martedì 2 febbraio 2016

Thomas Braida | Solo show


THOMAS BRAIDA
SOLO SHOW
Opening sabato 6 febbraio
h 11 – 16 | Brunch in galleria dalle 11 alle 14

Monitor è lieta di presentare la prima mostra personale di Thomas Braida (Gorizia, 1982). Dopo il debutto a Monitor Studio a New York, lo scorso gennaio, il pittore italiano per la sua prima mostra personale a Roma, ha realizzato un denso corpo di lavori che spaziano dalla pittura su tela a quella su tavola fino ad arrivare alla scultura, offrendoci un excursus variegato della sua ricerca.
Da un estratto dell'intervista a Thomas Braida dal titolo 'The catlover artist' (2014), a cura di Caroline Corbetta (curatore indipendente e direttore artistico del Crepaccio, Milano)

CC-Cosa succederebbe se non lo facessi, se smettessi di dipingere?
TB_Tante cose belle, sono creativo. Mi diverto a fare un po’ di tutto: cucinare, mangiare, lavorare la creta, piantare piante, fare infusi a base di grappa (e assaggiarli), dedicarmi al bricolage, prendermi cura dei gatti... Insomma, vivrei in campagna, leggerei e dipingerei bei paesaggi, perciò non smetterei di dipingere.
CC-Invece di “artista che usa la pittura” ti autodefinisci tranquillamente pittore –cosa che non si usa più molto. Ma sostanzialmente te ne freghi. Sei demodè, fuori dalle tendenze, eppure così dentro al flusso della storia dell’arte. Questa è la tua forza. Sei consapevole di sapere dipingere bene, così intensamente e con tanta onestà?
TB- Sì, certo, te ne accorgi prima o poi. Ma non è colpa mia, a me sembra il minimo quando si dipinge. Fare il pittore è un lavoro che non si può fare bene strizzando l'occhio alle mode.

La mostra sarà corredata da un testo critico a cura di Ilaria Gianni che sarà presentato successivamente all'apertura della mostra.

Fino al 12 marzo

THOMAS BRAIDA
SOLO SHOW
Opening Saturday February 6th
11am – 4pm
Brunch at the gallery from 11am to 2pm

Monitor is delighted to host the Rome solo debut of Thomas Braida (Gorizia, 1982), following his first show at Monitor Studio, New York, last January. For his Roman debut, Braida has completed a dense body of paintings on supports ranging from canvas to wood and paper, offering a broad take on the variegated nature of his artistic research.
An extract from 'The catlover artist' (2014) an interview with Thomas Braida curated by Caroline Corbetta (curator and artistic director at Crepaccio, Milano)

CC – What would you do if you were to stop painting?
TB – So many beautiful things, I’m creative. I amuse myself with all kinds of activities – cooking, eating, moulding clay, planting plants, making (and tasting) grappa teas, bricolage, looking after cats. I think I would live in the country, read and paint beautiful landscapes, so you see in the end I wouldn’t stop painting.
CC – Rather than saying you simply “use” the painting medium, you define yourself with the slightly anachronistic term “painter”. But ultimately you really couldn’t care less – you are out of fashion, out of the trend and yet so within the flux of art history. And that is your strength. Are you aware of the fact that you paint well, so intensely and with such honesty?
TB – Yes, well, sooner or later you realise. But it’s not my fault and to me it’s the least you can do when you paint. Painting is not a job you can do well if you have your eye on trends.

The show will be accompanied by a critical text by Ilaria Gianni (Curator and writer), which will be presented after the exhibition at Monitor.

Until March 12th

Until March 12th
Thomas Braida, Gorizia 1982. He works and lives in Venice.
Solo shows (selected): Monitor, Solo show, Rome; Monitor Studio, New York; Thomas Braida - TOADS SWALLOW FIREFLIES, THE GODS EAT EVERYTHING, Gust van Dijk - Home to Contemporary Art,Tillburg, Holland (2014); Thomas Braida and Valerio Nicolai: Thomas Braida, Il Crepaccio, Milan (2012); Braida / Nicolai, SM>ART, Udine (2011)
Group shows (selected): Qui non si canta il mondo delle rane curated by Andrea Bruciati, Fondazione Malvina Menegaz per le arti e le culture, Castelbasso (TE); BACO | OPEN MIA curated by Stefano Raimondi and Mauro Zanchi, Palazzo della Misericorda(2015); SHIT AND DIE, curated by Maurizio Cattelan, Palazzo Cavour, Turin; Un’idea di Pittura I, Monitor, Rome; La Collezione-Fondazione Malutta, Venice; Istanbul is very busy, SEA Foundation, Istanbul (2013); I Veneziani, P- adiglione Crepaccio atyoox.com (2013); IL CREPACCIO_HAPPY SUMMER! (2012), Painting Detours, Villa Gorgo – Guado dell’Arciduca, San Vito al Torre, Udine (2012); Personal effectsonsale, Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier, Bologna (2012); Premio Lum, Teatro Margherita, Bari (2011); 94ma Collettiva Giovani Artisti, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venice (2010).


