giovedì 13 giugno 2019

Natura Invisibile di Claudia Margadonna


Il secondo evento nel calendario stagionale della Orizzonti Arte Contemporanea di Ostuni è affidato all'artista milanese Claudia Margadonna che, reduce dalla grande esposizione presso le Filanda di Soncino, propone in galleria una selezione di dipinti di grandi dimensioni per la mostra Natura Invisibile.

L'artista stessa ci parla del suo lavoro, raccontandoci quanto la natura sia una fonte determinante di ispirazione nella sua opera:

“Il contatto con la natura genera in me un senso di appagamento e connessione col mondo. Dipingo in assenza di progettualità e le immagini che appaiono appartengono sempre al mondo naturale. Il mio modo di dipingere è erratico, procedo per divagazioni, seguendo il libero fluire della pennellata, come trasportata da una forza invisibile, alla scoperta di paesaggi naturali e immaginari.
Mi muovo in uno stato di trasognamento, le immagini appaiono da sé, provenienti chissà da quale mondo interiore o arcano, semplicemente seguo questo flusso alla scoperta di nuovi elementi che mi si delineano dinanzi. Non rappresento in modo realistico la natura, ciò che mi interessa è evocare, cogliere e trasporre sulla tela le forze che muovono la natura stessa. L’opera è il frutto della connessione tra l'energia che permea l’esistenza ed il mio modo dinamico di dipingere. Riversando la mia gestualità nell'opera, anch'essa, di riflesso, mi restituisce le sue vibrazioni di colori, forme e materia. Si stabilisce così una forte connessione tra natura, vita e opera. Essendo per me imprescindibile il rapporto con il mondo naturale, il mio invito, anche in questa personale, è quello di
riappropriarci di uno stile di vita che sia più in sintonia con la natura e teso alla sua salvaguardia”.

Natura Invisibile
Opere di Claudia Margadonna
INAUGURAZIONE in galleria DOMENICA 16 GIUGNO 2019 dalle ore 11.00 in poi
dal 16 al 29 giugno 2019

Piazzetta Cattedrale (centro storico)
72017 Ostuni (Br)
Tel. 0831.335373 – Cell. 348.8032506
info@orizzontiarte.it 
F: Orizzontiartecontemporanea

Communication Manager
info@amaliadilanno.com

Luca Giannini / Monica Sarandrea - Il peso delle stelle


Il giorno 13 giugno 2019 alle ore 18.00 Studio Tiepolo 38 presenta la mostra bipersonale Il peso delle stelle di Luca Giannini e Monica Sarandrea a cura di Viviana Quattrini.

“Da sempre l’uomo, volgendo l’occhio e i suoi strumenti verso il cielo, cerca di sondare l’immensamente grande e, osservando l’infinitamente piccolo cerca di capire l’origine della vita. È in queste due direzioni che si muove la ricerca dei due artisti romani Monica Sarandrea e Luca Giannini. Entrambi propongono un’arte che è continuamente immersa nel presente della materia pulsante e allo stesso tempo è evocazione di una dimensione cosmica dove le categorizzazioni e le definizioni decadono lasciando posto all’intuizione archetipica e sustanziale.

In questa mostra gli artisti presenteranno visioni personali, mutevoli e affascinanti dove protagoniste saranno le galassie con le loro stelle. (...)

Nelle loro opere, gli artisti analizzano le proprietà della materia ne sondano, nelle varianti, le possibilità che la rendono elemento ed entità non solo terrena e particolare ma anche astratta e universale. Spazio e materia sembrano coincidere: come “matrici” le masse informi di Monica Sarandrea mettono in relazione la creazione naturale e la creazione artistica divenendo così dei microcosmi, delle galassie animate e plasmate da energia e materia oscura. Simili a meteoriti divengono anche traccia e memoria di quella scia luminosa e misteriosa che attraversa la nostra atmosfera. La lucentezza è una caratteristica di questa serie di lavori in ceramica, questa rievoca la luce nella sua energia primordiale e, nelle sue innumerevoli variazioni, determina un’apertura ed uno scambio con la realtà circostante; in Luca Giannini, segni e strati di materia contengono invece idee di uno spazio poetico, misurato e indagato da linee, masse e ritmi che come costellazioni ne determinano l’orientamento. Il ferro, utilizzato in una parte delle sue opere, rimanda ai processi di sintesi degli elementi pesanti attraverso le reazioni di fusione stellare a partire dagli elementi più leggeri costituenti l’universo. Con le sue costellazioni l’artista stabilisce delle “rotte”, viaggi reali o immaginari oltre i confini della ragione che diventano riflessioni sulle origini e sul destino dell’uomo. Così gli artisti esplorano, al limite del sensibile, una nuova dimensione, uno “spazio poetico” come direbbe il filosofo francese Gaston Bachelard, dove dalla contemplazione e percezione dello spazio intimo e quotidiano si può arrivare a un'intuizione universale, uno stato di benessere, unarêverie di infinito tipica del sognatore.”

