martedì 7 marzo 2017

Edicola RAra, Rescigno: SegniCeltici

 
Giovedì 23 marzo dalle ore 19:00 alle ore 23
Via de Cristoforis, centro storico, 70038 Terlizzi (Ba)
 
 
INFINITO SPAZIO DI UNA CELLA. Le «discipline umanistiche – è quanto evidenziava  Gombrich nella relazione al simposio organizzato dalla Fondazione Praemium Erasmianum  nel 1988 – devono dipendere da un sistema di valori» cifra peculiare e dialettica che «le  distingue dalle scienze naturali». È un punto fermo che, dagli inquieti anni di avvio del  nuovo millennio, torna a proporsi quale elemento centrale, quasi nodo scottante, del dibattito  sull’arte, segnando un confine, se pur precario, fra le più accreditate tendenze della storia e della critica. Il valore presuppone una scala senza misura ne rapporti: i valori sono ciò che  ci destinano al futuro; è quanto di ciò che il presente ha conservato per essere present...e. Lo  spazio della nostra realtà endless, infinita e fluida sarà il luogo di micro-macro accadimenti,  di eventi, di creatività che daranno ossigeno ai valori, rigenerandone i lieviti.
Nello spazio di una cella confinante con il mondo attraverso un vetro, i linguaggi degli artisti  invitati a realizzare un intervento site specific, cadenzeranno la narrazione di giorni che, uno
nell’ altro, racconteranno le emozioni, i sorrisi, le contrarietà: tutto ci aiuterà, perché tutto filtrerà dal vetro e andrà a riporsi nell’ infinito spazio della cella. Ho voluto condividere con  Paolo De Santoli e gli amici della RA contemporanea art il desiderio di costruire una trance  di tempo che verrà, ma anche l’energia che li spinge all’ incontro, a guardare all’arte come  viatico alla ‘stanchezza’ che non è quella fisica.
«Esiste – scriveva Pessoa – una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile  delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la  dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di  con l’anima».

Nell’opera di Giuseppe Rescigno il segno assume un ruolo di primaria importanza,  come vettore di una effettiva partecipazione sociale dell’attività estetica. È un segno  che si fa comunicazione diretta, dialogo con quanto attira la sua attenzione e il suo  interesse. Un vettore dunque portante che, per la sua essenzialità ed immediatezza,  si dispone quale “segnale”; cioè si fa evidenza di una precisa ed univoca  comunicazione, grazie alla quale Rescigno prova a mettere in contatto luoghi della  contemporaneità, con memorie ancestrali, con lontane ritualità arcaiche.
Tali segnali come è nel caso dell’installazione proposta per l’edicola-RARA,  fondano sull’alternarsi, in misura tridimensionale, di forme-sagome che, talora  realizzate con colori accesi e squillanti talaltra riportate all’originario colore del  ferro, danno vita a giochi di pieni e di vuoti. È così per Segni celtici, concepiti  dall’artista come veri e propri complessi scultorei, che aggregano più forme,
istituendo con il fondo un gioco di relazioni dettato dalle ombre.
Il richiamo al dizionario dei ‘segnali’ urbani, a quei segni attinti al codice dei ‘movimenti’ di una città consente all’artista di ideare il complesso plastico come  variabile, vale a dire disposto a confrontarsi con i luoghi, come avviene per questa  esperienza messa su a Terlizzi nel quadrilatero di una ‘cella’. L’artista torna  nuovamente su un tema che da oltre quarant’anni sollecita domande alla sua  immaginazione: ossia torna ad interrogarsi riguardo alla città, ai suoi luoghi, alla sua  anima che rende viva e pulsante di storia il presente. Massimo Bignardi

RA contemporaryArt · Museo FRaC Baronissi SA · Pro Loco Terlizzi
il Sito dell’Arte · Ceramica, Liceo Artistico Corato · Studio ADF, consulting
CaravanSerraglio, ricevimenti · il Vicolo, ristorante
il Cibo degli Dei, pasticceria · Augustus, b&b · il Portale, b&b
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www.facebook.com/EdicolaRaRa - contatti: 338.7674491
 
 
 

CLERICI: Omaggio a Savinio. Una mostra della Galleria del Laocoonte di Roma

 
 