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Ciao Mario - In Ricordo di Mario Dondero



SABATO 6 FEBBRAIO, ORE 17.00 | TRIENNALE DI MILANO, SALONE D’ONORE

CIAO MARIO
IN RICORDO DI MARIO DONDERO

Vinicio Capossela, Toni Servillo, Uliano Lucas e altri protagonisti del mondo della cultura celebrano la straordinaria figura di Mario Dondero.
Le loro parole accompagnano la proiezione di film e documentari dedicati al grande fotografo, scomparso lo scorso mese di dicembre.

A poche settimane dalla sua scomparsa, avvenuta lo scorso 13 dicembre, Mario Dondero viene ricordato nella “sua” Milano da un parterre di artisti, fotografi, intellettuali, uomini e donne di cultura e di spettacolo, riuniti nel Salone d’Onore della Triennale, a partire dalle 17.00, per una serata-evento che omaggia uno tra i più grandi fotoreporter di sempre.

Si parte con la proiezione di tre contributi video: Comunisti (1966) di Anders Ehnmark, documentario della televisione svedese che racconta, anche grazie al contributo di Dondero, il contesto socio-politico di Reggio Emilia, assunta a città simbolo del radicamento del PCI; Calma e gesso. Conversazione con Mario Dondero (2015) di Marco Cruciani e l’inedito Mario te la canta e te la conta (2016) di Giacomo Bretzel, affettuoso ritratto famigliare che presenta il Dondero meno noto al grande pubblico.

Il ricordo prosegue, a partire dalle 18, con le testimonianze filmate di Gianni Berengo Gardin e Corrado Stajano, e con quelle dal vivo di Vinicio Capossela, Pietro Cheli, Francesco Cito, Angelo Ferracuti, Uliano Lucas, Paola Mattioli, Antonio Ria e della figlia Maddalena Fossati Dondero. Conclusioni affidate a Toni Servillo, che leggerà alcune memorie della Resistenza scritte dallo stesso Dondero.


Milano, gennaio 2016


Note biografiche
Mario Dondero (Milano, 6 maggio 1928 – Petritoli, 13 dicembre 2015) è stato uno dei più noti fotoreporter italiani. Partecipa, giovanissimo, alla Guerra di Liberazione, combattendo come parrtigiano in Val d’Ossola. Negli anni ’50 è nell’effervescente Milano del Bar Jamaica, dove ha l’opportunità di frequentare artisti, intellettuali, fotografi. Dopo alcune esperienze da giornalista, collabora come fotografo a diverse testate italiane (Le Ore, Cinema Nuovo, Il Mondo). In seguito si trasferisce a Parigi e da qui gira il mondo per realizzare reportage di impegno politico e sociale. Alla fine degli anni ’90 torna in Italia e si stabilisce a Fermo, nelle Marche. Continua a viaggiare e a ritrarre uomini e donne, e le loro storie, per giornali e riviste. Tra i tanti personaggi celebri che ha fotografato anche Fidel Castro, Charlie Chaplin, Maria Callas, Pier Paolo Pasolini e Samuel Beckett. È stato membro onorario della Compagnia Unica dei Portuali di Genova. Nel 2011 l'Accademia di Brera gli conferisce la Laurea Honoris Causa.