Luca Giannini (Bologna, 1972) si forma artisticamente presso l'Accademia RUFA di Roma, seguendo i corsi di pittura, incisione e scultura di Tullio De Franco, Maria Pina Bentivenga e Davide Dormino. Vince nel 2007 l’XI Premio Internazionale Massenzio ed è finalista nel 2012 alla prima edizione del Premio Adrenalina al MACRO Testaccio di Roma. In Sicilia fonda il progetto Anime a Sud, dedicandosi al recupero architettonico e all'interior design di proprietà riconvertite in esclusive strutture ricettive. Con la collaborazione di ArteFact Hotel Art Consultants di Londra nel 2011 sue opere entrano nella collezione di Castel Monastero resort, dove lavora su commissione per una Via Crucis nella Chiesa dei SS. Jacopo e Cristoforo. Nel 2015 collabora con Kavac Film per il set di “Fai bei sogni” di Marco Bellocchio e tra il 2016 e il 2017 partecipa alle prime due edizioni di RAW Rome Art Week. Sue esposizioni personali si tengono tra il 2007 e il 2014 a Roma presso le gallerie Il Laboratorio, Massenzio Arte e RufArt Gallery e nel 2018 ad Atlanta presso Summerour Architects. Tra il 2008 e il 2018 espone in mostre collettive presso la Fortezza Spagnola di Porto Santo Stefano, Palazzo Chigi di Formello e, a Roma, presso l'ISA, il Centro Culturale Elsa Morante, l'Auditorium Parco della Musica e l'Istituto Portoghese di Sant'Antonio. Le sue opere sono parte di collezioni private in Italia, Europa e Stati Uniti. Vive e lavora tra Roma e la Sicilia.

Monica Sarandrea (Roma, 1974) si forma presso La Porta Blu Art School di Roma seguendo i corsi di disegno e pittura del maestro Alberto Parres. Approfondisce lo studio della cromatica e del segno, orientandosi progressivamente verso l’astrazione. Frequenta inoltre il corso di incisione del maestro Roberto Pace e dal 2011 inizia a dedicarsi alla scultura, prediligendo materiali quali la creta e il gesso. Dal 2011 al 2013 partecipa a stage di scultura su marmo nell’isola di Thassos in Grecia. Dal 2006 prende parte ad esposizioni collettive, festival, rassegne di arte contemporanea in Italia e all’estero, tra queste la galleria RvB Arts, MICRO Arti Visive, Centro Culturale Gabriella Ferri, Ex Dogana a Roma, Ca’ dei Carraresi (Treviso), Artbox Project (New York), Galerie L’Atelier (Hünibach, Svizzera). Sue esposizioni personali si tengono a partire dal 2010 in gallerie e spazi istituzionali tra cui Il Laboratorio, Creative Room Art Gallery, Villa Corsini-Sarsina (Anzio) e Palazzo Chigi a Formello. Partecipa inoltre alle due ultime edizioni del RAW – Rome Art Week. Nel 2016 due sculture entrano a far parte della collezione permanente del MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove, Roma. Le sue opere sono presenti in collezioni private in Italia e in Europa. Vive e lavora a Roma.

INFO
Luca Giannini / Monica Sarandrea Il peso delle stelle
A cura di Viviana Quattrini

Inaugurazione 13 giugno 2019 ore 18.00 

Studio Tiepolo 38
Via Giovanni Battista Tiepolo 38 - Roma

Fino al 29 giugno 2019
Orari: lunedì-giovedì 16-22; venerdì-sabato: 16-24; domenica chiuso

Studio Tiepolo 38
tel. +39 335 831 0878 info@studiotiepolo38.eu www.studiotiepolo38.it

Ufficio Stampa
Melasecca PressOffice
Roberta Melasecca 
tel. 3494945612
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lunedì 10 giugno 2019

Pier Paolo Calzolari. Painting as a Butterfly


A quarant’anni dall’ultima mostra in uno spazio pubblico a Napoli (Villa Pignatelli, 1977), la Fondazione Donnaregina per le arti contemporaneepresenta Painting as a Butterfly, la prima grande retrospettiva dedicata esclusivamente alla produzione pittorica e disegnativa di Pier Paolo Calzolari (Bologna, 1943), uno dei più importanti artisti italiani contemporanei, esponente a partire dagli anni Sessanta delle ricerche afferenti all’Arte Povera.
La mostra del museo Madre, organizzata in stretta collaborazione con la Fondazione Calzolarie
a cura di Achille Bonito Oliva e Andrea Viliani, inizia al terzo piano per proseguire
 nelle quattro Sale Facciata al secondo piano (entrando anche in dialogo con la prospiciente sala affrescata da Francesco Clemente) e concludersi nella Sala Re_PUBBLICA Madre al piano terra, comprendendo oltre 70 dipinti, disegni e opere multimateriche, di cui 28 mai esposti prima in un’istituzione pubblica italiana, realizzati dalla metà degli anni Sessanta a oggi, che documentano tutti i principali cicli e fasi della ricerca dell’artista.
 La pratica della pittura per Calzolari – come da lui dichiarato a Bonito Oliva nell’intervista inedita per il catalogo della mostra – è uno “strumento di ascolto”, uno stato di “sospensione” in grado di portare a una sintesi le molteplici articolazioni della sua ricerca, al contempo minimalista e sensuale, concettuale e barocca. Calzolari ha trascorso la sua giovinezza a Venezia, dove è stato influenzato dagli effetti luministici e dal riflesso della luce sulle superfici architettoniche, elemento distintivo della pittura veneta. Queste osservazioni lo conducono ad adottare nelle sue opere un materiale quale il ghiaccio, scelto per dare rappresentazione diretta del bianco perfetto che può esistere solo in natura e destinato a caratterizzarne la produzione successiva, così come altri materiali, elementari e spesso organici, quali fuoco, sale, piombo, foglie di tabacco, muschio, legno combusto, noci, gusci di animali, insieme a neon e feltro. 