Alberto Savinio, Loterie Clandestine, 1948 matita su carta, cm 28.8x24.4
 
 
 Alberto Savinio, Studio per La Vedova, 1930 ca, matita su carta, cm 27,5 x 20



8 Marzo 2017 - 28 Marzo 2017
Bologna, Galleria Fondoantico di Tiziana Sassoli
 
Mostra a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica

Comunicato Stampa
I 39 disegni originali che hanno dato vita a quel capolavoro del divertissement culturale di Fabrizio Clerici che è Alle cinque da Savinio, è oggetto di una preziosa esposizione a cura di Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli fondatori della Galleria del Laocoonte che sarà ospitata nella prestigiosa Galleria Fondoantico di Tiziana Sassoli in via de’ Pepoli, 6E.
I disegni, tracciati a mano libera, quasi sempre con un pennarello rosso fine, vengono proposti in mostra accanto ad una attenta selezione di opere di Alberto Savinio. Tra esse, Maria Antonietta e Luigi XVI, disegno per una delle tavole dei Processi Celebri, un Tiresia monocolo dallo scaligero Oedipus rex di Strawinskij, un’acquarello di Poltromamma ed ancora, un disegno preparatorio per un Ritratto di Signora con testa d’uccello dal becco a spatola.
La mostra, rievocando la celebre pubblicazione affidata nel 1983 all’edizione di Franca May, fa rivivere l’amicizia fra Savinio e Fabrizio Clerici che di quel volume illustrato fu l’autore delle tavole e il committente. L’arte di Clerici sarà presente in mostra anche con il suo dipinto Il sogno di Lessing, dedicato, non a caso, al Laocoonte. Con questa citazione infatti si inanella un ciclo, perché è oggi la Galleria romana del Laocoonte a conservare 39 tavole dell’omaggio a Savinio qui esposte.
Fabrizio Clerici, con un naso così importante e nobilmente adunco, poteva sembrare a prima vista un rapace, ma bastava ascoltare la sua voce educata, i suoi discorsi raffinati in cui erano spesso incastonate, nel suo italiano di milanese vissuto a Roma sin da bambino, qua e là parole e frasi francesi, per capire che egli non era uccello da preda, ma piuttosto un distintissimo trampoliere, una gru, un airone, a cui madre natura aveva dato per sopravvivere il dono supremo dell’eleganza e lunghe gambe dall’alto delle quali poter osservare la bassa corte in cui razzoliamo noi bipedi ordinari.
Così quando quest’artista surreale e metafisico, nel 1983, fece stampare presso le edizioni di Franca May, il volume di illustrazioni “Alle Cinque da Savinio”, con prefazione di Leonardo Sciascia, tutti videro, nel repertorio ornitologico in 48 tavole, in cui uccelli di ogni razza interpretavano come in “tableaux vivants” le scene di vita quotidiana e le cerimonie di un’umanità borghese ormai scomparsa, un esercizio estremo nel genere dell’autoritratto: non nel rappresentare se stessi, ma tutti gli altri come se stessi.
Eppure non sappiamo se Fabrizio Clerici fosse cosciente di questo risultato. Il pittore, lo scrittore a cui l’omaggio è dedicato, Andrea De Chirico (Atene 1891 – Roma 1952) in arte e per i posteri ormai Alberto Savinio, invece lo sapeva. Quando ritrasse se stesso si rappresentò – si vide – con una testa di civetta su di un corpo umano, caro ad Atena Dea dell’intelletto e simbolo del notturno studio. E dalle favole di Esopo fino alle Scene della Vita degli Animali di Grandville, rappresentare gli uomini come bestie è sempre stata arte di caricatura e satira sociale. Satira garbata, di un borghese che mette in caricatura i borghesi pari suoi, ma pur sempre caricatura, che è come dice il nome, mettere in ciò che si rappresenta di più di ciò che gli occhi vedono. Meglio, nel caso di Savinio, vedere la vera immagine della persona al di là degli ingannevoli tratti somatici umani: così anche la Madonna dell’Annunciazione può divenire uno struzzo o un uccello dal becco a scarpa, un’elegante Signora con Ventaglio un casuario o una papera, un eroe classicamente nudo portare sopra il collo la testa di un gallo o di un germano reale. Forse gli uccelli, se si potessero vedere così, se ne potrebbero avere a male, ma non la borghesia per la quale Savinio dipingeva, quando ancora si facevano ritratti “seri” di Signore con Ventaglio o quando il Duce del Fascismo poteva venir rappresentato seriamente nudo come un eroe grecoromano.
Fabrizio Clerici (Milano 1913 – Roma 1993) è stato l’ultimo surrealista, l’ultimo metafisico, non tanto d’Italia, ma di una cosmopoli elegante che ha esalato il suo canto del cigno prima del ’68, prima dell’ineluttabile volgarità trasversale di massa che tutto ha travolto sotto la mascheratura delle provocazioni d’avanguardia. “Il Minotauro che accusa sua Madre”, “Il Sonno Romano”, “Le Confessioni palermitane”, sono da considerarsi ancor’oggi, e forse oggi ancora di più, dei legittimi capolavori. Da Savinio lo separavano ventidue anni, eppure con Savinio ebbe tra guerra e dopoguerra un sodalizio di cui rimane concreta testimonianza scritta in “Ascolto il tuo cuore città” (1944), passeggiata e divagazione letteraria in giro per Milano in cui il giovane Clerici è continuamente evocato come compagno e deuteragonista – cioè secondo attore. Due anni prima, un’introduzione di Savinio aveva accompagnato dieci litografie di “Capricci”, che lo scrittore afferma in modo lusinghiero doversi guardare “col terzo occhio che al dire degli stoici ci portiamo al sommo del cervello, e col quale guardiamo i sogni”.
Trent’anni dopo la morte dell’amico, Clerici si divaga di un’inverno di malattia riempiendo un piccolo album di Scene di Vita di Volatili borghesi, ritratti alla maniera di Savinio, spesso in camere e sale metafisicamente spoglie, impegnati nella liturgia sociale di una belle époque che par precedere la prima guerra mondiale. Un tempo lontanissimo che però Savinio aveva vissuto, cantato in prosa ne “L’Infanzia di Nivasio Dolcemare”, e trasfigurato nei suoi quadri ritraendo in modo visionario le vecchie foto della sua famiglia dove i genitori si trasformano in confortevoli poltrone da salotto.
Bologna, Galleria Fondoantico di Tiziana Sassoli, – via de’ Pepoli, 6E, ORARI: 10.00-13.00 15.00-19.30 ( aperto tutti i giorni)
Per Informazioni: Galleria del Laocoonte, tel. 06 68308994
Galleria Fondantico, tel. 051 265980 - uff.cio stampa  Studio Esseci