Ciao Mario
In ricordo di Mario Dondero
Triennale di Milano, Salone d’Onore (viale Alemagna 6)
Sabato 6 febbraio, ore 17.00
Ingresso gratuito
Intervengono: Vinicio Capossela, Pietro Cheli, Francesco Cito, Angelo Ferracuti, Uliano Lucas, Paola Mattioli, Antonio Ria, Corrado Stajano, Maddalena Fossati Dondero, Toni Servillo. Con i contributi video di Gianni Berengo Gardin e Corrado Stajano.
A cura di Giovanna Calvenzi, Cesare Colombo, Alberto Saibene in collaborazione con AFIP


AFIP INTERNATIONAL - ASSOCIAZIONE FOTOGRAFI ITALIANI PROFESSIONISTI
Per informazioni: info@afipinternational.com

Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Francesco Sala, tel. 02 36 755 700
francesco.sala@clponline.it; www.clponline.it
Comunicato stampa e immagini su www.clponline.it


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Gohar Dashti | LIMBO


Gohar Dashti | LIMBO
a cura di Silvia Cirelli

Inaugurazione: giovedì 4 febbraio, ore 19

Officine dell’Immagine di Milano è lieta di presentare dal 4 febbraio al 16 aprile 2016 la seconda personale dedicata a Gohar Dashti (Ahvaz, Iran – 1980), fotografa iraniana già ospitata nello spazio milanese nel 2013, in esclusiva italiana.
Curata da Silvia Cirelli, la mostra propone i recenti lavori di questa giovane e talentuosa interprete, un’artista che negli ultimi anni si è chiaramente distinta per una sempre maggiore attenzione internazionale. Protagonista in prestigiosi Musei come il Victoria and Albert Museum di Londra, il Mori Art Museum di Tokyo, il Museum of Fine Arts di Boston o la National Gallery of Arts di Washington, Gohar Dashti è diventata uno dei punti di riferimento del panorama artistico del Medio Oriente. In occasione della mostra milanese, il Florida Museum of Photographic Arts le dedica poi un’importante personale, nella quale saranno presentati proprio i suoi ultimi progetti.

Da sempre testimone del complesso tessuto sociale e culturale iraniano, Dashti si contraddistingue per una cifra stilistica di rara suggestione, capace di proiettare nella dimensione metaforica dell’arte la collisione di tratti distintivi apparentemente opposti: ironia e amarezza, incanto e sofferenza, severità ed evasione. La raffinatezza del suo lessico, strettamente connesso a un’implicita connotazione autobiografica, si traduce in una simmetria creativa audace e incisiva, dove l’estetica dell’allegoria si scopre come costante elemento focale.

Il titolo dell’esposizione, LIMBO, prende spunto dall’ultimo progetto dell’artista, l’emblematica serie Stateless (2014-2015), presentata a Milano come nucleo centrale della mostra.
Realizzata in un remoto paesaggio desertico nell’isola di Qeshm, territorio iraniano che si affaccia sul Golfo Persico, la serie regala panorami incontaminati, dove una natura quasi prepotente incornicia scenari dal malinconico richiamo. Nonostante l’innegabile sublimazione del paesaggio circostante, i protagonisti degli scatti sembrano chiaramente abitare un luogo che non appartiene loro. Si riscoprono vulnerabili, davanti ad una strada che non riconoscono. E’ questo silenzioso senso di abbandono, e il dolore della separazione dalla propria terra, la propria storia e quindi la propria cultura, che hanno ispirato Gohar Dashti nella realizzazione di una delle sue serie più poetiche, un progetto che assorbe la sofferenza della difficile condizione di profugo ed esiliato, restituendo l’identità di una memoria a chi purtroppo - a causa di guerre, malattie o soprusi - è stato costretto ad abbandonarla.

L’evocazione di un paesaggio surreale in perfetto equilibrio - o volontario squilibrio - con la componente umana, è riconoscibile anche nella serie Iran, Untitled (2013) in cui l’artista si concentra sulla morfologia emozionale dell’individuo. Come gli evocativi haiku giapponesi, noti per la capacità di catturare un sentimento con l’utilizzo di un linguaggio sensoriale, così Gohar Dashti, con la potenza delle proprie fotografie, riesce a denudare la vulnerabilità umana, traducendo l’autentica essenzialità emotiva.
Di simile lirismo sono anche i trittici del progetto Me, she and the others (2009), nei quali, seppur si abbandoni il dialogo con la natura, rimane comunque il magnetismo di una confessione tanto privata quanto collettiva. Questa volta domina la questione femminile e il conseguente ruolo della donna nella cultura iraniana in tre differenti contesti sociali: al lavoro, nella propria casa e nella sfera pubblica.


