colore irradiano caleidoscopici mulinelli e la testa esplode in un pensiero dardeggiante: lontano oltre il mare, l’opportunità.
Opportunità, non speranza ma possibilità, l’andare e il tornare di molecole sempre differenti e apparentemente uguali genera una possibilità antagonista, acerrima nemica dell’abbandono, del tempo della disillusione. La spinta all’orlo, oltre l’orlo come positivo e cieco desiderio di conquista della novità. Renzo Marasca scava il “frame” di una sospensione precisa, l’uomo sulla scogliera di Friedrich senza il vento che strappa i vestiti, senza la tempesta e l’assalto del gesto plateale, della rivolta, dello splendore della gloria. Marasca è un eroe savio che imbriglia il furore (che c’è, sia ben chiaro), lo rende poetico, ermetico ma esplicito, la contraddizione del contenuto di un crogiolo di magma e ghiaccio. Dal suo pugno, dalla posizione china sulla spiaggia ad accarezzare la tela con l’onda lunga delle profondità abissali per nulla inconsce, egli proclama un punto mai fermo che gorgoglia come la bianca spuma marosa: silenzio roboante. La guerra arriva, la guerra è arrivata, è questo desiderio latente di scattare, questo pungolo che ci sussurra neuronale: “scappa, scappa”, questa tensione che si aggrappa ai muscoli addominali e che ci taglia il fiato, che ci minaccia ammonendoci mettendoci in guardia contro il pericolo di un imminente collasso sociale, umano. Una crisi che non teme rivolta, che preannuncia rivolta, che sopisce ogni rivolta.
L’artista di questa mostra delicata e magnifica, che usa materiali fragili, sottili come la carta velina e la tela libera (senza telaio), che permette alla battigia di impostare un ritmo, che non impone ma accoglie, che documenta e osserva da dietro una lente, che manipola ed elabora con colori dalle basi morbide, è un uomo che scruta il contemporaneo, un esule che migra tra i confini di una non patria (L’Europa), una mente splendida, implacabile e modesta, un corpo consapevole del suo ruolo pulviscolare, una voce intelligente e complessa, una brillante superficie cangiante. Un guerriero onesto.

O MAR SILENTE 
di Renzo Marasca

Spiaggia di Adiça, sud del Portogallo. Un rilievo roccioso, ricoperto di aspra e bassa vegetazione, si volge alla spiaggia come una presenza silenziosa che al mattino proietta la frescura fino all’umida e liscia battigia. In quelle ore fa freddo ad Adiça e dopo che l’alba è già passata da qualche ora, lentamente la grande roccia comincia a richiamare la sua ombra a sé; solo allora il giorno diventa giorno e il sole s’impossessa di ciò che è suo; ma fino all’ora del risveglio l’ombra della roccia assorbe ogni suono, e persino il respiro del mare sembra essere attutito in un silenzio quasi innaturale. O Mar Silente, pensai. E questo pensiero nominato è divenuto il titolo della mostra. Qui l’idea del mare lega un lavoro all’altro in una dimensione che non richiama soltanto la sua comunque inevitabile componente naturalistica, quanto una condizione culturale dell’esistere di un territorio che per sua natura guarda più al mare che alla terra. E su quella spiaggia ho realizzato parte dei lavori qui esposti. La grande tela, che titola la mostra, dipinta ad acquarello e acqua di mare, è stata stesa sulla battigia poi immersa in acqua poi di nuovo stesa, nel tentativo di cercare un contatto diretto con quel tipo di natura; a volte le onde allungavano la propria lingua fino alla tela e, nel ritornare al mare, lasciavano su di essa - di forza - la propria impronta di acqua salata e sabbia in una sorta di lotta silenziosa e veloce tra me e le onde del mare; infatti quegli ultimi sprazzi di oceano, che toccavano la tela e il colore, sovrastavano ogni mio gesto donando all’immagine che si andava formando quella primordiale e inevitabile forma di pittura che smise di interessarsi a me per rivolgersi, invece, al mare. Il grande telo di lino l’ho poi concluso in studio tracciando segni di pastello a cera, in ampi gesti su tutto lo spazio dipinto. Sulla stessa spiaggia, alcune settimane dopo, ho posizionato una videocamera di fronte al mare con l’intenzione di filmare il solo movimento delle onde in una ripresa fissa e senza audio. L’elemento narrativo improvviso è evidenziato da tre persone che entrano nei 16:9 dell’inquadratura inconsapevoli di essere ripresi. Le stesse intenzioni di raggiungere quell’apparente silenzio sono presentate in una serie di cinque carte veline dipinte con cere e gouache, in stratificazioni coloristiche complesse e processi mentali che la mano deposita in quel pensiero estetico. Infine alcune foto documentano il grande telo bianco sulla spiaggia come un reperto rifiutato dal mare e un piccolo quadro grigio piombo, che rimanda all’astrazione di una carta nautica o una mappa geografica. O Mar Silente - appositamente in lingua portoghese - è dunque una riflessione pittorica en plein air che si ispira all’eterno e ritmico movimento del mare, portando con sé la storia del mondo. 
Lisbona, Novembre 2019