La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e la Fondazione Plart sono liete di annunciare, nell’ambito di PROGETTO XXI (ed. 2017), la mostra PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE. Franco Mello tra arti e design, a cura di Giovanna Cassese e realizzata presso la Fondazione Plart in via Martucci 48 a Napoli.

 
PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE
Franco Mello tra arti e design
 
a cura di Giovanna Cassese

Presso la Fondazione Plart - Napoli
9 marzo – 3 giugno 2017
 
 
 
La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e la Fondazione Plart sono liete di annunciare, nell’ambito di PROGETTO XXI (ed. 2017), la mostra PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE. Franco Mello tra arti e design, a cura di Giovanna Cassese e realizzata presso la Fondazione Plart in via Martucci 48 a Napoli. PROGETTO XXI è la piattaforma attraverso la quale la Fondazione Donnaregina esplora sia la produzione artistica emergente nel suo farsi pratico e teorico sia le pratiche artistiche più seminali degli ultimi decenni nella loro esemplare proposta metodologica, contribuendo alla produzione e alla diffusione di narrazioni e storiografie alternative del contemporaneo e alla definizione di una sistema regionale delle arti contemporanee basato sulla collaborazione e interscambio fra istituzioni pubbliche e private operanti in Regione Campania. In particolare la partnership con Fondazione Plart permette di allargare i pubblici di riferimento e di approfondire nuove metodologie di ricerca, esplorando le relazioni in costante aggiornamento fra arte, architettura e design, con l'obiettivo di creare le premesse per progetti museali in grado di abbracciare l'ampio spettro di queste relazioni. Oltre ad avviare, con una pluralità di soggetti di eccellenza, una riflessione sistematica sulle tematiche del restauro nelle arti contemporanee e a supportare, quindi, l'affermazione delle nuove professionalità ad esse connesse. L’ampia e attesa mostra PROVOCAZIONI E CORRISPONDENZE. Franco Mello tra arti e design è dedicata alle principali e più radicali realizzazioni della produzione di Franco Mello, autore d’icone del design contemporaneo – come l’appendiabiti Cactus, progettato nel 1972 insieme a Guido Drocco per l’azienda Gufram – ma, soprattutto, figura esemplare di un designer che ha creduto, fin dall’inizio della sua ricerca, nel dialogo tra le arti, così come la Fondazione Plart che ne ospita questa mostra personale. La mostra inaugurerà il 9 marzo 2017 alle ore 19.00 negli spazi della Fondazione Plart (Via Martucci 48, Napoli) dove sarà visitabile fino al 3 giugno 2017. L’autore sarà presente all’inaugurazione e parteciperà in seguito anche al workshop sulla conservazione e il restauro del design, previsto alla Fondazione Plart il 4 aprile 2017. Quella di Mello è una produzione varia e articolata, che spazia dal design alla fotografia, dalla grafica all’editoria, e che lo vede ricoprire i ruoli e le funzioni di artista, docente, creatore di gioielli e ideatore d’installazioni multimateriche. La sua attività ha avuto inizio negli anni Settanta, sullo scenario di una Torino all’avanguardia – quella di Germano Celant e dell’Arte Povera – in costante dialogo con critici e artisti avanguardisti del nostro paese, di cui ha fatto grande tesoro. D’allora, è al centro di rilevanti rapporti con l’industria italiana, mostrando una feconda e profonda cultura del contemporaneo, capace di tradurre con straordinaria ironia e leggerezza le grandi potenzialità dei materiali plastici. In mostra, armoniosamente allestiti su un supporto espositivo progettato da Felix Policastro, saranno esposti i famosi oggetti-scultura in poliuretano espanso prodotti per Gufram e Dog Design: tra questi, la Seduta Incastro, il Tavolo Erba, il Cactus, presentato in tutte le sue riedizioni prodotte dall’azienda piemontese, fino allo Psychedelic Cactus del 2016 ad opera dello stilista Paul Smith, insieme alle sedute Suburbia, Mun e Mun Bis. Un’altra sezione sarà dedicata all’attività grafica di Franco Mello, con l’esposizione di libri d’artista, cataloghi e riviste d’arte come i tre numeri della rivista Materiali per l’Arte e i libri curati con Giorgio Maffei e