NOTE BIOGRAFICHE

Gohar Dashti è nata ad Ahvaz (Iran) nel 1980, attualmente vive e lavora fra Tehran (Iran) e Boston (USA). Laureata nel 2003 alla Fine Art University di Tehran, nel 2005 si è poi specializzata con un Master in Fotografia. Ha partecipato a numerose residenze d’artista e scholarship come DAAD award (2009-2011), Visiting Arts (1mile2 project), Bradford/London, UK (2009), International Arts & Artists (Art Bridge), Washington DC, USA (2008).
Al suo attivo ha numerose mostre sia in importanti Musei stranieri, come il Victoria and Albert Museum di Londra (2015), il Mart di Rovereto (2015), l’Australian Center for Photography di Sydney (2015), the Institut des Cultures d’Islam di Parigi (2015), il Sharjah Art Museum (2014), l’Hong Kong Art Center (2014), il Mori Art Museum di Tokyo (2013), il Fine Art Museum di Boston (2013), il National Taiwan Museum of Fine Art, o il Grimmuseum di Berlino; che partecipazioni a Festival e Biennali, come la recente Beijing Photo Biennial, Foto Istanbul (2014), l’Asian Art Biennial (2013), il Fotofestival di Oslo (2013), Le Printemps de Septembre Festival di Tolosa (2012) e il Photoquai di Parigi (2009).
Le sue opere fanno parte d’importanti collezioni pubbliche, come quelle del Victoria and Albert Museum, London; il Mori Art Museum, Tokyo; il Museum of Fine Art di Boston; la National Gallery of Art, Washington; il Getty Research Center, Los Angeles; l’Abu Dhabi Tourism & Culture Authority di Dubai e la Devi Art Foundation, Gurgaon (India).

Ingresso libero
Orari: martedì – venerdì: 15 – 19, sabato 11 – 19; lunedì e giorni festivi su appuntamento.

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GOHAR DASHTI | LIMBO

Opening: Thursday, February 4, 2016
February 4, 2016 - April 16, 2016

curated by Silvia Cirelli

From 4 February to 16 April, Officine dell'Immagine Gallery is proud to present the second solo show of Gohar Dashti (Ahvaz, Iran - 1980), the Iranian photographer previously exhibited in the Milan-based Gallery in 2013.
Curated by Silvia Cirelli, the exhibition presents the recent work of this young and talented protagonist, an artist who in recent years has made herself clearly distinguishable by increasing international attention. Exhibiting in prestigious museums such as the Victoria and Albert Museum in London, the Mori Art Museum in Tokyo, the Museum of Fine Arts in Boston and the National Gallery of Arts in Washington, Gohar Dashti has become one of the prominent figures of the Middle Eastern art scene. At the same time as the Milan show, the Florida Museum of Photographic Arts (FMoPA) dedicates to her an important solo exhibition, where will be shown these very same recent projects.

As constant witness to the complex social and cultural fabric of Iranian society, Dashti stands out with a signature style of rare beauty, which is capable of projecting into the metaphorical dimension of art, the collision of seemingly opposite traits: irony and bitterness, charm and suffering, severity and evasion. The refinement of her lexicon, closely linked to an implicitly autobiographical connotation, results in daring and incisive creative symmetry, where the aesthetic of the allegory reveals itself as a constant focal point.

The title of the exhibition, LIMBO, takes its cue from the artist's last project, the emblematic series Stateless (2014-2015), presented in Milan as the central body of the exhibition.
Realized in the remote desert landscape of Qeshm Island, the Iranian territory overlooking the Persian Gulf, the series offers unspoiled panoramas, where an almost overbearing nature frames scenarios from melancholy memory. Despite the indisputable sublimation of the surrounding landscape, the protagonists of the shots seem to clearly inhabit a place that does not belong to them. They find themselves vulnerable, in front of a road they do not recognise. It is this silent sense of abandonment, and the pain of separation from their land, history and consequently their culture, that inspired Gohar Dashti in the realization of one of her most poetic series, a project that absorbs the suffering of the difficult condition of refugee and exile, returning the identity of memory, to those who unfortunately - because of wars, diseases or oppressions - were forced to abandon it.

The evocation of a surreal landscape in perfect balance - or voluntary imbalance - with the human element, is also recognizable in the series Iran, Untitled (2013) in which the artist focuses on the emotional morphology of the individual. Like the evocative Japanese haiku, known for their ability to capture a feeling using a sensory language, so Gohar Dashti, via the power of her photographs, can strip human vulnerability, translating the authentic emotive essence.
Of similar lyricism are the triptychs of the project Me, she and the others (2009), in which she leaves out the dialogue with nature, in favour of the magnetism of socio-cultural Iranian complexities. Dominant this time are women's issues and the subsequent role of women in Iranian culture in three different social contexts: at work, in their homes and in the public sphere.