Mostra
Titolo: O Mar Silente
Artisti: Renzo Marasca
Luogo: Piazza Peyron, 9g, 10143 Torino
A cura di: Barbara Fragogna
Inaugurazione: sabato 14 dicembre 2019 - ore 19
Visitabile fino al 30 gennaio 2020
Orari di apertura:
dal giovedì al sabato dalle 16 alle 19.30 e su appuntamento

Piazza Peyron, 9G
10143 Torino
+39 349 3644287Info:+39 3493644287 |  info.fusionartgallery@gmail.com

giovedì 12 dicembre 2019

Maurizio Bongiovanni e Giulio Catelli - Fiore aperto fiore chiuso


In corso alla galleria Richter Fine Art  la mostra Fiore aperto fiore chiuso, doppia personale di Maurizio Bongiovanni e Giulio Catelli. 

Per il terzo anno consecutivo la galleria Richter fine artorganizza una mostra “laboratorio”, in cui gli artisti scelti vengono messi in relazione e, dialogando e stimolandosi a vicenda, sviluppano un percorso espositivo.

La Richter Fine Art ospita i due pittori in una bi-personale in cui si specchieranno i reciproci dipinti e disegni, prevalentemente di figura.

“Abbiamo fatto delle belle riflessioni – affermano gli artisti - e i nostri discorsi ci hanno portati in un giardino, per l’esattezza in un roseto. Siamo rimasti affascinati dagli steli recisi... poi ci siamo distesi in questo roseto e abbiamo iniziato ad ascoltare musiche degli anni ’40 e ‘50 sul tema delle rose... abbiamo messo delle rose in un vaso, forse poche ma sufficienti”. 

La narrazione del corpo e dei suoi umori, in Maurizio Bongiovanni è eccezionalmente schietta, senza limiti temporali e geografici, come afferma l'artista: " sono uomini portatori del caos dell’esistenza". In Giulio Catelli, la dimensione del racconto, mostra dati di un vissuto meno evidente; sono le suggestioni e i dettagli minuti del quotidiano, a emergere nello spazio del dipinto. 

Il titolo della mostra allude quindi a due differenti registri del sentire, ai tempi propri della pittura, alle sue valenze seduttive, umbratili o sfavillanti che siano. 


Maurizio Bongiovanni. Classe ‘79 vive e lavora tra Milano e Londra.
Maurizio, pittore figurativo, e per descrivere il suo lavoro si può far riferimento al testo scritto da Zygmundt Bauman “modernità liquida”. In quanto sono compositivamente fluidi e il contenuto è chiaramente suturato insieme da materiale di origine disparato. Questi compositi liquidi tracciano visivamente gli slittamenti tra antico e contemporaneo, sfocando i binari di genere e la divisione tra natura e artificio. Applicando efficacemente l'antica tradizione della ritrattistica per raccontare il presente, l'artista ha sviluppato uno stile adatto a un periodo di conflitto radicale che circonda il valore della verità estetica e fattuale. 


Giulio Catelli. Classe ‘82 vive e lavora a Roma.
Giulio Catelli è tra i pochi pittori reduci dalla sempre più rara “esperienza en plein air”, e ciò aggiunge un incisivo valore esperienziale al suo lavoro. Nella sua pittura, ma soprattutto nei suoi ultimi lavori, ha rarefatto i segni e ridotto all’essenziale la materia pittorica e c’è una maggiore sintesi dell’immagine. Sebbene figurativa, l’opera di Catelli non diviene mai narrazione e non cede mai ai tranelli dell’illustrazione.Le pennellate fluide, felici e spontanee caratterizzano da sempre la sua pittura.


Vademecum:
Titolo: Fiore aperto fiore chiuso
Artisti: Maurizio Bongiovanni – Giulio Catelli
galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma
Durata mostra: 10 dicembre – 24 gennaio
Orari: da mercoledì 11 dicembre dalle 13.00 alle 19.00 dal lunedì al venerdì e il sabato su appuntamento.