pubblicati dalla Galleria Persano di Torino: Sei Illustrazioni per gli scritti sull'arte antica di Johann J. Winckelmann di Giulio Paolini, L'arte è una scienza esatta di Claudio Parmiggiani e Pantomima di Marco Gastini, tre libri del 1977, di grande formato e di straordinaria qualità di stampa. In mostra saranno esposti inoltre i gioielli di Michelangelo Pistoletto, Emilio Isgrò, Mimmo Paladino, Marco Gastini, Matteo Bonafede, Aldo Spinelli: una selezione tratta della collezione Sfioro ideata nel 2013 dallo stesso Franco Mello con Mauro Bonafede e Susanna Besio Tosco, in cui ogni artista coinvolto è stato invitato a progettare un gioiello poi realizzato in tiratura limitata con tecniche orafe artigianali quasi dimenticate. Due video inediti e un’ampia selezione di foto realizzate dall’artista in piccolo e grande formato sono parte del percorso espositivo e scandiranno le voci di una produzione che spazia a tutto campo dall’arte, al design della comunicazione, al product design… perché, come scrive Flaviano Celaschi, Franco Mello è un prodotto bellico… che ha avuto la fortuna di vivere i migliori anni degli ultimi secoli… Lo ha fatto senza mai decidere che mestiere fare, senza mai vivere di lavoro, portandosi continuamente da un progetto all’altro in un’ansia di irrequietudine intrisa di pensiero riflessivo, senza mai chiedersi se fosse arte, design, editoria, grafica, televisione, allestimento, architettura, o altro. La mostra sarà accompagnata dalla pubblicazione di un corposo volume sull’attività di Franco Mello edito da Gangemi Editori. Il catalogo conterrà nella prima parte interventi di Giovanna Cassese che attraverserà in un saggio tutta la poliedrica attività di Franco Mello, Cecilia Cecchini e Alba Cappellieri che inquadreranno aspetti specifici della mostra come quello delle plastiche e dei gioielli, e quello di Claudio Germak che inquadrerà la produzione di Mello nell’ambito del design e dell’industria in Piemonte. Il catalogo, nella seconda parte, presenterà, grazie al lavoro di raccolta dello stesso Mello, documenti preziosi su tutta la sua complessa produzione, dalle origini ad oggi, con l’inserimento di alcuni testi critici significativi raccolti nel tempo: da Francesco Poli a Edoardo Sanguineti, da Paolo Fossati a Mirella Bandini e Francesco De Bartolomeis. Così si fa il punto su Mello fotografo, designer, grafico, editore, ideatore di giochi per bambini, creatore di allestimenti e packaging. Il 4 aprile 2017, nell’ambito della mostra si terrà un workshop sulla conservazione e il restauro del design, a cura di Giovanna Cassese, storica dell'arte, Professore dell'Accademia di Belle Arti di Napoli e Presidente dell'ISIA (Istituto Superiore Industrie Artistiche di Faenza) e del Dipartimento di Restauro del Plart. L’evento riprende il tema del convegno Il futuro del contemporaneo Conservazione e Restauro del Design, primo convegno internazionale sul tema tenutosi alla Fondazione Plart nel 2015, nell’ambito del Festival Internazionale di Design. Il workshop introdurrà i partecipanti alle problematiche di conservazione del design focalizzando l’attenzione sull’attività di Franco Mello, per comprendere l’intenzionalità delle sue opere, affrontando, nello specifico, i temi dei materiali e della tecnica, della permanenza e della sostenibilità. Presskit e immagini sul sito www.culturaliart.com
  INFORMAZIONI UTILI
TITOLO DELLA MOSTRA: Provocazioni e corrispondenze. Franco Mello tra arti e design OPERE DI Franco Mello PROMOSSO DA: Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee in collaborazione con Fondazione Plart A CURA DI: Giovanna Cassese SEDE ESPOSITIVA: Fondazione Plart, via Giuseppe Martucci 48, Napoli, Italia TEL E INFO: 081-19565703, info@plart.it COSTI INGRESSO: Gratuito per la mostra Per informazioni consultare i siti www.madrenapoli.it e www.fondazioneplart.it INAUGURAZIONE: 9 marzo 2017 DATE DI APERTURA: 9 marzo – 3 giugno 2017 ORARI DI APERTURA: da martedì a venerdì ore 10.00 - 13.00 / ore 15.00 - 18.00 Sabato ore 10.00 - 13.00 DATA DEL WORKSHOP: 4 aprile 2017 PATROCINIO: Regione Campania, Comune di Napoli SPONSOR: Aet - Costantinopoli 104 CATALOGO: Gangemi Editore Ufficio stampa Fondazione Plart Culturalia di Norma Waltmann
 