Biography
Gohar Dashti was born in Ahvaz (Iran) in 1980, and currently lives and works in Tehran (Iran) and Boston (USA). She graduated in 2003 at the Fine Art University of Tehran in 2005 then received her M.A. in Photography. She has participated in several art residencies and scholarships such as the DAAD award (2009-2011), Visiting Arts (1mile2 project), Bradford / London, UK (2009), International Arts & Artists (Art Bridge), Washington DC, USA (2008). She has held numerous exhibitions whether in important foreign museums, such as the Victoria and Albert Museum in London (2015), the Mart in Rovereto (2015), the Australian Centre for Photography in Sydney (2015), the Institut des Cultures d'Islam in Paris (2015), the Sharjah Art Museum (2014), the Hong Kong Art Center (2014), the Mori Art Museum in Tokyo (2013), the Fine Art Museum in Boston (2013), the National Taiwan Museum of Fine Art, or the Grimmuseum in Berlin; or participation in Festival appearances and Biennials, such as the recent Beijing Photo Biennial, Photo Istanbul (2014), the Asian Art Biennial (2013), the Fotofestival in Oslo (2013), Le Printemps de Septembre festival in Toulouse (2012) and the Photoquai in Paris (2009). Her works are part of important public collections, such as those of the Victoria and Albert Museum, London; the Mori Art Museum, Tokyo; the Museum of Fine Art, Boston; the National Gallery of Art, Washington; the Getty Research Center, Los Angeles; the Abu Dhabi Tourism & Culture Authority of Dubai and the Devi Art Foundation, Gurgaon (India).

Free entrance
Hours: tuesday - friday: 3 p.m. - 7 p.m., saturday: 11 a.m. - 7 p.m.; monday and holidays by appointment.


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ALESSANDRO ROMA. One foot in the world and the other in the stillness

ALESSANDRO ROMA
One foot in the world and the other in the stillness
Opening
Saturday, February 20th, 2016


z2o Sara Zanin Gallery is pleased to present One foot in the world and the other in the stillness, the first solo exhibition by Alessandro Roma at the gallery.

Alessandro Roma plays with the notions of perceiving what is undefined: if on the one hand his works are linked to the classic themes of landscape painting tradition, on the other hand they explore their boundaries and shirk formal techniques in favour of an on-going melding between memory and imagination.
Nature, Roma's preferred theme, is interpreted as an enchanted place where on-going and unforeseeable metamorphoses take place, generated by the unpredictability of a "free" vision and at the same time by the attempt to fix them, through mastery, in new formal structures.
Signs of natural, not fully recognisable shapes leave enough room for viewers to constantly and newly re-interpret the image.
His works tend to elicit a special kind of catharsis of the eye, by inviting the viewer to plunge into a personal labyrinth of memories, references, and suggestions. Images lead towards a state between slumber and wakfulness we could define as reverie.
Imagination plays a central role in the artist's practice: both at the onset of the work production and in its fruition. These are instants of a fragmented space capable of recomposing itself - rather magically, in a dream-like unit within a resonating balance where the subconscious dimension  emerges as a fundamental value.
Alessandro Roma (Milan, 1977) lives and works in London. His works have been shown in many solo exhibitions: Locus Amoenus (Sobering Gallery, Paris, 2014); Coburn Projects (London, 2015); Enclosure (Paradise Row Gallery, London, 2013); Il sole mi costrinse ad abbandonare il giardino (Brand New Gallery, Milano, 2012); Humus (Mart Museo di Arte Moderna e Contemporanea, Rovereto, 2011); Sites of action (Scaramouche Gallery, New York, 2011); Alessandro Roma (Marabini Gallery, Bologna, 2005).
Some of his recent group exhibitions include: Drawing (z2o Sara Zanin Gallery, Rome 2014); Drawing Biennial 2015 (Drawing Room, London); Le stanze d'Aragona (Palermo, 2015); Everything is About to Happen. An ongoing archive of artists' books selected by Gregorio Magnani (Corvi Mora, London, 2014); Drawing Biennial 2013 (Drawing Room, London, 2013); Lucie Fontaine: Estate (Marianne Boesky Gallery, New York, 2012); Never before a girl done so much with so little(The Suburbans Gallery, Chicago, 2012); Lacune (curated by Laura Lanteri, Museo Archeologico Eno Bellis, Oderzo, Treviso, 2012). In 2007 the artist won the fourth edition of the International Painting Prize Diputación de Castellón from the Fine Arts Academy of Castellón, Spain. From 2008 to 2009 was artist in residence at Künstlerhäuser Worpswede.


z2o Sara Zanin Gallery - Via della Vetrina 21, 00186 Roma T +39 06 70452261
info@z2ogalleria.it z2ogalleria.it
Opening Hours: Tue - Sat 12 am - 7 pm (or by appointment)  

 
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Herb Ritts


Herb Ritts
dal 20 febbraio — al 5 giugno 2016

Palazzo della Ragione Fotografia ospita la prima grande retrospettiva di Herb Ritts a Milano.