Email:info@galleriarichter.com
Fb account: Galleria Richter Fine Art

Ufficio Stampa: Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661 | email: chiaracgiuliani@gmail.com

mercoledì 11 dicembre 2019

Andrea Fiorino. Amaro in bocca

Andrea Fiorino, Perdere la testa, 2019

Amaro, sulla lingua. Come il sapore che resta alla fine di un incontro. Il bicchierino di ammazzacaffè resta vuoto, il saluto è veloce, la porta si chiude e dove prima c’erano due persone impegnate in un corteggiamento, ne resta una sola. Con un carico di dubbi, parole non dette, imbarazzi e ambiguità. “Amaro in bocca” è il titolo della prima personale a Roma di Andrea Fiorino, ospitata nelle stanze di Casa Vuota, in via Maia 12 al Quadraro. Curata da Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo, la mostra s’inaugura sabato 14 dicembre 2019 alle ore 18:30 e si può visitare su appuntamento fino al 2 febbraio 2020, telefonando al numero 3928918793.

Artista siciliano che vive e lavora a Milano, Andrea Fiorino presenta dipinti, sculture e disegni realizzati appositamente nel 2019 per gli spazi di Casa Vuota e proposti al pubblico in modo installativo.

“Con le opere di ‘Amaro in bocca’ – spiega Andrea Fiorino – provo a raccontare ciò che può accadere durante un innamoramento e una delusione d’amore, in maniera ironica, a volte grottesca o spaventosa”. Costruita come una sequenza narrativa, la mostra racconta una storia attraverso varie scene, istantanee di un corteggiamento senza idealizzazioni, in cui si ritrovano gli stessi protagonisti, tela dopo tela, scena dopo scena, a condividere uno spazio di seduzione, stupore e mistero. “Tele di grandi dimensioni che occupano lo spazio in maniera prepotente e arrogante con il colore e il segno che le caratterizza – prosegue l’artista – si sparpagliano nell’ambiente e la casa fa da scenario a eventi che seguono un unico filo narrativo, dove personaggi e situazioni si ripetono come in un flusso di coscienza. Gli avvenimenti che ho rappresentato accadono tutti in un arco temporale contenuto, come se fossero scene del racconto di una notte soltanto. Spunti narrativi e immagini racchiudono in sé diversi livelli di lettura possibili. Senza che vi sia un unico finale precostituito”.

Casa Vuota è il teatro di questa storia che si popola dei personaggi bizzarri e surreali che sono tipici delle visioni pittoriche e scultoree di Fiorino. La sua ricerca infatti trova nell’accostamento di elementi disparati la chiave di lettura per superare i limiti del reale e trasformare la percezione quotidiana in sogno o finzione. Così, nella fluidità dei dipinti appesi alle pareti senza telaio, si rende possibile un’ambiguità dei generi, dei sentimenti suscitati e dei percorsi di lettura praticabili che corrisponde a un’ambiguità della visione, spingendo le operazioni di decodifica della trama pittorica sul terreno dell’ambivalenza, del doppio senso e del libero gioco delle analogie e delle dissonanze.

Andrea Fiorino è nato nel 1990 ad Augusta, in provincia di Siracusa. Laureato in Grafica d’arte e Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, vive e lavora a Milano. Tra le mostre più recenti, si segnalano nel 2018 la bipersonale “Every day like a Sunday” alla Antonio Colombo Gallery di Milano a cura di Ivan Quaroni e nel 2017 le collettive “Limiti-Confini” 5° Premio Cramum per l’arte contemporanea presso il Grande Museo del Duomo di Milano a cura di Sabino Maria Frassà, “Novantiani” alla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito di Castellabate (Salerno) a cura di Camillo Langone e “Selvatico 13. Fantasia/fantasma. Pittura fra immaginazione e memoria” a Fusignano a cura di Massimo Fabbri.