lunedì 6 marzo 2017

Sarah Jérôme. Il mormorio dei fossili

 

Reportage di Massimo Nardi


 
Foto di Massimo Nardi
 
Venerdì 10 marzo alle ore 19.00 la galleria Doppelgaenger inaugura “Il mormorio dei fossili”, prima mostra personale in Italia di Sarah Jérôme.

L’artista arriva alle arti figurative dopo tredici anni trascorsi nel mondo della danza e da questa disciplina, da questa filosofia di vita, sembra che continui ad attingere il vigore e l’armonia delle sue opere. Il corpo umano puntualmente disgregato e ricomposto è spesso il suo motivo d’ispirazione.
Le opere di Sarah Jérôme, come nelle più classiche delle metamorfosi, sono fatte di diversi elementi sia vegetali che animali ed emergono da magma artistico simile ad una continua combustione, ad una alterazione minerale.
Le opere dell’artista sono veri e propri luoghi di suggestioni, di citazioni letterarie che tramite il corpo e le sue trasfigurazioni rapprendono fogli e materia;Jérôme traduce questi elementi in opere fatte di simboli e realtà, di bellezza e avversione, di dolcezza e virilità, di intimità e apparenza.
Le opere selezionate per questa mostra sono le testimonianze di questa costante tensione dello spirito nel creare e reinterpretare miti, tra la grevità dell’informe e la delicatezza dei corpi e questo Jérôme lo conferma quando ci dice che «il corpo è il nostro comune denominatore, il teatro dei nostri desideri e delle nostre sofferenze. Alla stregua di un sito geologico formato da strati, è attraverso il corpo che la memoria si imprime, ed è attraverso di lui che siamo in grado di comunicare.»

Sarah Jérôme nasce a Rennes nel 1979. Vive e lavora in Francia. Dopo aver ottenuto il diploma presso il Conservatoire National Supérieur de danse di Parigi nel 1998, lavora presso la Lyon Opera Ballet e si dedica alle arti plastiche dal 2001 quando si iscrive alla Ecole Supérieur des Beaux artes di Parigi. I suoi lavori sono esposti in Francia, Italia, Inghilterra, Germania, Svizzera e Belgio presso musei, gallerie e fiere d'arte contemporanea.


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On March 10th, at 7 p.m. Doppelgaenger gallery opens “Il Mormorio dei Fossili”, the first solo exhibition of Sarah Jérôme in Italy.