Creatore delle immagini più incisive, sognanti e perfette dello star system hollywoodiano, Herb Ritts è stato un grande interprete della fotografia internazionale. Suoi sono molti dei ritratti che hanno costruito, è proprio il caso di dirlo, celebrities come Madonna, Michael Jackson o Richard Gere. Sue sono le fotografie patinate e oniriche della moda, dove gli abiti lucenti di Versace, i corpi perfetti delle modelle, sono immersi in una luce piena e vaporosa.
Herb Ritts

Herb Ritts inizia la sua carriera fotografica sul finire degli anni settanta guadagnandosi la reputazione di miglior fotografo sia in campo artistico che commerciale. Oltre a produrre ritratti per riviste di moda fra cui Vogue, Vanity Fair, Interview e Rolling Stones, Ritts realizza le campagne pubblicitarie per Calvin Klein, Chanel, Donna Karan, Gap, Gianfranco Ferrè, Gianni Versace, Giorgio Armani, Levi,s, Pirelli, Polo Ralph Lauren, Valentino e altri. Dal 1988 dirige alcuni video musicali e commerciali, per i quali ricevette numerosi premi. La sua meravigliosa arte fotografica è stata oggetto di diverse esposizioni al livello mondiale e i suoi lavori si trovano in importanti collezioni pubbliche e private.

Ritts era impegnato nella causa per combattere l’ AIDS, contribuendo attivamente a diverse organizzazioni di beneficenza fra le quali amfAR, Elizabeth Taylor AIDS Foundation, Project Angel Food, Focus on AIDS, APLA, Best Buddies and Special Olympics. Era, inoltre, un membro Board Of Directors per The Elton John Aids Foundation.

Herb Ritts è morto il 26 dicembre 2002


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lunedì 1 febbraio 2016

Nuove sale dell'ala palladiana delle Gallerie dell'Accademia di Venezia


Nuove sale dell'ala palladiana
delle Gallerie dell'Accademia di Venezia



Comunicato Stampa

Venezia. Le Gallerie dell’Accademia si arricchiscono di sette nuove sale, allestite nell’ala del convento dei Canonici Lateranensi disegnata da Andrea Palladio, che vanno ad aggiungersi alle cinque aperte alla visita nel maggio dello scorso anno. Si tratta di un ulteriore, importante passo verso la realizzazione dell’ambizioso progetto delle Grandi Gallerie promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Ciò è stato reso possibile grazie al sostegno di Venice International Foundation – Friends of Venice Italy, presiedute da Franca Coin, e di Venice in Peril, Fund London, presieduto da Jonathan Keates, nell’ambito del Programma congiunto UNESCO – Comitati Privati Internazionali per la Salvaguardia di Venezia.

Per scelta di Giulio Manieri Elia e Roberta Battaglia, che con la neo direttrice Paola Marini hanno ordinato scientificamente il percorso, le sette sale sono state destinate a ospitare i protagonisti dell’arte veneziana e veneta tra Sette e Ottocento. Il nuovo allestimento prende avvio con una sala dedicata agli artisti che, soggiornando a lungo alle corti europee, determinarono l’apertura internazionale della pittura veneziana del Settecento: dalle invenzioni mitologiche di Sebastiano Ricci e di Jacopo Amigoni, ai ritratti di Rosalba Carriera, la più celebre artista veneziana, alle vedute di Canaletto, Bellotto e Guardi. I dipinti, inseriti entro cornici recuperate per l’occasione a seguito di un ampio progetto di restauro, si presentano nelle migliori condizioni conservative essendo stati oggetto di interventi manutentivi.