Continuando ad esplorare il suo interesse per la luce, la materia e lo spazio-tempo attraverso
la scultura, l’installazione e la performance – come negli happening realizzati dal 1966,
 in cui spinge gli spettatori a divenire interpreti di quella che definirà “attivazione dello spazio” – Calzolari realizza a partire dagli anni Sessanta dipinti e disegniche, seppur meno conosciuti, rappresentano una caratteristica e una componente fondamentale della sua pratica. Opere che delineano una riflessione sulle relazioni fra colore, forma, oggetto e ambiente, anche nel richiamo alle sperimentazioni dei Valori Plastici novecenteschi, e che non solo hanno plasmato e strutturato la sua ricerca artistica, ma che rivestono una profonda influenzasia nella definizione dell’arte italiana degli ultimi cinquant’anni sia verso le successive generazioni.
Nei suoi dipinti e disegni Calzolari ha infatti ripercorso e liberamente portato a confronto elementi e concetti apparentemente antitetici quali materie naturali e rappresentazione pittorica,astrazione e figurazione, dimensione visuale e performativa, spazio-tempo dell’opera e dell’ambiente in cui essa si inserisce, riplasmandolo. 



Terzo Piano

Dopo un incipit configurato come una vera e propria “camera di pittura” – in cui lo spettatore si immerge in un ambiente totalizzante e la superficie pittorica acquisisce una consistenza reale e un’articolazione tridimensionale ed architettonica – il percorso della mostra al terzo piano si struttura secondo un criterio cronologicoe per gruppi tematici. 
Nella prima sala sono presentate alcune opere della fine degli anni Sessanta – a partire dalla riproduzione su carta da parati di Prolegomeni per una definizione dell’atteggiamento(1965) e da Quadro per Ginestra(1966) – che documentano una sottile reinterpretazione in chiave scenografica e immaginifica del New Dada e della Pop Art nordamericani, conosciuti dall’artista alla Biennale di Venezia del 1964. 
Il percorso prosegue descrivendo la ricerca pittorica dell’artista fra gli anni Sessanta e Settanta e l’evoluzione, nella formalizzazione delle opere, di soluzioni tecniche e stilistiche ritornanti su loro stesse, che restituiscono un’esperienza tanto intellettuale quanto sensoriale della pittura. Tra tali elementi ricorrenti: l’oscillazione tra astrazione formale e riferimento al reale; l’uso di materiali di origine naturale e di oggetti o elementi scultorei giustapposti alla tela per conferirle una presenza concreta nello spazio-tempo dell’osservatore; l’adozione di campiture di colore solo apparentemente uniformi e spesso realizzate utilizzando le più classiche tecniche pittoriche; la predilezione per una gamma cromatica dal valore inizialmente simbolico e poi, nel corso degli anni, sempre più impressionistico nella modulazione e nell’assorbimento della luce. 

Le sale sono quindi strutturate come una successione cromatica che procede da opere nelle varianti del bianco – fra le altre i due Senza titolodel 1965, Senza titolo, 1967, e Lago del cuore [Lanciforme], 1968, in cui compare una foglia di tabacco sullo fondo bianco della parete – a tele blu, dal più mosso e variegato Prussia al più compatto oltremare, memore di tanti cieli medioevali e rinascimentali. Tra queste ultime: Senza titolo [Lasciare il posto],1972, in cui una struttura composta da un motore ghiacciante, un uovo, una brocca di vetro e una superficie di piombo è posta davanti ad una tela blu oltremare; Senza titolo, 1978-1997, e La luna, 1980, in cui un cielo notturno fa da sfondo ad un tavolino su cui poggia una caffettiera. In Finestra (1978), invece, l’artista sperimenta il rapporto tra la luce naturale, proveniente dall’esterno attraverso un’apertura reale, e ciò che egli individua come la rappresentazione materica dell’idea di luce: una superficie dipinta di giallo che incastona la finestra. La riflessione sul giallo si sviluppa anche nelle due opere
del 1978 Senza titolo, da cui emergono l’immagine di un serpentello e una piuma vera. 

La sala centrale del terzo piano rappresenta una delle “eccezioni” al criterio cronologico seguito nel percorso espositivo: la tela di grandi dimensioni Monocromo blu(1979) – in cui vari strati di colori diversi e sovrapposti producono l’effetto di una superficie cromaticamente omogenea ma densa di movimenti ottici in tensione dinamica – fronteggia il trittico Haïku(2017), composto da tre mollettoni bianchi, possibile trasposizione figurativa degli omonimi componimenti della poesia giapponese, strutturati in tre versi. La compresenza e l’associazione di opere realizzate in momenti distanti nel tempo testimonia quanto l’artista abbia sempre tentato, pur con diverse modalità, di rendere visibili i dati del pensiero astratto e l’essenza delle cose. Seguono le opere in cui, dalla fine degli anni Settanta e durante gli anni Ottanta, l’artista sperimenta la componente più istintiva della sua ricerca, rappresentata dal “magma” cromatico – in cui spiccano ancora il giallo ed il blu, insieme al rosso e al verde – di opere come Naturlandschaft mit Vogel(1981), Naschmarkt, le due versioni di Supraborde di Rideau (1984), le tre versioni di La Grande Cuisine(1985 e 1986) e Veste Urbinate(1986-1999). La fine del percorso al terzo piano è dedicata alla serie dei Capricci, termine che in musica indica una composizione libera rispetto a stile o scansione ritmica, mentre in pittura fa riferimento ad una composizione in cui si alternano architetture fantastiche e visionarie rovine archeologiche, delineando paesaggi fittizi e uno spazio- tempo sospeso, assecondato da Calzolari con una sensualità barocca che ci riporta al Settecento veneziano. 