The artist comes to figurative art after thirteen years spent in the world of dance and it’s from this discipline, from this philosophy of life, that she seems keeping to draw the force and harmony of her
works. The human body, always disintegrated and recomposed, is often her source of inspiration. Just like in the most classic of the metamorphoses, the works of Sarah Jérôme consist of different elements, both plants and animals, and emerge from an artistic magma similar to a continuous combustion, a mineral alteration. The artist's works are true places of suggestions, of literary quotations that thicken sheets and matter by means of the body and its transformations; Sarah Jérôme translates these elements into works made of symbols and reality, beauty and hate, sweetness and virility, intimacy and appearance.
The works selected for this exhibition are evidence of this constant tension of the mind in creating and reinterpreting myths, between the heaviness of the formless and the delicacy of bodies. Jérôme
confirms this when she says, "the body is our common denominator, the theatre of our desires and our sufferings. Like a geological site formed by layers, it is through the body that memory is imprinted, and it is through him that we are able to communicate”.

Sarah Jérôme was born in 1979 in Rennes. She lives and works in France. Awarded a diploma by the conservatoire national supérieur de danse of Paris in 1998, she works for the Lyon Opera ballet and turns to the plastic arts in 2001 when she studies to the l’école nationale supérieure des Beaux arts de Paris. Her work is shown in France, Italy, England, Germany, Switzerland, Belgium as well in galleries as in fairs or Museums.


ARTE È GIÀ FEMMINILE!



ARTE È GIÀ FEMMINILE!
a cura di Simona Caramia e Maria Saveria Ruga

ARTE È GIÀ FEMMINILE! Questo il titolo slogan da cui partono due giornate studio sul ruolo della donna nell'arte, che si svolgeranno presso l'Accademia di Belle Arti di Catanzaro.
Muovendo da molteplici riflessioni, storiche dell'arte e artiste si confronteranno sul potere dello sguardo femminile, sulle modalità del "vedere sensibile" delle donne, nelle giornate del 23 e 24 marzo nell'Aula Magna dell'Accademia; due incontri aperti alla città nei quali si susseguiranno interventi a carattere storico-critico in data 23 marzo, a cura di Maria Saveria Ruga, Anna Maria Panzera, Valentina Tebala, Simona Caramia, Cristina Casero, Alessandra Troncone, e in data 24 marzo con gli interventi delle artiste Veronica Montanino, Caterina Arcuri, Elena Diaco Mayer, Elisabetta Di Sopra, Jolanda Spagno.

L'immagine-copertina dell'evento è un'opera di Claudia Giannuli (Alice E. Doherty 1887-1933).

pubblica:

La Percezione del Vuoto di Giorgio Pahor

Giorgio Pahor sceglie gli spazi del magazzino di Via Concordia 44 a Roma per inaugurare, giovedì 16 marzo, alle 18.00, la sua mostra “La Percezione del Vuoto”, a cura di Alberto Dambruoso.

Se il titolo dell’esposizione da solo è in grado di raccontare le ultime riflessioni e le recenti sperimentazioni dell’artista, lo spazio in cui le opere saranno allestite sarà in grado di rappresentare ancora meglio, facendosene esso stesso manifestazione, la sua affascinante e complessa concezione del vuoto.

Giorgio Pahor ha scelto infatti un magazzino, che ha avuto e avrà in futuro vocazione differente da quella artistica ed espositiva, cogliendo il valore del suo vuoto temporaneo, transitorio e sfuggente. L’artista porterà le sue riflessioni tra le pareti spoglie di questo luogo altro, giocando a bilanciare, ma solo in parte, il vuoto degli spazi. Non solo carico di una connotazione negativa, attribuita spesso dalla società contemporanea, durante la mostra il termine riacquisterà la possibilità di essere anche sacralità, senso di libertà, movimento, spazio di elaborazione, pensiero. Positivo o negativo, sarà l’uomo a stabilirne il valore, il vuoto riacquisirà il riconoscimento dell’esistenza e la possibilità di essere in molteplici percezioni e in molteplici definizioni.

Giorgio Pahor, da viaggiatore e girovago qual è, porta tra le opere le culture che ha assorbito, le teorie filosofiche e religiose che ha ascoltato, le testimonianze storiche e le definizioni fisiche. Tele, installazioni, acquerelli e tempere raccontano quello che del vuoto ha asserito e scritto il mondo, e l’uso che ne ha fatto l’uomo nella sua vita, abbandonandosi, sin dai tempi più lontani, al potere dell’intuizione e all’affermarsi della percezione.