Le sale successive ripercorrono l’origine delle Gallerie che qui ebbero sede a partire dal 1808 e la cui storia rimase strettamente intrecciata a quella dell’Accademia di Belle Arti fino al 1882, quando avvenne la separazione tra l’istituzione museale e quella accademica con funzioni educative. In una sala sono stati raccolti i dipinti della seconda metà del Settecento facenti parte della prima dotazione patrimoniale dell’Accademia. Si tratta delle pièce de réception presentate dai pittori al momento del loro ingresso nell’istituzione; sono soggetti storico-allegorici e vedute scenografiche. Tra esse spiccano la Prospettiva con portico di Canaletto e l’Annunciazione di Giambattista Pittoni.

Grande attenzione è stata rivolta alle opere di Antonio Canova. Del grande maestro sono qui riunite i bozzetti e i gessi che giunsero entro la prima metà dell’Ottocento, in parte per dono diretto dello stesso artista e in parte per acquisto, specie su impulso di Leopoldo Cicognara, presidente dell’Accademia a partire dal 1808. Si tratta di opere attentamente selezionate per diventare oggetto di studio per gli allievi della classe di scultura.
Alle opere canoviane è riservata la luminosa galleria che si affaccia sul cortile e il celebre Tablino, capolavoro dell’intervento palladiano. In questo affascinante ambiente sono esposti, accanto alla splendida cattedra in stile impero di Leopoldo Cicognara eseguita su disegno di Giuseppe Borsato, alcuni dei gessi più celebri di Canova, in dialogo tra loro e con l’architettura del Palladio. Tra questi il modello originale, facilmente riconoscibile grazie ai punti di repère, per il ritratto dello stesso Cicognara, segno dell’amicizia tra lo studioso e il maestro.

A un grande allievo dell’Accademia veneziana, Francesco Hayez, è dedicata un’intera sala: accanto alle opere giovanili, tra cui spicca il Rinaldo e Armida, verrà esposta, al suo rientro dall’importante esposizione monografica milanese, anche la grandiosa Distruzione del Tempio di Gerusalemme che l’artista volle destinare all’Accademia e che è considerata il suo testamento spirituale.

Il progetto allestitivo condotto da Tobia Scarpa garantisce una continuità formale nell’ambito dell’importante progetto generale di restauro delle Grandi Gallerie dell’Accademia, codiretto da lui e Renata Codello. Tale intervento è stato rivolto a valorizzare lo straordinario patrimonio raccolto in oltre due secoli di storia dell’istituzione accademica veneziana entro i magnifici spazi del convento palladiano, finalmente godibili dal pubblico in via permanente.
Ufficio stampa:Studio ESSECI – Sergio Campagnolo
Tel. 049 663499;
www.studioesseci.net

Email: gestione3@studioesseci.net
 
 
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Massimo Nardi


LA DISFATTA DELL'IMMAGINE

LA DISFATTA DELL'IMMAGINE
a cura di Carlo Sala
artisti in mostra:
Alessandro Calabrese
Giorgio Di Noto
Irene Fenara
Enrico Az Smerilli
Alberto Sinigaglia
Lamberto Teotino
The Cool Couple
Inaugurazione venerdì 5 febbraio ore 18.30.
Mostra visitabile dal 6 febbraio al 13 marzo 2016.

La stagione espositiva a Ca' dei Ricchi continua con la mostra "La disfatta dell'immagine", curata da Carlo Sala che presenta l'opera di sette autori che hanno concepito una serie di fotografie che unite insieme costituiscono un'unica installazione lunga 42 metri che crea una sorta di labirinto, una stanza in cui il visitatore è invitato a entrare per rapportarsi con le immagini e a interrogarsi sul loro significato e la loro veste formale.
Il passaggio al digitale, il largo uso di tablet e smartphone, il rapporto quotidiano che si è instaurato con i social network e la disponibilità di giacimenti pressoché infiniti di immagini libere sulla rete, hanno portato ad una proliferazione di quest'ultime che presentano un carattere effimero. Lungo tutto il secolo scorso, invece, la fotografia generava delle vere e proprie "icone" che proponevano delle verità politiche, commerciali e storiche. Le immagini d'oggi all'opposto non possono avere la presunzione di essere autoreferenziali e immediatamente risolutive, ma devono problematizzare, alludere, interrogare e rimandare ad altre fonti del sapere. In mostra troveremo quindi delle immagini prive di "certezze" e connaturate da una natura ambigua che si manifesta anche nella loro forma: esse sono infatti realizzate attraverso glitch, errori consapevoli o dalla messa in relazione con altri apparati visivi che mischiano cultura autoriale e vernacolare. Nel compiere questo gesto di deflagrazione, manipolazione o collazione dell'immagine, l'autore si distacca dalla rappresentazione del reale per creare nuovi significati che sono una mera descrizione dell'oggettivo.