Secondo Piano, Sale Facciata 

Il percorso di mostra al secondo piano si sviluppa tra la sala affrescata di Francesco Clementee le quattro Sale Facciata, presentando Natura morta(2008) e altre opere che testimoniano non solo la profonda conoscenza ma anche la sostanziale reinvenzione della storia dell’arte, non solo europea, che sottotraccia anima tutta la produzione pittorica, scultorea e performativa di Calzolari: Omaggio a Fontana(1988), l’opera-performance Hommage(2001), Valori Plastici Ce Donald Duck(2005), quasi un’ironica ipotesi di pala d’altare che trascende la Pop Art a soggetto fumettistico. 
Opere come Senza titolo(2006), Nachtmusik für Karine(2016) e ulteriori versioni di Haïkuci introducono agli ultimi anni della ricerca pittorica di Calzolari, che riprende e approfondisce elementi distintivi facendo contestualmente emergere un’incessante volontà di variazione, come nel recupero di tecniche pittoriche arcaiche, quali la pittura al latte o alla chiara d’uovo, applicate a soggetti e momenti fondanti della sensibilità moderna, come i Valori Plastici italiani dell’inizio del XX secolo. 
Ad introduzione di questa sezione, il polittico Senza titolo(2015) propone una possibile ricongiunzione fra astrazione e figurazione, ponendosi idealmente in dialogo – attraverso la sua compatta ma lieve policromia di matrice concettuale e poverista – con l’affresco policromo Ave Ovo
di Francesco Clemente, uno dei massimi esponenti della Transavanguardia italiana, presente nella collezione site- specific del Madre. 



Piano Terra, Sala Re_PUBBLICA Madre 

Al piano terra, nella Sala Re_PUBBLICA Madre, la sezione conclusiva della mostra è introdotta da una quadreria di disegni preparatori risalenti alla seconda metà degli anni Sessanta e da opere su carta più recenti, alcune delle quali connesse a imprescindibili opere non pittoriche, come Il mio letto così come deve essere(1968-2014) o Un flauto dolce per farmi suonare(1967-1968). 
A seguire sono presentate quattro opere di grandi dimensioni, rappresentative degli spunti che hanno caratterizzato tutta la ricerca pittorica di Calzolari nei suoi cinque decenni: l’opera-performance Mangiafuoco(1979), in cui ancora una volta la pittura dialoga con la mutazione e la vitalità della materia, questa volta il fuoco, proponendo la sfida di una sua possibile mimesi pittorica; Senza titolo(2008) e Senza titolo [Tre feltri](2008-2014), due studi sugli effetti cromatici del feltro combusto, che nel primo caso emerge verso la tridimensionalità dello spazio espositivo; Senza titolo(1999), in cui il ferro, la cera, il piombo e l’oro sono posti al centro di una riflessione, agita dal moto continuo di una struttura su rotaie, sul rapporto fra l’opera d’arte e lo spazio-tempo che la circonda e che, come osservatori attivi, ci ricomprende.


La mostra al Madre esplora in questo modo anche la possibile relazione tra linee di ricerca storiograficamente considerate in opposizione quali l’Arte Povera e laTransavanguardia: se la prima (affermatasi alla fine degli anni Sessanta) fu intesa anche come rifiuto delle tecniche artistiche tradizionali a favore dell’uso di materiali quotidiani, ordinari e organici e di processi in tempo reale in grado di riscrivere l’esperienza del fare artistico in una dimensione critica e conoscitiva, la seconda (affermatasi alla fine degli anni Settanta) fu intesa invece come un fare non lineare che attraversa la storia dell’arte e di tecniche, materiali, forme e motivi ispiratori, per riproporli in un dinamico rapporto con la sensibilità contemporanea. Analizzando le loro possibili e molteplici relazioni, questa mostra diviene quindi uno strumento di ricerca volto a approfondire una pratica artistica complessa e articolata quale quella di Calzolari, ponendola in una relazione criticamente aperta con la storia dell’arte contemporanea italiana. 

Una monografia verrà pubblicata da Edizioni Madre (uscita: estate 2019), con saggi inediti di David Anfam, Vincenzo De Bellis, Andrea Viliani, una conversazione fra l’artista e Achille Bonito Oliva, schede storico-critiche a cura di Anna Cuomo e Eduardo Milone, apparati scientifici e bibliografici e una documentazione iconografica appositamente commissionata per questo volume dal fotografo Michele Alberto Sereniper illustrare tutte le opere in mostra.

La mostra è stata realizzata integralmente con fondi POC (PROGRAMMA OPERATIVO COMPLEMENTARE) 2014-2010



Ufficio stampa Madre 
Enrico Deuringer cell.: +39 335 7249830
Sarah Manocchio cell.: +39 340 2352415
E-mail: ufficiostampa@madrenapoli.it 

Pier Paolo Calzolari. Painting as a Butterfly
a cura di Achille Bonito Oliva, Andrea Viliani 

08.06-30.09.2019

Via Settembrini 79, 80139 Napoli
+39.081.197.37.254


pubblica:

Andrej Dubravsky - Emissions and secretions


Martedì 11 giugno Andrej Dubravsky inaugura la stagione estiva della galleria Richter Fine Art con Emissions and secretions,la sua prima mostra personale in Italia. L’artista slovacco, classe ’87, attraverso i suoi dipinti sfida gli ideali di natura, sessualità, genere e potere. 