Pahor, per progettare ed elaborare le proprie opere, da sempre si concentra sulle relazioni, tra l’uomo e l’universo, tra la memoria umana e la dimensione spazio-temporale, tra la passione e la ragione, e sulle interazioni tra logos, sentimento e pathos, in un percorso interiore di astrazione concettuale. Così, anche per “La Percezione del Vuoto”, l’artista ha lavorato sulle relazioni tra la forma e lo spazio, offrendo all’osservatore opere in grado di raccogliere e sintetizzare le risultanze dei loro reciproci scambi. Condizione desiderata e determinata sarà poter percepire, durante il percorso espositivo, il vuoto come forma e la forma come vuoto.

Più di trenta opere per molti più significati: nel vuoto tutto può esistere e tutto può scomparire.

Le opere saranno accompagnate da un scritto dell’artista, dedicato alla percezione del vuoto.
Al termine della mostra sarà presentato il catalogo con testo critico del curatore Alberto Dambruoso.

La Percezione del Vuoto
Di Giorgio Pahor
A cura di Alberto Dambruoso

16 marzo – 30 marzo 2017
Via Concordia 44, Roma

Opening 16 marzo Ore 18.00

Manuela Macco. black bag notes / 2010 - 2017

MANUELA MACCO
black bag notes / 2010 - 2017
a cura di Barbara Fragogna

INAUGURAZIONE sabato 4 marzo ore 19

dal 4.3 al 1.4.2017
Gio - Sab // 16 - 19.30
e su appuntamento

La Fusion Art Gallery presenta black bag notes / 2010-2017, mostra personale di Manuela Macco. L’artista torinese che con la sua attuale pratica artistica lavora con la performance, il video, la fotografia e l’installazione è anche curatrice insieme a Guido Salvini del progetto tpa/torinoPERFORMANCEART.

Le opere in mostra raccontano alcune tappe significative degli ultimi sette anni di lavoro dell’artista. La mostra fa parte di COLLA la nuova piattaforma delle gallerie torinesi e rientra nel circuito di NEsxT Independent Art Network e ContemporaryArt Torino+Piemonte

NO, MA IO NO (la negazione che s’impone)
di Barbara Fragogna

(…) non si trasforma la propria vita senza trasformare se stessi. – Simone de Beauvoir
Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso
e intrappolato in un corpo di donna? – Virginia Woolf


Corpuscolo, sostenuto, oscillante, immobilmente in moto, ostinato, vuoto, statico/morbido, fluido paradosso, equilibrio, indefesso, assente.
Manuela Macco si nega attraverso gesti attivi minimi e austeri che si collocano ai margini dell’attenzione dello sguardo. Sia si tratti della più consistente produzione performativa (video performance, performance) che di frammenti estrapolati da flussi di attività intellettuale (foto, documenti, oggetti), il suo lavoro ci costringe a focalizzare il pensiero oltre l’estetica dell’immagine di modo che l’apparente staticità visuale apra in noi finestre inattese di percezione meditativa. Allora, ipnotizzati dal riflusso, dal mormorio, dal gesto morbido, dobbiamo partecipare, magari ondulando (come l’acqua del Rodano), senza nemmeno accorgerci in coscienza di esserne attori/protagonisti: risultiamo automaticamente parte dell’opera.

Controcorrente, resistente, atto e passivo, concentrato puntiglio, serio cipiglio, limite povero, processo caparbio, schivo, ricerca necessaria ma invisibile, situazione inepilogabile.
L’artista non tenta di gratificarci in alcun modo, ci (e si) mette volentieri a disagio, nega la narrazione, nega (spesso) il suo sguardo (ermeticamente), nega l’ovvio e costruisce l’opportunità di intuire, attraverso pochi elementi poveri/quotidiani/comuni, che c’è un immenso retroscena concettuale che è la base della sua ricerca. La consapevolezza di sé come donna e artista è l’imprescindibile chiave di lettura del suo lavoro. Questa consapevolezza è sensualmente palpabile come, attraverso l’intuizione, è intelligibile un testo poetico.