INFORMAZIONI TECNICHE:
TITOLO DELLA MOSTRA: AMARO IN BOCCA
AUTORE: Andrea Fiorino
A CURA DI: Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo
LUOGO: Casa Vuota – Roma, via Maia 12, int. 4A
QUANDO: dal 14 dicembre 2019 al 2 febbraio 2020
ORARI: visitabile su appuntamento
VERNISSAGE: sabato 14 dicembre 2019, ore 18:30
INFORMAZIONI: cell. 392.8918793 | email vuotacasa@gmail.com | INGRESSO GRATUITO

Regina José Galindo – Lavarse las manos


La Real Academia de España en Roma presenta Lavarse las manos di Regina José Galindo a cura di Federica La Paglia e parte del più grande progetto dal titolo “cuestiones de estado”, dedicato al tema della migrazione e raccontato dall’artista attraverso le testimonianze dei migranti. Promosso e prodotto dal Ministero degli Affari Esteri, dell’Unione Europea e Cooperazione di Spagna, dalla Real Academia de España en Roma e dal Centro Culturale di Spagna in Guatemala, il progetto proseguirà poi a Madrid sempre nel mese di dicembre 2019 

L’artista guatemalteca ha ideato un progetto site specific che si sviluppa in una performance e una mostra, “Lavarse las manos”, ospitato presso la Real Academia de España en Roma. Il primo appuntamento è martedì 10 dicembre con la performance che vede la partecipazione attiva del pubblico, in un percorso obbligato che ha lo scopo di coinvolgere il visitatore rispetto al tema della migrazione, mettendolo di fronte alla vita degli altri. 


La mostra, che verrà inaugurata il 13 dicembre, nasce con la performance e si compone di vari elementi, tra cui un audio ambientale e alcune fotografie, il cui particolare formato evoca la forza delle protagoniste del progetto, con cui l’artista, come in tutta la sua più recente produzione, ha lavorato per l’occasione. 

Concepito appositamente per la Real Academia de España en Roma e realizzato a Roma durante un periodo di residenza dell’artista, “Lavarse las manos” riflette sulla migrazione attraverso abiti e testimonianze di donne rifugiate in Italia, perché “la storia troppo spesso si scrive sul corpo delle donne” sottolinea l’artista. 

In un periodo storico caratterizzato da una forte tensione sociale, da dibattiti sulla questione immigratoria e accesi rigurgiti di xenofobia, Regina José Galindo elabora un progetto di matrice relazionale, che mette in discussione il concetto di alterità, la sua visione occidentale ed eurocentrica e le relazioni di potere. 

Come spiega la curatrice Federica La Paglia, “Lavarse las manos è un progetto complesso in cui l’artista innesca un processo di responsabilizzazione del pubblico attraverso una gestualità quotidiana che solleva questioni in ordine alla normalità dell’indifferenza e intende scoperchiare pregiudizio, comoda inconsapevolezza e paternalismo. Galindo agisce a livello empatico per ribaltare la prospettiva sull’altro, il migrante, la donna. Spezza dinamiche relazionali deviate da prospettive storiche e culturali di stampo eurocentrico, accoglie e restituisce l’esistente. Non proprio un atto di accusa, ma un gesto di verità che vuole consapevolezza e passa attraverso l’economia del dono”. 


Regina José Galindo, classe 1974, è artista visiva e poetessa, vive e lavora in Guatemala, utilizzando il proprio contesto come punto di partenza per esplorare e denunciare le implicazioni etiche della violenza sociale e delle ingiustizie connesse con la discriminazione razziale e di genere e gli abusi del potere. 
Vincitrice del Leone d’Oro come Migliore Giovane Artista alla 51ma Esposizione Internazionale d’Arte-la Biennale di Venezia (2005) , più volte è stata invitata alla Biennale di Venezia, ha inoltre partecipato alla 14ª edizione di Documenta e, tra le altre, alla 17ª Biennale di Sidney, alla 2ª Biennale di Mosca. Tra le sue mostre personali: SOS. Prometeogallery, Milano 2018; La Sombra, Proyectos Ultravioleta, Frieze, Londra 2017; Mechanismen der Gewalt. Frankfurter Kunstverein, Francoforte 2016; Nadie atraviesa la región sin ensuciarse. ArtCenter, Miami 2015; Estoy Viva. PAC. Padiglione d'Arte Contemporanea, Milano 2014. Le sue opere sono entrate in molte collezioni tra cui quelle del Museum of Modern Art (MOMA), New York; Tate Modern, Londra (UK); The Pompidou Foundation, Parigi; Museo Castello di Rivoli, Torino; Guggeheim Collection, New York; Daros Foundation, Svizzera; Miami Art Museum, Miami; Cisneros Foundation, Miami; UBS, Svizzera; Fondazione Galleria Civica Trento, Trento e Meiac in Spagna. 


Regina José Galindo – Lavarse las manos
a cura di Federica La Paglia
Inaugurazione mostra: venerdì 13 dicembre 2019 ore 18.30 
Apertura mostra: 14 dicembre 2019 – 31 gennaio 2020

Piazza San Pietro in Montorio, 3 00153 - Roma - Lazio