Tra adolescenti, figure ambigue travestite da insetti, conigli, galli, gatti e stati di metamorfosi tra cui i suoi amati bruchi Dubravsky tratta temi a lui cari e molto attuali come il cambiamento climatico, l’agricoltura intensiva, l’industria globale, la politica. La pittura di Dubravsky, all’apparenza giocosa e formalmente convenzionale, esplora temi molto più scuri tra cui relazioni intergenerazionali, elementi di sottomissione, complicità, porno; e delicati, come l’omosessualità e l’auto-gratificazione.

È così utopico pensare di cambiare il mondo con l’arte e la pittura?

«La mostra - afferma l’artista - riguarda fondamentalmente il sesso e la natura. Da quando ho comprato casa in un villaggio in Slovacchia sono molto più attento alle problematiche ambientali: vedo costantemente i miei vicini che annaffiano gli ortaggi e i frutti con prodotti chimici, e il modo di tagliare l’erba molto corta che sembra un deserto verde. L’inquinamento e i rifiuti industriali colpiscono l’agricoltura circostante, l’acqua è contaminata, le sostanze chimiche sono usate sulle colture e la qualità dell’aria è compromessa. La vita nel villaggio sembra sempre carina e divertente su Instagram, ma dall’altra parte è un posto molto buio, dove si sta assistendo al cambiamento climatico dell’Europa centrale. È un posto dove non è cosi facile essere gay».

Dubravksy cerca di sedurre l'osservatore in una relazione intima. Con i suoi dipinti, invita a un viaggio amichevole in una terra sconosciuta, trasformando il visitatore in un voyeur. L’artista, non attira l’attenzione solo con le sue idee provocatorie. Attraente è anche la sua pittura veloce, lavora con tecnica su tela grezza. I colori vengono rapidamente iniettati nel dipinto e conferiscono all’immagine un’atmosfera speciale. D’altra parte, l’immagine non può essere successivamente ritoccata e richiede un’attenta preparazione e schizzo.
«Mi piace lasciare questo punto di domanda per l’osservatore. – Conclude l’artista - Ci saranno anche dei dipinti di bruchi, Anche loro, sono vulnerabili come i ragazzi, hanno una forma fallica e pelosa da una parte, ma possono essere velenosi e pericolosi dall’altra. Proprio come le persone, coltivano pesantemente, industrializzano, avvelenano e poi mangiano tutto».

Andrej Dubravsky, nato in Slovacchia nel 1987, si è laureato all’università di Belle Arti e Design di Bratislava (la stessa di Katarina Janeckova). Nonostante la sua giovane età è considerato un artista di straordinario talento e ha ottenuto maggiore riconoscimento internazionale in mostre collettive a New York e in Germania. Più volte ha esposto in mostre personali in Slovacchia, Repubblica Ceca e Germania, è stato rappresentato anche in Italia, Francia e Brasile. 

E’ in collezione nella galleria Nazionale Slovacca.

Vademecum:
Titolo: Emissions and secretions
Artista: Andrej Dubravsky
galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma

Durata mostra:
da 11 giugno al 31 luglio 2019
Orari: dal lunedì al venerdì e il sabato su appuntamento


Email: info@galleriarichter.com
Fb account: Galleria Richter Fine Art

Ufficio Stampa: Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661 | email: chiaracgiuliani@gmail.com

lunedì 3 giugno 2019

Domenico Ventura. Le Malelingue


In mezzo a un gruppo di signore intente a mangiare un gelato, una con gli occhiali spessi guarda dritto verso di noi. È, il suo, uno sguardo corale e inquisitorio, lo sguardo delle malelingue. Sembra di poter ascoltare i pensieri che stanno dietro a questo sguardo, che presto prenderanno aria in forma di chiacchiera e pettegolezzo, tra una cucchiaiata e l’altra di gelato. S’intitola “Le Malelingue” la personale di Domenico Ventura che Casa Vuota a Roma ospita dal 12 giugno al 21 luglio 2019. A cura di Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo, la mostra s’inaugura mercoledì 12 giugno alle ore 18:30in via Maia 12 ed è visitabile su appuntamento. 

È un’occasione imperdibile per immergersi nell’universo figurativo bizzarro, assurdo e surreale di Ventura, un artista schivo, appartato e forse proprio per questo sorprendente, sapiente artefice di una pittura riconoscibile e personalissima, formalmente composta e raffinata che tuttavia disorienta lo spettatore con soggetti ambigui e situazioni destabilizzanti e paradossali, dietro un’apparente verosimiglianza. Le stanze dell’appartamento del Quadraro trasformato in spazio espositivo, ancora rivestite di vecchie carte da parati sdrucite e strappate, sono l’ambientazione ideale per i racconti a volte iperbolici e a volte boccacceschiche Domenico Ventura dispiega nelle scene della sua pittura e sembrano riempirsi degli echi di un vociare di paese. La voce di Altamura, sulle Murge pugliesi, terra d’origine dell’artista, ma anche la voce di Roma, dei suoi quartieri e delle sue borgate. Che siano ambientate tra i mobili di una casa oppure che siano scorci di esterni, vedute di piazza, feste di popolo, scenari campestri, le narrazioni vernacolari di Ventura sono caratterizzate da una dovizia di particolari e da un gusto della deformazione, dell’iperbole, dell’esasperazione. Si reggono non solo su una perizia tecnica davvero notevole ma anche su una profonda capacità di scavo psicologicoche ha radici antiche e nobili, a partire dai ritratti grotteschi e caricaturali di Leonardo da Vinci. Uno sguardo corale e appassionato, umanissimo e molesto, abbraccia tutti i personaggi della pittura di Domenico Ventura nel vortice di una contagiosa maldicenzache dice tutto e tutto tace, per quieto vivere e senso del pudore.

Domenico Ventura (1942) è nato e vive ad Altamura. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli conGiovanni Brancaccio. Esordisce giovanissimo con una peculiare e corente ricerca nel campo della figurazione, facendo numerose personali in Puglia e ponendosi in controtendenza rispetto agli orientamenti artistici del tempo. Alla fine degli anni Settanta varca i confini della regione con – tra le altre mostre – una personale alla Galleria Eros di Milano. Tra le ultime personali si ricordano nel 2017 “Scherzetto” al Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Palazzo Lanfranchi a Matera curata da Marta Ragozzino, nel 2014 “Domenico Ventura da Altamura” presso lo Studio Abate di Roma a cura di Takeawaygallery, nel 2012 “Spazio Privato” alla Majazzin House Gallery di Altamura e nel 1999 “Cosa avrà in mente Domenico Ventura per Piazza Sedile?” a Matera a cura di Elvio Porcelli. Nel 1999 inoltre Massimo Guastella cura il suo catalogo monografico intitolato “Cattivi pensieri”.


INFORMAZIONI TECNICHE:
TITOLO DELLA MOSTRA: LE MALELINGUE
AUTORE: Domenico Ventura
A CURA DI: Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo
LUOGO: Casa Vuota – Roma, via Maia 12, int. 4A
QUANDO: dal 12 giugno al 21 luglio 2019
ORARI: visitabile su appuntamento
VERNISSAGE: mercoledì 12 giugno 2019, ore 18:30
INFORMAZIONI: cell. 392.8918793 | email vuotacasa@gmail.com | INGRESSO GRATUITO

INCIAMPO 16 e 17


Il primo giugno 2019 prosegue Inciampo, progetto in progress (fino al 29 settembre) a cura di Paola Tognon, con la presentazione di due nuove opere che dialogano nei secoli all'interno del Museo della Città - Luogo Pio Arte Contemporanea.

Nel Luogo Pio Arte Contemporanea, all’interno della sua ex chiesa del XVIII secolo, un riallestimento minimale mette in relazione due artisti e due culture diverse: Hidetoshi Nagasawa (1940 – 2018) con l’opera Colonna, 1972 in dialogo con il Grande Rettile, 1967 di Pino Pascali (1935 – 1968). Nella stessa giornata, la presentazione del restauro dei due antichi busti della Congregazione olandese - alemanna, reso possibile grazie al sostegno del Rotary Club Livorno.

Hidetoshi Nagasawa, Colonna, 1972
Un incontro ravvicinato tra sensibilità, traiettorie e pratiche diverse: geniale, ironica e dissacrante quella di Pino Pascali con l’opera il Grande Rettile, 1967 - vincitrice dell’ultimo Premio Modigliani nel 1968 a Livorno; struggente e poetica, ma insieme possente e vitale, quella di Hidetoshi Nagasawa con la grande scultura Colonna, presentata a Livorno dal primo giugno. Un incontro che mette in relazione il biancore e la leggerezza della tela centinata di Pascali con l’energia silente del marmo lavorato da Nagasawa, ma soprattutto che va a comporre e proporre un’inaspettata relazione tra invenzione e forma nella rappresentazione del corpo come luogo della trasformazione.
Colonna, una tra le più stupefacenti opere di Nagasawa, esposta alla Biennale di Venezia nel 1972, anno della sua realizzazione, e al Louisiana Museum nel 1974, è una grande e possente scultura che poggia a terra componendosi di undici sezioni di marmo per una lunghezza di circa sette metri. “Si tratta di undici pezzi di marmo, tutti di colori diversi, provenienti da luoghi diversi e lontani, distanti tra loro anche centinaia di chilometri, io li ho messi vicini. Ho messo gli undici marmi l'uno di seguito all'altro, mantenendo sempre un intervallo di un centimetro. In quel piccolo spazio si chiude la distanza del loro viaggio e la loro storia”.[1]

Nagasawa, nato in Manciuria da genitori giapponesi, arriva in Italia tramite un leggendario viaggio in bicicletta. Nel 1966, dopo una laurea in architettura a Tokyo, Hidetoshi parte dal Giappone e dopo un anno e mezzo di pedalate attraverso decine di frontiere arriva a Istanbul. Qui, accompagnato dalla musica di Mozart proveniente da una radiolina - come nella narrazione che ormai accompagna questo viaggio - attraversa il Bosforo per entrare in Europa e sbarcare in Italia, a Brindisi, per pedalare poi sino a Milano dove il furto della bicicletta segna il suo destino e l'inizio di una nuova vita. Milano, città che in quegli anni viveva un grande fervore sociale e culturale, diventa sua città di adozione; qui entra in contatto con Enrico Castellani, Luciano Fabro, Mario Nigro, Athos Ongaro e Antonio Trotta, con i quali stringe un lungo sodalizio intellettuale e artistico. È stato tra i fondatori della Casa degli artisti, che ebbe un ruolo decisivo nella scena artistica milanese. La ricerca di Nagasawa, permeata dalla filosofia orientale, affonda però le sue radici e la sua pratica nella cultura di origine e in quella di adozione, culture tra le quali l’artista costruisce ponti e relazioni di senso, con opere dall’alto valore simbolico e poetico in cui si fondono sincreticamente eredità spirituali dell’Oriente e dell’Occidente. “Vorrei vivere come un antico trovatore, anche perché mi piace molto viaggiare. In ogni posto cerco di trovare un rapporto, di scoprire un legame”.[2]


Antichi busti della Congregazione olandese - alemanna di Livorno
Grazie al Rotary Club Livorno il primo giugno 2019 viene presentato il restauro di una coppia di antichi busti della Congregazione olandese - alemanna, due sculture in marmo di Carrara raffiguranti due soldati in uniforme da parata, uno più anziano e uno più giovane, entrambi provenienti dal cimitero della Congregazione olandese - alemanna in via Mastacchi, i cui stilemi e forme fanno pensare a una datazione tardo seicentesca.
Sorta nel 1622 come associazione di tipo assistenziale per i residenti di lingua olandese e tedesca senza distinzione di appartenenza religiosa, la Congregazione olandese - alemanna di Livorno si costituì nel tempo con un’impronta riformata che chiedeva e restituiva l’esigenza di un luogo di sepoltura acattolico e quindi all’epoca soggetto al controllo del Sant’Uffizio. Per questo, il primo cimitero olandese sorto nell’attuale via Garibaldi prese l’aspetto di un giardino attirando l’interesse degli studiosi oltre che dei numerosi viaggiatori stranieri.
Alle Leggi Livornine di fine ‘500 si deve, infatti, l’afflusso di qualificate presenze straniere, il cui lascito, anche dopo le dolorose distruzioni belliche e postbelliche, emerge in particolari ambiti quali i luoghi della fede, facendo di Livorno l’osservatorio privilegiato del pluralismo religioso in Italia.
Le due sculture, esposte per lunghissimo tempo all’esterno, presentavano un cattivo stato di conservazione: entrambe avevano perso naso e cimiero; il più anziano fra i due guerrieri, distaccato dalla base per una rottura del perno e di parte del suo basamento, si trovava a terra, ricoperto di foglie e terriccio; consistenti patine nere avevano inoltre ricoperto la loro superficie. Il restauro attuale, realizzato dal laboratorio Ergo Tèchnes di Alessandra Ascenzi grazie al Rotary Club di Livorno, ci restituisce la coppia di busti nella loro possente eleganza e qualità di finitura sostituendo anche i vecchi basamenti in cemento del 1924 con nuovi basamenti essenziali che rendono leggibile il piedistallo come frutto di un intervento contemporaneo. Al termine del progetto Inciampo (29 settembre 2019) - che vede il loro allestimento a guardia del plastico della Livorno nella parte del Museo della Città - la coppia di busti tornerà nel piccolo Museo della Congregazione olandese - alemanna.

Gli inciampi sono progetti, opere e installazioni site specific che frammentano la continuità delle collezioni, in modo inaspettato, sensibilizzando il nostro passo davanti a inedite risonanze e contrapposizioni.

Si ringraziano: famiglia Nagasawa, Galleria Il Ponte-Firenze, Congregazione olandese-alemanna di Livorno, Rotary Club Livorno

Inciampo 16
Hidetoshi Nagasawa, Colonna, 1972, marmo, cm 30x700x30, courtesy Famiglia Nagasawa,
con la collaborazione della Galleria Il Ponte, Firenze

Inciampo 17
Antichi busti della Congregazione olandese - alemanna di Livorno, marmo bianco di Carrara, fine 1600
Collocazione originaria cimitero Congregazione olandese-alemanna di via Mastacchi, Livorno
Restauro di Ergo Tèchnes – Alessandra Ascenzi, sostenuto dal Rotary Club Livorno

Museo della Città – Luogo Pio Arte Contemporanea
Piazza del Luogo Pio - 57100 Livorno
0586-824551

Ufficio Stampa
Cinzia Morgantini Ufficio Comunicazione e Marketing - Comune di Livorno
tel. 0586 820504
Serena Becagli Ufficio stampa arte
tel. 339 8754106

venerdì 31 maggio 2019

Nello Petrucci. Over the sky


Dopo il World Trade Center di New York e prima degli scavi di Pompei, l’artista Nello Petrucci arriva a Roma, all’Ambasciata americana.

Attraverso 20 grandi tele l’artista con un linguaggio inedito rimette al centro dell’arte temi come leggerezza e sentimento del tempo.

L’artista pompeiano Nello Petrucci, il 3 giugno 2019, presso la sede dell’Ambasciata americana a Roma, presenta Over the Sky, la nuova mostra a cura di Francesca Barbi Marinetti. Con un nucleo di venti lavori site-specific, pensato come omaggio alla storia e cultura visiva americana più recente, Petrucci continua la sua costruzione di un parallelo tra l’antichità con la città di New York.

È dopo il 2018, anno della sua residenza artistica presso il 3World Trade Centre, dove ha realizzato la monumentale The Essence of Lightness, che ha iniziato a formulare un pensiero visivo della resistenza che pone il classico come principio della permanenza della memoria identitaria dei popoli, trovando nella tipologia artistica della street-art un connubio naturale con il graffitismo pompeiano. Per questo progetto, in cui intravede una continuità, l’artista persiste col suo concetto di lightness (leggerezza), liberandosi metaforicamente sopra la città.

Il percorso dell’esposizione incomincia da un dittico che rappresenta due figure antitetiche, la morte e la resurrezione, la caduta e l’ascesi, desunte da un celebre frame di una ripresa delle Torri Gemelle durante l’attentato terroristico dell’11settembre 2001. Delle due anime, l’artista insegue l’anima che sale, incominciando quindi un viaggio che va al di sopra della città, in un luogo sospeso dove vige ancora la libertà di superare i limiti della dimensione fisica e temporale. Come spiega la Marinetti anche il linguaggio che adopera“il decollage diventa metafora di quel strappare e ricomporre che permette quella cosa meravigliosa e spaventosa insieme che è perdersi. Il perdersi, consente quelle condizioni mentalmente liberatorie attraverso cui si rendono visibili altre combinazioni di realtà”. E pertanto la percezione sbilenca, le altezze vertiginose, gli scorci che l’artista ci lascia di New York subiscono uno scatto diverso e un’evoluzione rispetto all’impaginazione concettuale e visiva dei lavori precedenti. Al confronto con l’idea di Pompei o di Roma che con la loro millenaria storia si dilatano in larghezza, New York è città verticale, slanciata in lunghezza.

Nello Petrucci (1981) è un artista italiano che vive e lavora tra Pompei e New York. Ha studiato regia cinematografica, lavorando su diversi film tra cui quelli di M. Scorsese, A. Taub, M. Bros. Ha scritto e diretto vari cortometraggi ricevendo numerosi premi: ora un suo cortometraggio è in lizza per il David di Donatello come miglior cortometraggio. Dopo un soggiorno determinante a Dublino, attratto dalla scenografia, è ritornato a Napoli per diplomarsi all'Accademia di Belle Arti. Qui ha realizzato e girato un film, dalla cui esperienza è nato lo spunto per le arti visive divenute materia prima per la accrescere la sua fantasia e per sviluppare un nuovo percorso. Fra le maggiori mostre: “L’Arte come il film della vita” al Palazzo Gravina di Napoli, “L’Arca della Creatività” al Castel dell’Ovo, collettive al Museo Civico di Capua, poi “Sulle sponde del Mediterraneo” al Maschio Angioino, Napoli . “La Grande Illusione” all’Archivio Centrale dello Stato di Roma diventa un successo, segue un’altra importante mostra come “Convergenze Parallele” al Real Polverificio Borbonico di Scafati, varie collettive al Palazzo Reale di Napoli, ottenendo successi e apprezzamenti da parte della critica. “Kairos” all’Agora Gallery di New York, all’Art fire di Shangai, Art expò a New York, “From Italy with love” di New York, fino a partecipare al grande progetto della street art nel prestigioso 3World Trade Center della famiglia Silverstein proporti. Ora è in lavorazione il progetto “Pompei e i misteri dell’eterna bellezza”, che si terrà negli Scavi di Pompei nel 2019/2020 a cura di Alessandro Cecchi Paone.

Il catalogo, pubblicato da Carlo Cambi editore, è a cura di Marcello Francolini, critico d’arte di riferimento dell’artista, che presenterà un’introduzione alla sua poetica. La silloge di testi vedrà numerosi contributi critici, tra cui quello della curatrice della mostra Francesca Barbi Marinetti, che sottolineerà le relazioni geografiche tra i luoghi del Petrucci secondo l’asse New-York-Pompei tra graffitismo arcaico e street-art americana. A seguire l’intervento di Lara Caccia, docente Accademia delle Belle Arti di Catanzaro, Maria Letizia Paiato, docente Accademia di Belle Arti di Macerata, Mary Angela Schroth, direttrice galleria Sala Uno Centro Internazionale d’Arte Contemporanea di Roma, e infine il testo di Mario Sesti, regista e noto critico cinematografico.

All’appuntamento di lunedì 03 giugno 2019 che prevede la preview della mostra negli spazi suggestivi e pressoché segreti dell’Ambasciata americana, seguirà la presentazione del Catalogo martedì 18 giugno dalle ore 16,00 alle 18,00 durante il talk “Autoritratto” presso il Macro Asilo il nuovo progetto del Museo di Arte Contemporanea di Roma diretto da Giorgio De Finis. Infine il 21 giugno presso l’Ambasciata si terrà la vera e propria inaugurazione della mostra seguita da un cerimoniale ufficiale organizzato dalla stessa istituzione.

La mostra è stata realizzata grazie al contributo di Contemply SRL ente promotore diretto da Gianni Boccia.

Info
03/29 giugno 2019
“Over the Sky” mostra personale di Nello Petrucci 
a cura di Francesca Barbi Marinetti
Ambasciata USA di Roma - Via Vittorio Veneto, 121

18 giugno dalle 16,00 alle 18,00
“Autoritratto” talk con l’artista e presentazione del catalogo a cura di Marcello Francolini
Macro Asilo
Via Nizza, 138

21 giugno ore 12,00
Inaugurazione ufficiale all’Ambasciata durante un evento in cui si potrà assistere al cerimoniale americano

Ufficio stampa e coordinamento Artpressagency di Anna de Fazio Siciliano
M. 349/15.05.237 

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