Ciclo precario, fragile membra, al margine, inerme, nascosto, modesto, schivo, lontano, schermato, chiuso/protetto, cartarmato, ripetitivo, estenuante, resistente, fulgido, monotono, colpevole, consapevole.
Trovandosi letteralmente circondati dalla serie di lavori tra i più rilevanti della sua carriera tra il 2010 e il 2017 siamo testimoni del paradosso. Da un lato le singole opere ci coinvolgono discretamente nella sfera intima e personale, il suo corpo, per quanto spersonalizzato da applicazioni e ri-vestimenti ci avvicina/affabula anche grazie a una non perturbante staticità. D’altro lato il concerto di più elementi allestiti nella sala ci circonda quasi a creare un senso di assedio/pericolo/sfida. La negazione si impone. La modestia è ambigua. Intrappolandoci nella sua maglia oscillante di carne sotto schermo, come un’Aracne contemporanea, c’imbozzola nel suo personale/politico. Devo sapere chi sono (da dove vengo) se voglio sapere chi sono (dove sto andando).

Agito, prestato, abusato, dimesso, visto, spiato, contraddetto, poetico, malinteso, meccanico automa desiderante, impotente, schernito, mercificato, illuso, patetico, epico, stoico, travolto, stop!
Manuela Macco parte dal concetto, la sua ricerca, le sue idee e i suoi studi sono il carburante dell’azione che esplode in esperienza dove il corpo è il corpo è il corpo, dove la mente è pensiero e dove il corpo sintetizza il pensiero della mente, nel modo più onesto e distillato possibile. Nell’esplorazione, nella costruzione e nell’ostensione del Sé tutto è ridotto al minimo, nelle video performance non ci sono prove o ripetizioni, né montaggi, né interventi di post produzione, il lavoro è site specific e i suoni dell’ambiente circostante non sono mai pianificati. Il lavoro è essenziale, ridotto alla sintesi, all’essenza, un nucleo denso e pesante carico di azione compressa che esplode nel nostro cervello come una domanda fondamentale: “No, ma io no, come posso essere me?” e a questa domanda, sempre a volerlo, l’artista risponde incitandoci a cercare, esplorare, studiare, capire, chiedere, sapere, confrontare, osservare, conoscere, onestamente, tutto ciò che ci dirà chi siamo.

Manuela Macco nasce a Biella nel 1970. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Torino lavora come artista visiva, con la performance, il video, la fotografia e l’installazione. Vive a Torino.

Nel corso della formazione universitaria approfondisce la storia della performance art e si interessa di approcci femministi alla storia e alla critica d’arte. Parallelamente, oltre che all’apprendimento della pittura, si dedica per oltre un decennio allo studio della danza contemporanea e di altre tecniche di movimento.

Dalla fine degli anni novanta comincia a ideare azioni basate sull’uso del proprio corpo sviluppando un linguaggio che si colloca inizialmente a metà strada tra performance art e coreografia. Dalla metà degli anni 2000 ricerca prevalentemente nell’ambito dell’arte visiva. Attualmente il suo lavoro, pur partendo dal corpo, si focalizza sull’uso di media differenti che, a seconda del progetto, possono includere la fotografia, il video, il disegno, l’installazione e la performance.

A partire dalla formazione, l’intreccio costante tra produzione artistica e riflessione teorica contraddistingue il percorso dell’artista influenzando i progetti artistici così come quelli curatoriali e pedagogici. Centrale nella sua ricerca è l’indagine sul corpo inteso sia come strumento di espressione e di conoscenza, sia in quanto fatto politico e socio culturale. La sua opera affronta questioni che la coinvolgono direttamente come l’essere donna e l’essere artista. I meccanismi del processo creativo, il ruolo dell’artista nella società, la relazione tra pubblico e artista, la costruzione sociale dell’identità, il rapporto tra sfera pubblica e privata sono alcuni dei contenuti esplorati nel suo lavoro.

Dal 2008 tiene seminari di teoria e pratica della performance art presso varie università, tra cui l’École Supérieure de l’Agglomération d’Annecy, l’Accademia Albertina di Belle Arti, l’Università Degli Studi di Torino. In qualità di curatrice ha ideato e organizzato eventi dedicati alla performance art e mostre incentrate su tematiche di genere. Nel 2012 ha fondato il progetto torinoPERFORMANCEART di cui è tutt’oggi co-direttrice e co-curatrice. Ha partecipato a numerosi progetti internazionali di residenza, festival e mostre.
Collabora regolarmente con l’artista Guido Salvini. Oltre a supportarsi a vicenda nei rispettivi progetti individuali, i due artisti lavorano a progetti comuni, sia artistici che curatoriali. Nel 2008 costituiscono il collettivo Macco-Salvini, dal 2013 curano congiuntamente il torinoPERFORMANCEART.

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