Tra gli approcci scelti dagli artisti, sia Alessandro Calabrese che il collettivo The Cool Couple si rivolgono al web alla ricerca di immagini anonime. Il progetto del 2015 A Failed Entertainment di Calabrese prende come punto di partenza una serie di scatti realizzati dall'autore nella città di Milano: grazie all'inserimento di questi su Google, il motore di ricerca ha trovato una costellazione di immagini correlate sulla base di criteri di verosimiglianza e la fotografia originale viene così integrata dalle nuove, creando un collage connotato dall'indeterminatezza visiva. Anche The Cool Couple con Rebus: Noti fotografi (2016) agisce attingendo al bacino della rete per compiere un intervento di carattere ludico, realizzando una serie di vignette contenenti dei rebus, in cui l'immagine che guida alla risoluzione coincide con il primo risultato della ricerca su Google, ottenuto inserendo la parola oggetto del quiz. Questo gioco ideato dagli autori è il pretesto per compiere una riflessione sulla reciproca connessione e codificazione tra le immagini e il linguaggio verbale, e creare così un'inversione paradigmatica nei rapporti di forza tra le due componenti della comunicazione di massa.

Irene Fenara, Enrico Smerilli e Lamberto Teotino, con modalità ed esiti dissimili, compiono invece un'opera di decostruzione dei caratteri formali dell'immagine. Smerilli, nella serie Here is where we meet (2013), propone un magma visivo alla ricerca di nuove ricombinazioni estetiche: le immagini, che per loro stessa natura dovrebbero essere una cristallizzazione permanente del visibile, sembrano in questo caso indicare una metamorfosi in divenire. Questa sensazione di instabilità è un implicito invito rivolto al fruitore a relazionarsi con i lavori e a compiere un ideale completamento della trasfigurazione. L'opera Mr and Mrs Smithee (2013) di Lamberto Teotino trasmette un senso di limite figurando l'attimo immediatamente precedente allo scoccare delle frecce che un uomo e una donna, protagonisti della fotografia, si scaglieranno addosso reciprocamente. Il clima della narrazione è sospeso in una precarietà emotiva che si intreccia con quella formale, dove una piccola crepa genera un cortocircuito percettivo. Irene Fenara, in Paesaggio mobile (2016), stravolge delle comuni fotografie montane attraverso un'azione analogica che prima deforma le stampe giocando sul loro carattere oggettuale, per poi scansionarle e riportale ad una bidimensionalità esasperata che le rende astrazioni. Anche Alberto Sinigaglia ragiona sui limiti del visibile: attraverso la collazione di immagini stranianti e di natura discorde i confini tra realtà e finzione sono resi labili, per cui, ad esempio, le associazioni compiute con la foto di un uomo tratta da un sito di ufologia ne avvalorano visivamente la supposta natura aliena. Infine Giorgio Di Noto, con il processo realizzativo che ha portato a Matrix (2013), tocca i due confini più lontani della riflessione condotta dall'esposizione: il materiale di partenza è difatti costituito da alcuni celebri scatti dei maestri della fotografia del Novecento, da Henri Cartier-Bresson a Elliott Erwitt, da Josef Koudelka a René Burri. Queste immagini di reportage, di fotografia sociale o di dialettica con il reale, capaci di cogliere l''instant décisif, nel lavoro di Di Noto perdono completamente il loro statuto di icone di massa grazie all'azione di alcuni algoritmi che ne smaterializzano la struttura esteriore, riducendole a superfici aniconiche dalle fattezze illeggibili.

La mostra rimarrà aperta fino al 13 marzo; per l'occasione TRA ha prodotto un catalogo con il testo del curatore Carlo Sala.

info:

LA DISFATTA DELL'IMMAGINE
a cura di Carlo Sala
evento promosso da TRA Treviso Ricerca Arte
con il sostegno di Pixartprinting, partner tecnico della mostra.

TRA / Ca’ dei Ricchi, Treviso
Via Barberia, n°25

inaugurazione venerdì 5 febbraio, ore 18.30
date: 6 febbraio – 13 marzo 2016
martedì-sabato 10.00-13.00 e 15.30-19.30
domenica 15.30-19.30
Ingresso libero
segreteria@trevisoricercaarte.org / www.trevisoricercaarte.org
0422 419990 / 339 6443542


pubblica: